Quando l'horror da reality spiega la crisi della famiglia americana

Tv e possessione. La storia di "Nel buio della mente" di Paul Tremblay, pubblicato da Editrice Nord

Quando l'horror da reality spiega la crisi della famiglia americana

Nel buio della mente

I romanzi, i film, i programmi tv o della radio – persino i fumetti – che si occupano di horror si svolgono sempre a due livelli. Alla superficie c’è il livello grossolano – quando Regan vomita in faccia al prete o si masturba con un crocifisso ne L’Esorcista – ma su un altro livello, ben più potente, l’orrore davvero potente diventa una danza, una ricerca continua, ritmica. Ed è alla caccia del luogo dove tu, lettore o spettatore, vivi al tuo livello più primitivo. All’orrore non interessano i prodotti delle civiltà, nelle nostre vite”. Lo notava con consueta artigianale saggezza il Re dell’horror, Stephen King. Ogni efficace storia dell’orrore si basa su un pendolo, su un movimento avanti e indietro nel tempo. Il racconto deve essere tanto contemporaneo – è più difficile spaventarsi in un’ambientazione che ci risulti insolita e remota come il medioevo o la Roma antica – quanto, proprio per questo, ancestrale. Farti guardare sotto il letto, appunto, riportarti alle esperienze biologiche, psicologiche – e spirituali – fondamentali.

 

Ogni storia di fantasmi si basa sulla prima battuta dell’Amleto (una ghost-story, appunto), “Chi è là?”, una domanda che rivolgiamo alle tenebre fuori della grotta da parecchi millenni. I racconti di possessione ne costituiscono la versione speculare la stessa domanda alle tenebre non esteriori, ma interiori. Al terrore di questa invasione suprema, dove neppure più il tuo stesso corpo ti appartiene, Paul Tremblay col suo Nel buio della mente (Nord), vincitore del premio Bram Stoker, dà nuova forza narrativa, raccontando una famiglia americana la cui figlia può essere solo preda d’una schizofrenia devastante o d’una effettiva azione soprannaturale. E non ha solo l’intelligenza di calarla nell’America della crisi di Wall Street e di affidare la narrazione allo sguardo, spesso molto divertente, sempre psicologicamente riuscito, della sorellina minore, ma di mostrare quale corto circuito devastante possano risultare, anche in una situazione come questa, l’invadenza di due grandi filtri con cui ci raccontiamo nel mondo contemporaneo: il reality cui la famiglia decide di sottoporsi come estrema ratio alla pressione della disoccupazione – “ancora peggio, i miei ricordi si mescolano con gli incubi, con le deduzioni, coi racconti distorti di nonni, zii e zie, e con tutte le leggende metropolitane e le menzogne che sono state diffuse dai media, dalla cultura popolare e dal flusso quasi ininterrotto di siti internet, blog e canali YouTube, dedicati alla trasmissione… in un certo senso, siccome la mia storia personale non mi appartiene, infestata com’è da forze esterne in senso letterale e figurato, quello che è avvenuto è quasi altrettanto terrificante. Quasi” – e il blog d’una appassionata di serie horror che a sua volta ripercorre la vicenda, innestandola, col vorticoso enciclopedismo dei nerd – nella tradizione dei film e libri sulla possessione diabolica – “Nelle fotografie sono tutti felici e sorridenti, ma c’è una musica angosciosa in sottofondo (zan, zan, ZAN!)”.

 

Un doloroso e convincente dramma familiare, sullo strazio e la ricerca affannosa di risposte con cui tener testa all’inspiegabile, improvvisamente annidato dietro gli occhi di un parente. Sulla superstizione religiosa e i misteri spaventosi della mente. O dello spirito. Forse l’affermazione di King va parzialmente corretta: all’orrore i prodotti della civiltà interessano eccome, perché, investendo anche i nostri sms e mail, risulta ancor più spaventoso e pervasivo. Catapultandoci nelle caverne dove scrutiamo le tenebre esteriori e invochiamo sortilegi contro quelle interiori. Lo ha ammesso il Re in persona: “Mi ha spaventato a morte. E sono davvero difficile da spaventare”.

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