Rosso nella notte bianca

di Stefano Valenti, Feltrinelli, 128 pp., 12 euro

Nel poema epico di Omero, dopo lunghi anni Ulisse fa ritorno a Itaca e si vendica dei Proci. Nel 1994, un altro Ulisse, meno mitologico ma ugualmente iracondo, a distanza di quarantotto anni torna nella sua Valtellina per “mettere ordine nelle cose”. Si tratta del partigiano settantenne Ulisse Bonfanti, protagonista di Rosso nella notte bianca, l’ultimo romanzo di Stefano Valenti.

 

Con “un dolore forte come un roditore che rosicchia il dentro del cranio”, greve eredità di una follia familiare in cui riecheggiano voci e allucinazioni, l’uomo cattocomunista si rifugia in quel che rimane della vecchia baita di famiglia nella “terra nera foderata di brina con nubi, enormi come mondi, che colorano di buio i monti”.
Un paesaggio arido e ingrato che ricorda tanto quello di Una questione privata di Beppe Fenoglio, ispiratore dello scrittore valtellinese. Dal quale, tra l’altro, trae anche la citazione iniziale in cui il protagonista Milton, rispondendo a un vecchio che lo incita ad ammazzare tutti i fascisti, afferma perentorio “li ammazzeremo tutti, siamo d’accordo”.

 

Anche Bonfanti è d’accordo: impugna un piccone e dischiude come la buccia di un’anguria la testa di Mario Ferrari, il traditore che nel 1944 accompagnò in casa sua le Brigate Nere che, non trovandolo, violentarono la sorella. Proprio in onore dell’adorata Nerina, uccisa due anni dopo dal peso dell’onta, Ulisse torna dalla Valsusa, ove un cotonificio aveva accolto lui e l’altra grande donna della sua vita, mamma Giuditta, fuggiti dalla miseria dei monti aggravata dai patimenti della guerra.
“La fabbrica è fatica, malattia, ingiustizia e soprusi, ma è meglio della povertà infeconda dei monti” afferma Ulisse, eroe sconfitto dalla storia, che prima di consegnarsi ai carabinieri, nel silenzio assordante di una notte allucinata, si rifugia nella malga abbandonata da decenni. Zittisce così le voci, che sin da adolescente lo portavano a confessare crimini mai commessi, con la memoria vivida di mezzo secolo di storia intima e nazionale: la povertà contadina, le vessazioni subite in fabbrica, la tragedia della guerra, la Resistenza partigiana.
Un racconto affidato da Valenti a una terza persona che narra di Ulisse, che a sua volta dà voce a Giuditta e Nerina, per poi nell’ultimo capitolo, far rincontrare i due fratelli che con un dialogo fantomatico cancellano le macchie di sangue con il candore dell’amore fraterno.

 

“Rosso nella notte bianca” è ispirato alla storia reale di un ex partigiano, ma ancor di più, come quasi mai nessun autore ammette, “nasce dall’attraversamento dei comuni termini della produzione romanzesca”. Con un personaggio rispuntato dal passato, lo scrittore valtellinese rispolvera le opere di Giorgio Bocca, Franco Fortini, Mario Rigoni, Nuto Revelli e tanti altri, dando vita a una lirica di centododici pagine intense, in cui intinge la penna nel rosso della lotta che fa sgorgare sangue e vergogna, misto al nero dei fascisti che provocano la morte, cristallizzati nel bianco della neve. Un’escalation cromatica ma allo stesso tempo emotiva, elaborata con uno stile asciutto e incalzante, a tratti compulsivo, che dà quasi l’impressione di udire la pronuncia valtellinese di contadini e operai impegnati in lotte di classe.

 

Si avvicendano così, in un vortice psicotico, la fragilità privata e la Resistenza della Troia Italia, appellativo tratto da “Foglio di via” di Fortini per denotare la patria rivelatasi genitrice indegna per Ulisse Bonfanti.

 

Che, logorato dal livore, compie “un’azione di guerra” per riscattare il suo grande dolore personale, degli ultimi, di un intero paese.

 

ROSSO NELLA NOTTE BIANCA
Stefano Valenti
Feltrinelli, 128 pp., 12 euro

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