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ArchivioLettere Rubate

18 luglio 2009

Gentile dottor Augias, in un’Italia ancora abituata a una cultura che faceva capo a gloriose testate popolari, Bolero, Grand Hotel, c’era una frase che la famosa casalinga di Voghera di Arbasino pronunciava di fronte al fasto e alla ricchezza: “Com’è fine!”. La finezza come meta della signorilità compare nell’inimmaginabile dono offerto dal presidente del Consiglio ai “Grandi della terra”: un libro di 24 chilogrammi accompagnato da altri due volumi provvisti di lamine d’oro, lenti d’ingrandimento e quant’altro dedicato al Canova. (…)
    Gianni Venturi, lettera a Repubblica

Mia figlia grande pesa tredici chili, e quando pretende di saltarmi in braccio assieme al fratellino (di sei chili e mezzo) perché la sabbia scotta, oppure perché è più bello andare a casa così (“mamma tu sei la carrozza e io sono la principessa e Giulio è il cuscino dentro la carrozza”), in genere devo cospargermi di Voltaren per i due giorni successivi. Se il Cav. mi avesse regalato un libro di 24 chili sarei sicuramente morta, ma la porta della cucina non avrebbe sbattuto mai più, nemmeno durante gli uragani. Però un volume con bassorilievo non rientra nell’elenco degli oggetti indispensabili (in linea con la filosofia neofrugale: per via della crisi, dell’inquinamento, del riscaldamento globale, dell’effetto serra, soprattutto per via della noia che fa inventare nuove ansie e nuovi giochi). Cento cose per un anno, scriveva ieri la Repubblica riportando una tendenza americana, cioè una moda di blogger che passano le giornate a fare liste. Cento cose, che spreco. Allenata alla dura scuola del “trasloco con bambini in quindici minuti”, posso fare di meglio, non ho praticamente bisogno di nulla, sono una frugalista ad honorem, una pauperista totale, una carmelitana scalza. Per una sana e consapevole regressione da maternità estiva, ecco gli unici oggetti di cui non si può fare a meno, ma che forse prima della fine delle vacanze andranno distrutti, perduti, calpestati, usati come casa per le lucertole o come cibo per i granchi:

- Un computer portatile con iTunes e connessione Internet (connettersi a Internet: ottativo) e soprattutto con fessura per dvd dell’Era Glaciale 2 o di qualunque film in cui ci sia un cattivo utilizzabile come immagine minacciosa: se non mangi viene il mostro marino, se non dormi viene il lupo cattivo, se non la smetti di saltare la corda sopra tuo fratello viene il dottor House. Non è pedagogicamente corretto e comunque l’unica minaccia che funziona è: ti faccio lo shampoo.

- Flacone gigante di shampoo alla camomilla, a scopo ricattatorio.

- Un solo bikini, ma per fermare la mostrificazione e dare impulso ai consumi, che sia di Eres. La bambina, per emulazione, pretenderà il due pezzi anche per uscire la sera: non farne un dramma sociologico, non scrivere lettere indignate ad Augias ed evitare il termine “velinizzazione”. Disincentivarla spiegandole che con i laccetti rischia di incastrarsi nelle siepi, nei cancelli e nelle altalene da cui è solita lanciarsi urlando: “Banzai”.

- Un Blackberry per chiamare aiuto, per fare fotografie e per mandare email minacciose al marito inghiottito dalla città o dalla sua seconda famiglia segreta: se stasera non vieni compro le Crocs ai tuoi figli.

- La tachipirina bambini anche per i grandi e le salviettine Pampers anche per struccarsi (le rare volte in cui è necessario mettersi il rimmel, come al matrimonio dell’amica sulla spiaggia: la sposa era bellissima, lo sposo era in bermuda, alle tre di notte ha perso la fede ma l’ha ritrovata con una torcia fra delle assi di legno, Pupo cantava dal vivo “Su di noi nemmeno una nuvola, su di noi l’amore è una favola”, la baby sitter non telefonava per dire che i bambini l’avevano sgozzata e davvero sembrava di non aver bisogno di niente).

da Annalena

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