Dear Lucy, lavoro in una grande azienda e ogni giorno mi accorgo delle discriminazioni che subiamo noi donne: stipendio, considerazione, carriera, è tutto ancora molto inferiore alle opportunità che hanno gli uomini, per non parlare dei sorrisetti di sufficienza, degli apprezzamenti estetici, insomma c’è una lunga catena di inferiorità percepita ancora da spezzare.
Manager donna, lettera al Financial Times
Ci vogliono le regole, con le cose da fare e da non fare, ci vuole un decalogo per essere rispettate sempre, al lavoro e al ristorante, nell’amore, nell’odio e nella noia mortale. Domani è di nuovo l’otto marzo, giorno di mimose puzzolenti che diventano subito secche, sera di trasgressioni stanche in cui bisogna ubriacarsi per sopportare gridolini di finta gioia mentre un maschio si spoglia a tempo di brutta musica (poi magari si spoglia pensando che non vede l’ora di smontare a raggiungere il fidanzato, per cui la faccenda diventa particolarmente umiliante). E’ giusto che si cerchi di cambiare lo schema, di inventarsi qualcosa di nuovo, tipo andare a cena con Italo Bocchino, perfino (poiché Brad Pitt è già impegnato nel cercare di placare le ansie post parto di Angelina Jolie, che gli ha detto di avere bisogno “di ritrovarsi” e che si guarda allo specchio e si trova flaccida, poverina), ma la deputata del Partito democratico Paola Concia, con il suo gesto fintamente moderno, ha infranto la seconda sacra regola della libertà femminile (la prima è: mai la prima sera, che però richiederebbe un saggio a parte con circa ottocento pagine di testo e spiegazioni sulla perdita di charme, statistiche inequivocabili sulle fughe maschili provocate dalla eccessiva generosità, donne du du du in cerca di guai, donne a un telefono che non suona mai eccetera). Comunque, la seconda regola è: mai mai mai invitare un uomo a cena fuori. E’ lui (l’uomo, o aspirante tale) che deve invitare, una ragazza può al massimo lanciare qualche segnale, fare capire che, forse, potrebbe accettare. Sennò non c’è gusto, non c’è conquista, non c’è brivido. Il primo comma della seconda inviolabile regola è: mai pronunciare l’orrenda frase: “Si paga alla romana, facciamo a metà”. Alla romana, a metà? E’ uno scherzo, onorevole Concia? Anni e anni di battaglie, di conquiste, di porte in faccia, e Lei adesso incita le ragazze a invitare i maschi a cena e pagare il conto, anzi peggio, a dividere con la calcolatrice del cellulare, tipo ventidue euro e cinquanta a testa, e scrutarsi a vicenda per vedere chi lascerà la mancia? E’ la cosa più diseducativa ed esteticamente riprovevole mai sentita, ci vorrebbe un’interrogazione parlamentare. Italo Bocchino per fortuna ha detto: “Lei vuole che si paghi alla romana, io non potrò mai consentirlo”, ma per un Bocchino così quanti taccagni sciovinisti pronti ad approfittare del cattivo esempio e a infilarsi in bagno quanto arriva il conto ci sono, già ghignanti e felici di avere un esempio istituzionale da citare?
Se non bastasse il primo comma per chiarire la divisione dei ruoli, allora ecco il secondo: i conti li pagano gli uomini. Il ristorante, il taxi, il cinema, l’autobus, e ovviamente l’albergo se si scelgono fughe appassionate. Pagare al posto di un uomo è il primo fatale passo verso la discriminazione, verso quella orribile finzione di parità che comporta, per le sventurate, il quadruplo della fatica e la sensazione di fregatura (a meno che non sia una di quelle belle storie di signore ricche e attempate che si gingillano con qualche ragazzo spiantato, come Charlotte Rampling ad Haiti in “Verso il sud”). Se un uomo lascia che lei sbirci il conto è la fine, significa che sarebbe capace di chiederle, tra un anno, un prestito (o la metà della bolletta del gas, o i soldi della benzina se la porta al mare). Non è uno scherzo e non è calcolo, sono questioni di principio, è in gioco la libertà, il rispetto, il futuro, la parità dei salari: una donna che tira fuori il portafoglio a tavola con uno o più maschi non indigenti è la zappa sui piedi universale, la vittoria maschilista (“Questa vuole la parità, diamogliela tutta”, il passo successivo è lei che compra i preservativi, lei che lo passa a prendere in macchina, lei che accetta uno stipendio mediocre, lei che la sera dell’otto marzo va ad ammirare uno spogliarellista gay dopo che lui le ha dato buca a cena). La parità è svilente, datata, controproducente, è la superiorità che va affermata con grazia.
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