Dormo tutta nuda per credere che tu sia là, ma quando mi sveglio non è più la stessa cosa. Ti abbraccio. Soprattutto non mi inganno più. C’è sempre qualcosa di assente che mi manca.
Camille Claudel, lettera a August Rodin
Vorrei cominciare questo cieco elogio delle donne francesi con l’esempio sbagliato, Camille Claudel. Fu la giovane apprendista, modella, musa e quasi subito amante dello scultore August Rodin, fu una geniale, bellissima artista che impazzì d’amore e di arte e finì rinchiusa in manicomio, a quarantotto anni. Non uscì mai più da lì (la madre scriveva ai medici: tenetevela vi prego, perché non poteva sopportare una figlia così scandalosa, che a diciott’anni andò via di casa non per sposarsi ma per “lavorare come un uomo”), morì nel 1943 con l’ossessione di Rodin che si appropriava della sue sculture e le spacciava per sue, Rodin che le copiava le opere (“Queste mani, questi piedi, questi fianchi, questa sensualità straziante, è tutta opera mia!”), Rodin che faceva di tutto per annientarla, Rodin che non avrebbe mai lasciato “la vecchiaccia”, cioè la convivente ufficiale. Cosa che in effetti Rodin non fece mai, nonostante la leggenda narri che lui prima di morire invocò Camille, l’unica che amava (e che forse davvero temeva, per quella facilità di tirare fuori l’anima dalle statue). Camille Claudel scrisse, in manicomio (da cui i medici l’avrebbero volentieri fatta uscire se solo la famiglia l’avesse sostenuta), che la sua vita era stata un sogno e adesso era un incubo, chiese alla madre e al fratello di andare a prenderla, di non lasciarla sola. Per trent’anni, un giorno dopo l’altro.Vi risparmio la fine in una fossa comune e il fratello che loda il suo genio rivoluzionario parlandone da morta, ma le opere di Camille Claudel al Museo Rodin rendono un po’ di giustizia a quella grandezza straziata, imprigionata e delirante. Guardandole viene quasi voglia di lanciarsi in rumorose rivendicazioni femministe, ma basta osservare le francesi, anche solo quelle che prendono il caffè nel giardino del Rodin, per capire che Camille Claudel è stata già vendicata, e soprattutto che è il caso di: non essere rumorose, cambiare parrucchiere, abolire per sempre le giacche a vento, a meno di andare a vivere in Alaska, e smetterla di crescere i nostri figli come piccoli buddha avvolti in equipaggiamenti da esquimesi. Non è per fare la provinciale (invece sì), ma le madri francesi bevono nei giardini (pulitissimi) i loro caffè brodaglia, chiacchierando e fumando, e i bambini stanno seduti nel passeggino e guardano le sculture. Giuro. Oppure si guardano fra di loro, perché i bambini sono spesso più di due o più di tre. Non strappano coi denti la cintura di sicurezza, non diventano paonazzi per le urla, non vengono placati a lecca lecca e pizze. Cos’è tutta questa quiete, ci chiedevamo sospettosi, perché si sentono tubare i colombi? Perché i colombi, con l’aria di Parigi, tubano molto, e i bambini non urlano. E se c’è il sole, stanno senza cappotto (non con il pile termico, la calzamaglia, il paraorecchie, la stufetta da passeggino, i guanti, le scarpe da Himalaya). Non importa quanto botox si faccia Carla Bruni (che in effetti è italiana) e quanto sia diventata una casalinga disperata che guarda in televisione l’equivalente francese di “Un posto al sole”, non importa nemmeno che Anne Sinclair abbia dovuto schiaffare il mostro, cioè suo marito, Dominique Strauss-Kahn, in prima pagina sull’Huffington Post, per via di tutte quelle orge, ciò che conta è che ho visto al Jeu de Paume una ragazza felice con un neonato dentro una sciarpa, nato forse da dieci minuti (probabilmente la madre ha fatto tagliare il cordone ombelicale a quelli della biglietteria, per non perdersi il primo giorno della mostra di Ai WeiWei), che dormiva beato mentre la mamma si riempiva gli occhi di Cina underground. Dev’essere per questo che i musei a Parigi sono pieni di bambini che si perdono a contemplare quadri, li abituano dalla nascita: bambini che sfrecciano sul monopattino con il caschetto a quattro anni per andare all’asilo, mentre i nostri vogliono stare in braccio, bambini che sanno dove infilare il biglietto della metropolitana, bambini in passeggino che si entusiasmano e indicano alla mamma: “Uh, la tour de Montparnasse!”, più o meno all’età in cui noi ci commuoviamo se dicono: pappa. Bambini che pattinano sul ghiaccio all’Hotel de Ville, anche, e madri che non si sentono Giovanna d’Arco per averli accompagnati, quindi non hanno l’aria affranta di chi è sopravvissuto a un incendio. Per non finire in manicomio come Camille Claudel, allora, prendiamo esempio dalle nuove francesi.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui