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Lettere al Direttore

La Big Society per l’Italia. Un’idea per la convention di Parisi

Al direttore - E’ stata la regione Lazio a decidere che i fondi per ristrutturazioni antisismiche destinati a tutti dalla Protezione civile non andassero alle “seconde case”. Una specie di “anche i ricchi crollino”.
Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - “Ex malo bonum”, diceva sant’Agostino. La vicenda dei terremoti passati non è confortante, è vero, ma la straordinaria prova di solidarietà seguìta al sisma che ha devastato il centro Italia ci dice che una svolta nella politica nazionale è possibile. Una svolta che affronti in modo positivo l’esistenza di uno “stato d’eccezione” nel paese. Come ha osservato Mario Sechi sul Foglio, in questo senso il bel titolo del quotidiano di Alessandro Sallusti (“Forza italiani. Forza Renzi”) “oggi è un incoraggiamento, forse è un segno diverso per il domani”. Lei ha richiamato il progetto di Big Society lanciato da David Cameron, con le sue unioni civiche dedite al perseguimento del bene comune e del soccorso reciproco. Ricordo che un anno fa Giuliano Ferrara, sempre su queste colonne, avanzò l’idea di un “Corpo volontario di sicurezza e fraternità”, sulla falsariga dell’esperienza americana denominata Peace Corps, una forma di impegno civile nata con John Kennedy nel 1961. La storia del servizio civile negli Usa parte infatti da lontano, e si basa sull’incrocio tra impegno comunitario e incentivo pubblico. Si lavora per una piccola comunità e ci si occupa di ambiente, povertà, alfabetizzazione, sicurezza, immigrati e di tutte le altre attività classiche che sono un pilastro della coesione sociale. In Italia, di una sorta di “volontariato obbligatorio” (felice ossimoro) ne aveva accennato Ernesto Rossi già nell’immediato Dopoguerra. Paolo Sylos Labini all’inizio degli anni Ottanta formulò la proposta di un “esercito del lavoro” (sostitutivo della leva militare), nella prospettiva di una società di cittadini attivi (altro che reddito di cittadinanza!). Poco dopo il suo insediamento, Renzi annunciò la creazione di un “Servizio civile nazionale universale” aperto ai giovani (anche stranieri), e finalizzato alla “formazione di una coscienza pubblica”. Non se ne è saputo più nulla. Proprio in queste ore, non sarebbe il caso di riparlarne?
Michele Magno

Il tema c’è, la Big Society pure. Tocca solo trovare un modo per farla vivere non solo quando c’è da ricostruire un paese dopo un terremoto. Sarebbe bello se a settembre Stefano Parisi rilanciasse il progetto Peace Corps.

 

Al direttore - Le riflessioni di Ryszard Legutko sul pensiero unico nelle moderne democrazie sono straordinamente consonanti con quanto aveva intuito con profetica lungimiranza Augusto Del Noce oltre tre decenni fa. In un magistrale articolo del 1984, “La verità e la paura”, il filosofo torinese aveva infatti messo a fuoco con estrema lucidità quello che all’epoca era ancora un fenomeno marginale: “La realtà presente in ragione dell’abbandono dell’una e medesima coscienza morale, manifesta una pluralità contraddittoria di posizioni morali. Allora effettivamente avviene che il criterio della maggioranza si risolve nel dominio degli eterodiretti; di coloro cioè che sono diretti dall’industria culturale, vera scuola d’ignoranza… E l’individuo anziché sentirsi fine, non può sopravvivere se non facendosi mezzo, con l’adeguarsi cioè ai gusti di questa maggioranza o piuttosto dei gruppi che hanno prevalso. Il suo farsi mezzo è obbedire al bisogno dell’autoconservazione, cioè alla paura”. Secondo Del Noce, la cui visione era per altro in piena sintonia con quella dell’allora Pontefice Karol Wojtyla – l’abbandono della metafisica aveva comportato l’affermazione del pluralismo culturale e del relativismo etico, due fattori che possono trasformare la democrazia in tirannide nella misura in cui nel mentre esaltano, a livello teorico, il ruolo del singolo, della sua autonomia e della sua libertà, di fatto lo conducono ad omologarsi all’opinione ed ai comportamenti della maggioranza. Ciò in cui è da ravvedersi il volto potenzialmente tirannico, di cui il pensiero unico è un tratto caratteristico, delle democrazie contemporanee. Il che, sia detto per inciso, dovrebbe far riflettere anche sui pericoli di certo ecumenismo in cui tutti gli uomini vivranno felici e beati immersi in un’unica, indistinta e incolore religiosità come qualcuno auspica.
Luca Del Pozzo

L’egualitarismo è una forma totalitaria di dispotismo culturale. E il dramma del pensiero unico è che dietro l’omologazione si nasconde la polizia del pensiero che trasforma in eresia tutto ciò che non è mainstream.

 

Al direttore - Quando ho saputo che ieri il Consiglio di stato francese si è espresso contro il decreto anti burkini, ho tirato un sospiro di sollievo: che non sia quella la strategia vincente per riaffermare certi valori dell’occidente (e quali poi?) mi pare lampante, e ancora di più vedendo la deriva giacobina che il dibattito ha già preso in Francia. In una recente intervista radiofonica il vicesindaco di Nizza ha lodato il decreto, aggiungendo – coerentemente con il proprio pensiero – che in nome della separazione tra stato e religione neppure le suore dovrebbero essere autorizzate ad andare in spiaggia con il loro abito. Laico, cristiano o musulmano che sia, a me lo stato etico fa paura sempre.
Antonio Salzotto