ACCEDI | REGISTRATI | INFO


Lettere al Direttore

Malizie sugli anti Trump. Il patto per l’Italia dopo il referendum

Al direttore - Commentando sul Foglio di venerdi scorso i dati dell’Annuario Pontificio 2016, in particolare per ciò che riguarda la ben nota situazione di penuria del clero, Roberto Volpi dice che “… la chiesa ha anche il problema di come rievangelizzare l’Europa, con quali forze e quali sacerdoti. Non è un caso se sempre più di frequente capita di trovare nelle chiese delle nostre città sacerdoti africani e sudamericani”. Ora a parte il fatto che la provenienza geografica del clero che opera in un dato paese mi parrebbe un problema del tutto marginale (e in ogni caso di gran lunga inferiore a quello ben più grave della formazione, in primis dottrinale del clero odierno), la notazione di Volpi appare stonata soprattutto perchè sottende una visione “clericale” dell’evangelizzazione, come se questa fosse (ancora) una questione che riguarda, appunto, il clero e non anche (e forse soprattutto?) i laici. Tanto più dopo il Vaticano II, la “Christifideles laici” di S. Giovanni Paolo II e la fioritura, non a caso negli anni del Concilio, di tutti quei movimenti laicali che hanno apportato linfa vitale alla chiesa (comprese innumerevoli vocazioni) e senza i quali oggi un nuovo slancio missionario sarebbe difficilmente immaginabile, prima ancora che realizzabile.
Luca Del Pozzo

 

 

Al direttore – Toh chi si risente, Michael Moore! Il regista di documentari, icona anticapitalista della sinistra mondiale, è tornato agli onori della cronaca per aver spiegato sul suo blog le cinque ragioni per cui il magnate newyorchese sarà il futuro inquilino della Casa Bianca. Lo ha definito “miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente”. Gli otto anni di Obama, caro Direttore, ci hanno regalato una gioia: quella di non aver visto le processioni pacifiste dense di retorica antiamericana e “sensi di colpa” occidentali; oggi ci rendiamo conto che ci hanno risparmiato anche le sparate di Moore. Dal 9 novembre, molto probabilmente, torneranno tutti insieme appassionatamente e con i soliti sensi di colpa a tinte arcobaleno.
Domenico Mazzone

 

 

Al direttore - Sarò felicissimo per la vittoria di Trump, non fosse altro che per sentire cosa avranno da dire il giorno dopo tutti i suoi detrattori italiani.
Filippo Testa

 

 

Al direttore - E’ fuori dubbio che occorra cambiare uomini e idee in Forza Italia. La recente intervista di Parisi al Foglio, però, pur largamente condivisibile, ha una contraddizione di fondo. Egli invita il centrodestra a smetterla di rincorrere Grillo sul terreno populista (concordo) e aggiunge, forse muovendo da un accoglimento troppo semplicistico e schematico del postulato della divisione tra popolo ed èlites, che quest’ultime dovrebbero riconoscere di avere “… sbagliato tutto…”. Da ciò ne discende – continua sempre Parisi parlando al convegno della Fondazione Costruiamo il Futuro – che in primo luogo  “… dobbiamo capire il popolo invece di dire che sbaglia, come con la Brexit”. Ma qui è la contraddizione che accennavo. Difatti, il compito che egli indica come prioritario per delle elites rigenerate è già svolto, demagogicamente, da grillini e salvinismi vari. La questione non è di mostrarsi capaci di capire il popolo, quanto piuttosto decidere risposte politico-programmatiche di cambiamento efficaci, in condizioni di governabilità chiare, rapide e stabili. Qui è la sfida. Diversamente, temo che si rischi di favorire l’affermarsi di un trumpismo italiota, il quale riceverebbe un assist decisivo dall’ostinarsi di Forza Italia sul No al referendum costituzionale e dal rimestare opache modifiche all’Italicum. Con il risultato paradossale di rendere impraticabile lo stesso invito che Parisi rivolge a Renzi di non dimettersi anche nel caso di vittoria del No, aprendo a un governo di unità nazionale. Come non vedere, difatti, che la ripresa di una qualche forma di patto nazarenico è richiesta, comunque sia, dalle condizioni oggettive in cui versano da tempo l’Italia e l’Europa? E che proprio dalla vittoria del Sì, e non del suo opposto, ne uscirebbe rafforzata la verità e l’urgenza?
Alberto Bianchi

 

Vincerà il sì. E dopo il sì un Nazareno, in questa o nella prossima legislatura, vedrà che rinascerà. Un patto per l’Italia, come lo ha chiamato Giorgio Napolitano.