Marina Cvetaeva era posseduta dalla poesia, anche dai topi del poema sul Pifferaio magico

È stato appena ripubblicato da e/o “L’accalappiatopi”, scritto nel 1925, quando aveva trentatré anni, aveva perso una figlia e andava da Praga a Parigi, con il terzo figlio nato da poco e con molto isolamento e dura povertà

Marina Cvetaeva era posseduta dalla poesia, anche dai topi del poema sul Pifferaio magico

Pifferaio magico nell'illustrazione di Kate Greenaway

“L’Acchiappatopo, se puoi, leggilo ad alta voce, a mezza voce, muovendo le labbra… Soprattutto ‘Il trasporto”. Anzi no – tutto, tutto. E’ scritto come il Prode, direttamente a partire dalla voce. Io vivo – e di conseguenza scrivo, ad orecchio (…) e questo non mi ha mai ingannato”.

Marina Cvetaeva,lettera a Boris Pasternak 1926


 

Marina Cvetaeva ha scritto in uno dei moltissimi taccuini che riempiva la notte, in ogni spazio bianco: “Io non sono un poeta russo, e mi stupisco sempre quando così mi considerano e definiscono. Si diventa poeti (se mai lo si può diventare, se non lo si è già da sempre!) proprio per non essere francesi, russi, ecc., per essere - tutto”. Marina Cvetaeva è stata tutto, e si è definita, più volte, un manoscritto. Attraversata dalle parole quanto dalla musica, perché sua madre le insegnava la musica fin da piccolissima: “Mia madre ci inondò di musica come se fosse sangue, il sangue di una seconda nascita, e da questa unione: acqua del pianoforte e acqua versata dall’innaffiatoio, mani della mamma che suonano e mani che annaffiano, che alternativamente versano ora acqua ora musica, il pianoforte per me si è identificato per sempre con l’acqua e la vegetazione, con il mormorio delle foglie e dell’acqua”. Tutto in lei è stato senza limiti, senza convenienza, dentro il paese dell’anima in cui ha vissuto ogni giorno della vita.

   

È stato appena ripubblicato da e/o, con la traduzione e le note di Caterina Graziadei, “L’accalappiatopi”, scritto nel 1925, quando aveva trentatré anni, aveva perso una figlia e andava da Praga a Parigi, con il terzo figlio nato da poco e con molto isolamento e dura povertà: faceva lavori domestici a casa di varie famiglie fino a consumarsi le mani. Ma l’incontro soprattutto epistolare con Boris Pasternak le darà tantissima energia, esaltazione, sensazione di essere compresa nel suo lavoro e in ogni parola.

   

Questo poema, che lei chiede a Boris di leggere ad alta voce, a mezza voce, affonda le radici nell’infanzia e nelle favole ma parla di politica, di imborghesimento, di rivoluzione. Soprattutto, racconta il conflitto fra l’Anima e il corpo, cioè la vita quotidiana, che esige dal poeta un’assoluta resa. E infatti Marina Cvetaeva si è arresa subito alla poesia. Tutto qui è tempestoso, musicale Sedotti dal suono del flauto, dalla musica che li esalta, i topi sognano una rivoluzione mondiale e seguono il Pifferaio incantati dai miraggi d’Oriente. Bisognerebbe conoscere il russo per godere davvero delle invenzioni linguistiche continue di Marina Cvetaeva, per leggere come Pasternak questo poema a mezza voce ed esultare perché i bambini alla fine vengono salvati e arrivano nel Paradiso della Poesia, mentre “l’acqua già monta alle spalle dei topini coi grembiuli a quadretti. Più su, più su, il nasino all’insù! L’acqua è già alla gola, – più deliziosa delle lenzuola…”.

  

Le ha scritto Pasternak: “Si ha praticamente l’impressione che tu abbia tratteggiato al tempo stesso lo sciame di sorci e singoli sorci, filtrando questo disegno dalla griglia del ritmo, estraendo da questa griglia, con colpi di filo sulla coda, sulla fine, questa sommergente, incombente e sempre più frequente accelerazione! Qui il ritmo assomiglia a ciò di cui si parla: sembra che non sia composto di parole, ma di topi, non di elevazioni, ma di grigie schiene” Perché Marina Cvetaeva era posseduta dalla poesia, e quindi anche dai topi.

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