Vita di Etty Hillesum, che non era adatta ad amare un uomo soltanto, ma tutti

Otto quaderni scritti fitti, in ogni parte, che cominciano una domenica di marzo nel 1941 ad Amsterdam, quando questa ragazza inquieta e sensuale di ventisette anni incontra l’uomo che le cambierà lo sguardo

Vita di Etty Hillesum, che non era adatta ad amare un uomo soltanto, ma tutti

E’ curioso come una persona si ritrovi poi sempre con qualcosa di materiale: Tide mi ha dato il suo pettinino rosa. In fondo non voglio neppure avere delle fotografie sue e forse non pronuncerò mai più il suo nome, ma quel brutto pettinino rosa rotto, con cui l’ho visto pettinare i suoi radi capelli per un anno e mezzo, è ora nel mio portafoglio tra i miei documenti più importanti, e sarei disperata se dovessi mai perderlo. Una persona è proprio uno strano essere.

Etty Hillesum, “Diario”, edizione integrale (Adephi)

 


 

Otto quaderni scritti fitti, in ogni parte, che cominciano una domenica di marzo nel 1941 ad Amsterdam, quando questa ragazza inquieta e sensuale di ventisette anni, Etty Hillesum, incontra l’uomo che le cambierà lo sguardo, Julius Spier, allievo di Jung e creatore della psicochirologia, ma soprattutto interessato agli esseri umani e al loro spirito. Lui, che di Etty fu anche l’amante, la prese per mano e disse: ecco, devi vivere così. Disse anche: l’amore verso tutti è più bello dell’amore verso una sola persona. “E ora questo sconosciuto, questo signor S. dal viso complicato, ha compiuto miracoli in una settimana”. Etty sentiva più ordine e pace nella sua anima, e obbedì a Spier che le consigliò di tenere un diario. Questo diario, che racconta quasi tre anni di vita e di cammino verso la morte, è diventato il contro dramma, sconvolgente, illuminante, dello sterminio degli ebrei, come ha scritto J. G. Garlaandt nella prefazione all’edizione inglese. Etty nel novembre del 1941 sentiva “paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura”, ma nell’estate del 1942 era cambiata. “Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Continuo a lavorare e vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato”. Questo diario è molto più di una testimonianza di vita ardente e di forza morale in anni che andavano veloci verso l’abisso (Etty morì ad Auschwitz, insieme alla sua famiglia, dopo pochi mesi dalla deportazione, ma da un finestrino del treno che la portava via per sempre, per essersi rifiutata di scappare, riuscì a gettare una cartolina, che fu raccolta e spedita dai contadini: “Abbiamo lasciato il campo cantando”), è un capolavoro poetico ed è un manifesto di altruismo radicale, ma raggiunto passo dopo passo, giorno dopo giorno attraverso un cammino interiore che lascia senza fiato per quanto è limpido, deciso e mistico ma senza mai perdere l’umanità, gli occhi posati sulle persone. I sopravvissuti del campo hanno confermato che Etty fu sempre una persona luminosa, che portava la tintura per capelli alle ex soubrette disperate, che aiutava le madri con i bambini piccoli, trovava scarpe per chi non ne aveva più. “Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi. Nella mia vita c’è posto per tante cose”. Questo diario, che è passato di mano in mano fino al 1980, è la ricerca dell’umano, del davvero umano, dentro la disumanità, e con l’inumano che circonda ogni cosa. Quando ad Amsterdam ci fu la prima grande retata di ebrei, Etty decise di sua spontanea volontà di andare a Westbrok con i prigionieri, per non abbandonare gli esseri umani in pericolo, e con loro divise tutto, e offrì la sua forza e il suo sorriso. “La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo – così, per me stessa, senza riuscire a spiegarlo agli altri”. Lei, che si definiva “la ragazza che non sapeva inginocchiarsi”, e che si sentiva impacciata nella vita come nel sesso (“alla fine, il grido liberatore rimane sempre chiuso in petto per timidezza”), è riuscita a viaggiare in un mondo interiore in cui ha dominato la guerra, invece che venirne distrutta, ed è diventata grandissima, invece che restare annientata. Leggere questo diario, e anche le lettere (sempre pubblicate da Adelphi), per chi non lo avesse ancora fatto, è allora il compito più importante di questa estate.

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