Si può fare analisi divertendosi

Trasformare il dolore in un racconto, e quindi possederlo

Si può fare analisi divertendosi

Una volta due miei zii partirono per fare un viaggio insieme; partirono da Palermo per andare a Napoli. Senza scambiare una parola. Arrivati a Napoli, andarono sul Vomero e l’uno guardando il golfo dall’alto fece questo gesto (allarga il braccio come a mostrare il golfo che si stende di fronte a lui) e l’altro risponde con quest’altro gesto (come a dire: “Che meraviglia…”). Dopo questo scambio, tornarono indietro da Napoli a Palermo senza aver proferito nessun’altra parola. Va bene così? Se a loro piaceva, sì, perché no? Però la vita è breve, abbiamo tanto da dirci, parliamo!

Antonino Ferro, “Pensieri di uno psicoanalista irriverente, guida per analisti e pazienti curiosi” (Raffaello Cortina Editore)

 

 

Antonino Ferro pensa che gli esseri umani debbano sporcarsi quando si incontrano. Che debbano parlare, scambiare, e allo stesso tempo difendersi dall’inquinamento luminoso prodotto da tutto ciò che sappiamo e che impedisce di vedere le aree ancora sconosciute, un po’ come accade nelle città, inondate dalle luci notturne che ci rassicurano tanto e che pure amiamo. Ferro è stato presidente della Società psicanalitica italiana, e grande spazio della sua vita è occupato dalle vite dei suoi pazienti. Quelli che vanno in analisi, quelli che cercano risposte, per un dolore, per una incapacità, per un problema, per una curiosità profonda verso se stessi. In questo libro intervista a cura di Luca Nicoli, Antonino Ferro guida tutti, racconta a tutti, anche chi in analisi non è mai andato, fa innamorare tutti della possibilità di andare a sedersi, o a sdraiarsi, nella stanza d’analisi per capire che succede dentro la nostra testa. Parla di analisti e pazienti, e di desiderio verso l’analisi, ma anche di allegria, di euforia. “Si parla sempre del dolore, della sofferenza dell’analista, della sofferenza del paziente”. Ma è una monotonia questa liturgia della sofferenza, dice Ferro, che è contrario, da psicanalista, all’enfasi sul dolore. Perché lo scopo dovrebbe essere un altro, “che almeno uno abbia modo di divertirsi”. A me succede di vedere amiche uscire con gli occhi luminosi dalla seduta dall’analista, e ora che ho letto questo saggio ho capito finalmente il motivo: perché sono riuscite a trasformare il dolore in un racconto, e quindi a controllarlo, possederlo. “La trasformazione in narrazione, in racconto, in pensabilità, è comunque un passaggio che ci fa stare meglio rispetto al bruto evento di per sé. Quando riusciamo a trasformare qualsiasi realtà da bruto evento o fonte di bruta sensorialità in racconto, magari andiamo a finire in La cognizione del dolore di Gadda, ma meglio quello che sentire la testa presa a martellate”. Quindi ecco il piacere dell’analisi: riuscire a trasformare stati mentali disorientati e teste prese a martellate in un racconto, “che io spero sinceramente possa essere il più divertente, avventuroso possibile”. Perché sia così, perché l’analisi aiuti a comprendere l’avventura dell’esistenza, Antonino Ferro in questa guida acutissima e non soltanto teorica stabilisce delle regole che riguardano non solo noi che arriviamo tremanti nello studio di uno psichiatra, pronti a strapparci brandelli di carne e di cuore di fronte allo psichiatra imperturbabile. Anche gli analisti devono liberarsi dalla polvere, dall’immobilità, dal conformismo, e devono avere una vita mentale viva, andare al cinema, leggere, fidanzarsi, litigare, lasciarsi, non coltivare in nessun caso la dipendenza dai pazienti. Essere psicanalisti depressi non aiuta i pazienti. Essere psicanalisti allegri, vitali, è già un grande passo avanti. Antonino Ferro fa venire voglia di andare in analisi, e di continuarla, o di riprenderla, ma non per curarsi, per divertirsi.

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