Memorie di una signora perbene, Giuliana Ferri

Una quieta disgregazione in quarti di donna

Memorie di una signora perbene, Giuliana Ferri

La copertina del libro di Giuliana Ferri, “Un quarto di donna” (elliot edizioni)

Alzo lo sguardo. Vorrei mettermi dalla parte dei suoi occhi improvvisamente cerchiati, delle cose che vorrebbe dirmi e che non mi dice. Penso ai suoi gusti che non hanno mai trovato spazio nei miei, alla quiete che non gli ho dato: i risvegli pacati, lenti come una passeggiata, la vita addomesticata di premure, la stuoidità delle ore di riposo, a tutte quelle cose che ho sempre rifiutato cercando disperatamente qualche altra cosa.
Giuliana Ferri, “Un quarto di donna” (elliot edizioni)

Giuliana Ferri nacque a Roma nel 1923 e morì nel 1975, un anno dopo la pubblicazione di “Un quarto di donna”, che uscì la prima volta per Marsilio, e poi per Einaudi. Erano appunti, anzi era il diario di una signora borghese, sposata, con due figli, che lavorava e viveva e pensava intensamente alla politica e ai cambiamenti sociali, ma scriveva in un modo intimo e distaccato insieme, guardava se stessa vivere, uscire, parlare con le amiche dal parrucchiere, incontrare un amante in un motel fuori Roma e infastidirsi per il suo linguaggio e per i gesti (“Una differenza sostanziale ci divide, ci isola l’uno dall’altro, la sua coscienza del reale e il mio estremismo morale da signora perbene avvolto nell’elemento spurio della dolcezza che mi perseguita”), amare i figli e il marito avendo sempre davanti agli occhi “la mia vita quale è”, con l’insoddisfazione e la libertà, l’aborto e le chiacchiere banali la sera a cena, ma lo stesso il bisogno di ricominciarle la sera dopo. “Il mio globo mi piace, anzi lo amo e lo riamo continuamente. L’ho voluto così, pulito scarno, abbondante di valori, inzeppato di principi, cresciuto nel suo tempo, pieno di buone intenzioni, frettoloso. Così frettoloso che certe volte mi scappa dalle mani”. Queste memorie ordinate per capitoli che riguardano la vita di ogni giorno, una vita che potrebbe essere nostra, nella fase eroica e nelle deviazioni (Risveglio, Dopo cena, Mio figlio, Ritorno, Estate, Viaggio, Ammalata e così via) escono totalmente dall’ideologia, ma stanno faccia a faccia, malinconicamente, con gli ideali.

Giuliana Ferri lavora a Roma, è una giornalista e si occupa di politica, suo marito dirige l’Istituto Gramsci, lei guida una Cinquecento blu, fuma molte sigarette, una dopo l’altra, sembra una ragazzina e suo marito la mattina l’aspetta in strada per fare un tratto insieme, fino a prendere il caffè. Ma i bambini piangono, soprattutto il piccolo, “piange sempre più forte che può, due volte al giorno, tre quando esco la sera”. “Apro la porta, chiudo la porta. Si sente urlare attraverso la porta. Vorrei aspettare e vedere quanto dura. Penso che non si può vivere così, che si deve vivere o morire ma non rovinare tutto. L’ho letto da qualche parte. Ho bisogno che qualcuno si avvicini e mi dica che sono una gran brava persona”. Si deve vivere o morire ma non rovinare tutto, anche prendendo un quarto alla volta e mai un intero. Un quarto di donna significa che non si è mai, interamente, totalmente, in un posto solo, in un modo solo, perché si trabocca di curiosità e di desiderio, di ideali e di delusioni, di esigenze che danno il via a tutto il resto. “Frantumo la serenità che mi sta a portata di mano e quel che è più strano riesco a raggiungerla solo quando mi trovo invischiata in reali contrarietà: una ferita, una malattia, una minaccia per un figlio e io di colpo mi libero dei miei quarti di pensiero per dedicarmi interamente alla mia realtà e operare in essa”. Purtroppo, dopo molti anni, con la convinzione desolante che l’amore stia sempre un passo più in là del punto in cui si vive.

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