Svetlana Aleksievic e gli ultimi testimoni, bambini che giocavano con una testa di bambola

Il racconto della guerra fatto dai bambini, sopravvissuti e diventati adulti che non volevano ricordare

Annalena Benini

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Svetlana Aleksievic e gli ultimi testimoni, bambini che giocavano con una testa di bambola

Eravamo affamati e camminavamo a fatica. Avevamo le gambe a pezzi. Camminavamo e un partigiano mi chiede: “Cosa vorresti trovare sotto l’albero? Delle caramelle, dei biscotti? Un pezzetto di pane?”. Gli ho risposto: “Una manciata di proiettili”. Odiavo talmente i tedeschi… per la mamma… per tutto… Ricordo che dopo la guerra al villaggio avevamo un solo abbecedario e che il primo libro che ho trovato da leggere era un manuale di esercizi di aritmetica. Lo leggevo come se fosse una raccolta di poesie.

            Sasa Kavrus, 10 anni

            Oggi: ricercatore in Filologia

 


  

Oggi era il 1985, l’anno in cui “Gli ultimi testimoni” di Svetlana Aleksievic (Premio Nobel per la Letteratura nel 2015) veniva pubblicato, e censurato dal regime sovietico. Il racconto della guerra fatto dai bambini, sopravvissuti e diventati adulti che non volevano ricordare, ma poi si sbloccavano, e dicevano della mamma che era così bella e non capivano perché allora le avevano sparato in faccia, e perché l’avevano seppellita nella sabbia, con tutti quei coleotteri. “Ormai ho compiuto cinquantun anni e ho dei figli miei, ma lo stesso vorrei ancora la mia mamma”, ha detto Zina Kosjak, parrucchiera, che nel 1941 aveva otto anni e per tutta la guerra ha raccolto l’ortica  per cucinarla, e tutta l’erba che trovava, ha fatto la posta a un topo per mangiarlo, e ha aspettato di ritrovare sua madre, ma sua madre era scomparsa sotto i bombardamenti. Svetlana Aleksievic ha ascoltato gli ultimi testimoni: i bambini e ragazzi bielorussi e russi, quando nel 1941 le truppe tedesche occuparono Minsk, e loro avevano i loro occhi di bambini sull’orrore.

 

Bambini portati in mezzo a un fiume e gettati nell’acqua, e colpiti sulla testa con i remi perché non annegavano. Bambini costretti a guardare da vicino i genitori fucilati gettati nelle fosse, e costretti anche a ridere forte, pena la fucilazione. “Nessuno ci coccolava, ma non piangevo mai pensando alla mamma. Nessuno dei ragazzini che mi stavano accanto aveva la mamma. Non ci veniva neppure più in mente quella parola. L’avevamo scordata”, Anja Gurevic aveva due anni e sua madre le aveva messo un bigliettino in tasca con il suo nome e l’anno di nascita e le aveva detto: “Va!”, in una casa dove accoglievano solo i bambini rimasti senza genitori. “Tutto il mio destino era appeso a quel non voltarmi”. Anja ha ritrovato sua madre nel 1946, ha giocato per tutta l’infanzia con una testa di bambola, e ha avuto la prima palla per giocare a diciotto anni, se l’è comprata con la prima paga della fabbrica di orologi. “L’ho portata a casa e l’ho appesa nella sua reticella sopra lo scaffale. Ormai ero adulta e mi vergognavo a portarla in cortile, così me ne stavo in casa a contemplarla”. Questo libro raccoglie centinaia di testimonianze, i ricordi di bambini che erano diventati leggeri come uccellini, bambini torturati in quanto “comunisti”, bambini nascosti nei fossi, con il padre sopra a proteggerli, bambini in mezzo alle persone impiccate. “Il mio fratellino piangeva per la fame”, racconta Marija che aveva sette anni, “una volta gli ho dato un morso per farlo smettere”. “Quando sentivo la parola ‘mamma’ scoppiavo sempre a piangere”. Bambini che hanno sentito il rumore che fa una testa quando viene spaccata. E che hanno fatto fatica a crescere. “Forse a causa dell’angoscia, credo. Non crescevamo perché quasi nessuno ci diceva mai delle parole affettuose”.

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