Essere abbastanza in gamba è l’ossessione di un adolescente che si prepara al salto in avanti

Passare da quella meravigliosa inconsapevolezza di sé all’ossessione di guardarsi dentro, e soprattutto in relazione agli altri: sentirsi peggiori

adolescenti

Essere adolescenti è un’esperienza sconcertante. Il mondo intero ci si spalanca con nuove opportunità sociali e intellettuali eppure, al tempo stesso, si richiude su di noi. Molti iniziano a concepirsi come individui a questa età: una mente imprigionata nel proprio corpo, protesa verso gli altri ma isolata per sempre da loro. All’improvviso ci rendiamo conto di dover accettare la mente che la natura ci ha dato e balena il sospetto che, se le cose dovessero andare storte, siamo abbandonati a noi stessi. David Bainbridge, “Adolescenti” (Einaudi Stile Libero)

E’ anche il momento in cui compare la propensione all’autoanalisi; nella mente di un ragazzino, dicono gli studiosi, c’è il pensiero occasionale, la preoccupazione frequente o il panico costante di non essere “abbastanza in gamba”. E’ la vetta autentica dell’esistenza umana, il momento in cui scompare però la gioia semplice di essere vivi, quel sentimento primario che fa sentire felici dentro una pozzanghera, e arrivano addosso i pensieri e la percezione degli sguardi o dell’indifferenza del mondo. Un ragazzino di dodici anni lunedì scorso è salito in camera sua dopo cena e con la tenda della finestra ha fatto un cappio e si è impiccato. L’ha trovato la sorella piccola, a Vittorio Veneto in provincia di Treviso, e ha chiamato la mamma, che stava sparecchiando la tavola. Il cuore aveva smesso di battere. Nessun motivo, nessun litigio, forse la paura della scuola, forse un compito andato male, forse un’angoscia grande per cose piccole che a un adulto sembra inspiegabile, perché abbiamo dimenticato quella sensazione che ci prendeva: salire su una montagna a mani nude e soli, e non esserne capaci. Sentirsi gli ultimi della terra, con la musica nelle orecchie, e non saperlo nemmeno raccontare. Cominciare a parlare di verifiche di storia e vedere gli occhi di nostra madre (uguale a me, che ho una figlia preoccupata per le verifiche di storia) vagare per la stanza, rincorrendo altri pensieri che sembrano più solidi, più urgenti. Passare da quella meravigliosa inconsapevolezza di sé all’ossessione di guardarsi dentro, e soprattutto in relazione agli altri: sentirsi peggiori.

David Bainbridge ha scritto nel suo saggio sugli adolescenti che fra i dieci e i vent’anni avviene una totale “ristrutturazione del cervello”, si apre un nuovo mondo, ma i cambiamenti mentali richiesti sono così profondi che gli adolescenti possono attraversare, durante la transizione, anni in cui i loro pensieri sono disturbati e inquietanti, pieni di confusione sulle prove da superare e di vergogna. Vergogna per un brutto voto, vergogna per un paio di scarpe che qualcuno in classe ha guardato con orrore, vergogna per essere inciampati sulle scale, vergogna per essere troppo bassi, troppo alti, troppo timidi. Sui gruppi Whatsapp di scuola non ci sono soltanto catene ed emoticon, ma anche guerre feroci di parole sprezzanti, e punizioni sociali terribili e veloci: tu non sei più nessuno adesso, ti elimino dal gruppo. Tu non vali niente. Ascolto questa frase spesso, nei litigi fatti di messaggi audio fra pre adolescenti, e mi sembra di una cattiveria immensa, e di immensa insensatezza. Li vedo piangere perché si sono dimenticati di comprare due fogli protocollo, e ridere dopo un minuto per un video musicale, e giocare con i pupazzetti. E tornare da un pomeriggio con gli amici felicissimi e con le guance accese, e dopo un istante chiudersi in camera con la faccia scura. Dire: non sono capace, ancora prima di cominciare. Questa tempesta è così misteriosa, sconvolgente e così profondamente umana che non la si può controllare, solo accogliere e accompagnare, con l’elmetto in testa e moltissimi occhi e fiducia che non durerà per sempre.

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