Alice Munro e il mistero di sé, nelle relazioni e nei tormenti. Svelare e nascondere, ecco la vita

Tredici storie in cui si interroga sul passato, sulle relazioni fra le persone, sui tormenti di una mente che non smette mai di pensare a quello che è stato e a quello che è cambiato, a quello che sembrava e invece era tutt’altro

Annalena Benini

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spilla

Foto di fox-and-fern via Flickr

Mi capita insistentemente di immaginarti morto. Mi dicesti che mi amavi, anni fa. E lo dissi anch’io, ero innamorata di te al tempo. Un’esagerazione.

            Alice Munro, “Dimmi se sì o no”

da “Una cosa che volevo dirti da un po’”


   

Alice Munro ha pubblicato questa raccolta di racconti, per la prima volta tradotti adesso in Italia per Einaudi da Susanna Basso, nel 1974, quando aveva quarantatré anni. Sono tredici storie in cui si interroga sul passato, sulle relazioni fra le persone, sui tormenti di una mente che non smette mai di pensare a quello che è stato e a quello che è cambiato, a quello che sembrava e invece era tutt’altro. “Il perdono in famiglia per me è un mistero; come sopraggiunge, come possa durare”. Nel racconto finale su madre e figlia, in cui la madre in chiesa si toglie la spilla che le tiene ferma la sottoveste per darla alla figlia a cui si è rotto l’elastico delle mutande, la spilla è un ricordo di molti anni prima, che precede probabilmente il rivelarsi di una malattia, e quel ricordo serve a riportare a galla tutto quello che si può. “Il problema, l’unico problema, resta mia madre. ed è ovviamente lei quella che cerco di afferrare; è per raggiungere lei che è stato intrapreso l’intero viaggio. A quale scopo? Per delimitarla, descriverla, illuminarla, celebrarla, per liberarmene; e non ha funzionato, perché incombe troppo da vicino, come ha sempre fatto. Perché è, come sempre, pesante, perché grava sopra ogni cosa, eppure rimane indistinta, i suoi contorni fluttuano e sfumano”. Ci sono i ricordi, e c’è la vita come credevamo che fosse mentre stavamo vivendola. La figlia che pretende dalla madre l’elastico per le sue mutande, come un diritto sacrosanto dentro una sua personale disgrazia, e dopo pochi istanti, per la prima volta, è costretta a interrogarsi sul braccio di sua madre, che trema, e a cui lei non aveva mai pensato, ma il pollice batte senza sosta contro il palmo, e quell’estate sua madre doveva avere quarantuno o quarantadue anni (“grossomodo l’età che ho io adesso”). “Finché visse, passo dopo passo in tutti i cambiamenti che subì, e anche dopo che mi fu data la spiegazione clinica di quello che le succedeva, rimasi comunque segretamente convinta che fosse lei a dare il suo nullaosta. Mi sembrava che lo facesse per ragioni sue; ostentazione, in un certo senso, e anche vendetta, in un certo senso. Più altri motivi, che a nessuno era dato di capire”. L’inganno di una mente che sta imparando a vivere si rivela anche nell’abbaglio sull’amore di un uomo, prima della scoperta di una verità umiliante, e il tentativo di minimizzarlo, di aggiustarlo. “Se tu fossi stato uno che incontravo quel giorno, o in quel periodo della vita, avrei potuto amarti? Non credo. Ti amavo perché mi rimettevi in contatto con il mio passato, con la me stessa ragazza che spingeva la carrozzina sui viottoli del campus, innocente fra colpe non mie. Se ero riuscita al tempo a innamorarti e adesso a riscuotere l’amore, allora lo spreco era stato meno del previsto. Decisamente meno. La mia vita non crollava in mille pezzi, non era perduta”. Scoprire qualcosa di sé, nascondendo qualcos’altro di sé, è tutto quello che si fa vivendo.

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