Zitelle, ovvero quando un letto comodo e la libertà sono un marito migliore dell’amore

Vi siete conquistate delle stanze tutte per voi nella casa che finora era solo degli uomini. Siete in grado, pur non senza grandi sforzi e fatiche, di pagare l’affitto. Guadagnate le vostre cinquecento sterline all’anno. Ma questa libertà non è che l’inizio; la stanza è vostra, ma è ancora spoglia. Dev’essere arredata, dev’essere decorata, dev’essere condivisa. Come l’arrederete? Come la decorerete? Credo che queste siano domande della massima importanza e interesse. Per la prima volta nella storia siete in grado di decidere da sole quali dovranno essere le risposte.
Virginia Woolf, “Professioni per le donne”, 1931

 


 

Quando Edna Millay, importante poetessa americana, che nel 1923, a trentun anni, vinse il Premio Pulitzer, scriveva questi versi: “E se ti ho amato mercoledì, / Be’, che significa?/ Non ti amo giovedì – / E’ questa la verità”, raccontava qualcosa di sé, della sua vita audace nei primi decenni del Novecento, nei quali era riuscita a farsi strada da sola (grazie ai buoni compensi di Vanity Fair a ventotto anni prese in affitto un appartamento tutto per sé, e non sposò nessuno dei suoi spasimanti). Diceva, poi, nelle interviste, con civetteria, di essere stata “una cattiva ragazza”. “Se non posso dispiacermi, tanto vale che io sia felice”. Edna Millay è una delle “ispiratrici” di un saggio/memoir molto orgoglioso e molto appassionato in cui l’autrice agita come una bandiera e cerca di riabilitare culturalmente e sentimentalmente la parola “zitella”.

 

“Zitelle” (titolo originale: “Spinster”, appena pubblicato in Italia da Sonzogno) è stato per il New York Times uno dei migliori libri del 2015, per il fascino che Kate Bolick (scrive sul New York Times e sull’Atlantic, insegna alla New York University, e ha l’aria di una ragazza da sposare) ha saputo infondere all’immagine di una vita in cui non esistono mariti che appena svegli allungano una mano per prendere una sigaretta, ma esistono invece letti comodi dentro cui strisciare nude e ubriache e puzzolenti di fast food a qualunque ora del mattino. Anche Edith Wharton non permetteva che nessun marito occupasse una metà del letto, perché lei a letto scriveva, “dopo il bagno e prima della colazione”, fino a mezzogiorno, a mano, fino a che la sua segretaria raccoglieva quella confusione di fogli da terra e li riordinava battendoli a macchina: così nacque “La casa della gioia”, che la rese famosa, libera, sola.

 

Un misterioso e allettante “zitella dream”, scrive Kate Bolick, che serpeggiava nel mondo già da secoli, con fidanzati che non si fermano troppo a lungo, e spazzolini da denti incondivisibili, nessuna camicia da stirare. Storicamente, o almeno fino a che la domanda si facevano tutte era: quando ti sposi?, il non matrimonio è stato il sogno di una “donna ambigua” (espressione scelta dalla studiosa Carolyn Heilbrun per quante scelgono di non far ruotare la vita attorno a un uomo): come Louisa May Alcott, l’autrice di “Piccole donne” che nel 1868, il giorno di San Valentino annotò sul suo diario di aver appena finito di leggere un articolo intitolato “Donne felici”. “Metto nella mia lista tutte le zitelle indaffarate, utili e indipendenti che conosco – scrisse Alcott – perché, per molte di noi, la libertà è un marito migliore dell’amore” (“Liberty, a Better Husband”, è il titolo del primo studio storico sulle pioniere della zitellaggine).

 

E’ un manifesto, forse non più necessario, non più scandaloso, ma utile a ricordare quanto è bello dormire fino a tardi il sabato mattina, e anche la domenica pomeriggio a volte, e stare al centro di se stessi senza bisogno di fingere di avere la febbre. Nel 1990 Mary Olivier scrisse una poesia intitolata The Summer Day, che si conclude con una domanda: Dimmi, che cosa pensi di fare/ della tua unica vita, selvaggia e preziosa?

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