Elena Ferrante e la frantumaglia, che fa venir voglia di correre a frugare fra le pagine dei romanzi

Ha separato la vita di tutti i giorni dallo scrivere, ha tenuto lontani i suoi romanzi dalla sua esistenza, “per un desiderio un po’ nevrotico di intangibilità”, ha detto. Ma soprattutto perché “quando si scrive non bisogna mai mentire. Nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile, pena la vacuità delle pagine.
Elena Ferrante e la frantumaglia, che fa venir voglia di correre a frugare fra le pagine dei romanzi

Cara Sandra, (…) ti voglio solo confidare che la mia è una piccola scommessa con me stessa, con le mie convinzioni. Io credo che i libri non abbiano alcun bisogno degli autori, una volta che siano stati scritti. Se hanno qualcosa da raccontare, troveranno presto o tardi lettori; se no, no. Esempi ce ne sono abbastanza. Amo molto quei misteriosissimi volumi d’epoca antica e moderna che non hanno un autore certo ma hanno avuto e hanno una loro vita intensa. Mi sembrano una sorta di portento notturno, come quando da piccola aspettavo i doni della Befana, andavo a letto agitatissima e la mattina mi svegliavo e i doni c’erano, ma la Befana nessuno l’aveva vista. (…) Mi è rimasta questa voglia infantile di meraviglie piccole o grandi, ci credo ancora.
Elena Ferrante, 21 settembre 1991 da “La frantumaglia”, nuova edizione e/o

 

 

Elena Ferrante scriveva in questa lettera ai suoi editori che non aveva intenzione di fare nulla per promuovere il suo romanzo “L’amore molesto”, perché aveva già fatto abbastanza: l’aveva scritto. E nelle lettere e nelle interviste dei successivi venticinque anni ha ripetuto, con pazienza, questa regola semplice. Ha separato la vita di tutti i giorni dallo scrivere, ha tenuto lontani i suoi romanzi dalla sua esistenza, “per un desiderio un po’ nevrotico di intangibilità”, ha detto. Ma soprattutto perché “quando si scrive non bisogna mai mentire. Nella finzione letteraria è necessario essere sinceri fino all’insostenibile, pena la vacuità delle pagine. E’ probabile che separare nettamente ciò che siamo nella vita da ciò che siamo quando scriviamo aiuti a tenere a bada l’autocensura”. Nascondere un’esistenza offre in cambio la massima libertà di scrittura. Non libera dalla vanità, o dalla speranza che i libri arrivino al cuore di molti, o dal piacere dei riconoscimenti e dalla rabbia per i pettegolezzi, ma regala la possibilità di dire: tutto quello che sono, tutto quello che ho, è lì dentro, l’ho scritto. Tra Delia e Amalia de “L’amore molesto”, Olga e Ilaria de “I giorni dell’abbandono”, Lila e Elena de “L’amica geniale”, Leda de “La figlia oscura”. Così adesso che “La frantumaglia” è stato appena ripubblicato in una versione ampliata che raccoglie tutte le lettere, i pensieri, le interviste, le scuse per avere deciso di non dare più nessuna intervista, si segue un filo nuovo nella lettura, ed è il filo dell’evoluzione di Elena Ferrante, che acquista sicurezza e forza e si lascia andare negli anni a un racconto di sé (“conosco un numero smisurato di canzoni”), a un autoritratto che per i lettori è importante, ed è molto più che abbastanza: ogni passaggio fa venir voglia di andare di nuovo a frugare tra le pagine dei romanzi, per ritrovare la relazione fra Elena e Lila, quella subalternità da cui Elena ricava una brillantezza che abbaglia Lila, per scoprire che cos’è la frantumaglia. La frantumaglia è un’altra rivelazione di sé, arriva dal vocabolario della madre, una parola in dialetto “che usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressione contraddittorie che la laceravano. La frantumaglia (lei pronunciava frantummàglia) la deprimeva. A volte le dava capogiri, le causava un sapore di ferro in bocca. (…) La frantumaglia era misteriosa, causava atti misteriosi, era all’origine di tutte le sofferenze non riconducibili a una sola evidentissima ragione”. I personaggi di Elena Ferrante si affacciano sulla frantumaglia, a volte piangono lacrime di frantumaglia, sentono un ronzio nella testa come Olga de “I giorni dell’abbandono”, sentono “la smarginatura”, come Lila, e quel ronzio misterioso, quell’improvvisa dissolvenza dei margini delle persone e delle cose vengono compresi immediatamente dai lettori, dalle lettrici, che non hanno bisogno d’altro per sapere chi è davvero Elena Ferrante. Ma chi volesse a ogni costo rispondere a domande sulla reale esistenza di questa scrittrice, sul suo essere o non essere una donna, dovrebbe soltanto leggere “La frantumaglia”, e non avrebbe più nessun dubbio.

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