Suso Cecchi d’Amico scrive a Lele e lo guarisce raccontandogli la vita, i film e il loro grande amore

All’inizio del dicembre 1945, a Roma, Suso Cecchi d’Amico aveva 31 anni, suo marito Lele d’Amico quasi 33 e la tubercolosi. Lele, allora aspirante musicologo, andò in un sanatorio svizzero, dove restò ricoverato per sedici mesi.

Ebbene se proprio potessi fare quel che mi sembra perfetto vorrei venire a rapirti. L’idea di venire da te a orario, di non poterti avere con me quando ti vorrei, mi asciuga la bocca. Mi prolunga quest’incubo di razione, di turno di luce, orario del gas, giorno dell’acqua. Vorrei un’orgia di disordine: andare in slitta quando ci pare alzarsi quando se ne ha voglia. Solo nella massima possibilità di disordine io potrò ritrovare il piacere dell’ordine.
Suso Cecchi d’Amico, lettera al marito

“Suso a Lele, lettere” (Bompiani)

 

All’inizio del dicembre 1945, a Roma, Suso Cecchi d’Amico aveva 31 anni, suo marito Lele d’Amico quasi 33 e la tubercolosi. Lele, allora aspirante musicologo, andò in un sanatorio svizzero, dove restò ricoverato per sedici mesi. Suso rimase a Roma con i due figli piccoli (Masolino e Silvia, che hanno curato questa antologia, e che nelle lettere sono chiamati “i picci”), con i parenti, gli amici di sempre, una stufa per l’inverno, la necessità di trovare i soldi per mantenere la famiglia e anche di costruire un mondo di piccole cose allegre da raccontare a suo marito, per lettera, ogni giorno. Più di trecento lettere, scritte a mano su foglietti ripiegati in quattro per non perdere lo spazio, lettere scritte la mattina e anche la sera per dare a lui la buonanotte, per sentirlo accanto nel letto (“Ed ecco che ho finito il foglio e non ti ho detto del bene che ti voglio amore mio caro. Buonanotte. Scrivimi tanto e fammi la corte”) e tutti gli aneddoti sugli amici e i figli e le galline sul terrazzo e il lavoro, che lei cominciava a inventare per bisogno, talento e allegria. Suso Cecchi d’Amico, morta nel 2010, è tra i più importanti sceneggiatori della storia del cinema italiano, e proprio in quei sedici mesi senza il marito e spesso senz’acqua e senza luce, nel 1945 a Roma, ha cominciato a scrivere traduzioni, poi articoli con pseudonimi, aspettando con trepidazione il giorno della paga e raccontando a suo marito ogni dettaglio: Ennio Flaiano che la aiutava a trovare lavori e che lei, dopo, a sua volta aiutava a guadagnare qualcosa, Castellani, Moravia, Nino Rota, le tate, gli scrittori, le attrici, i musicisti, i produttori, l’esplosione del Dopoguerra e l’attesa delle lettere e delle pochissime telefonate. “La telefonata di ieri mi rimise al mondo. Farò un salvadanaio pro telefonate e ogni tanto questa felicità me la concedo. Sentivo la tua voce così limpida, allegra, stare per un poco legati allo stesso filo; che bellezza, amore caro. Ero ridotta un fascio di nervi e dopo la telefonata ero una farfalla”. Suso Cecchi d’Amico diventava una farfalla nelle lettere per il marito, per rallegrarlo e non fargli pesare quella distanza e gli chiedeva perfino scusa di essere così indaffarata, a scrivere e a fare la madre e la massaia. La vita sembrava allora un’avventura, tragicomica il più delle volte, e Suso la raccontava così, in un modo buffo e appassionato, come se niente potesse davvero andare storto finché loro due si volevano così tanto bene e i bambini erano contenti e aspettavano fiduciosi il ritorno del padre, e gli amici passavano a casa a salutare, c’era qualcosa di bello da vedere a teatro e a Roma, anche d’inverno, arrivava il sole a riscaldare tutto. Una volta soltanto Suso scrisse al marito: “Va a finire che sono brava sul serio”, stupita a un certo punto delle richieste che riceveva in continuazione, stupita che tutti si innamorassero delle cose che scriveva: “Il soggetto-sceneggiatura mio per intendersi ha un tale successo da preoccupare. C’è la processione di richieste di soggetti e lavoro”. E’ contenta, ma in un modo sbadato e trafelato, e anzi “perdonami tutta questa cinematografia che ti sciorino”. E in mezzo l’uomo del gas, la febbre dei bambini, la gamba della madre, la farmacia, il sonno perduto, il freddo, l’umorismo (“da quando ti ho detto che ho i capelli bianchi hai presto un tono più austero. O sparisce l’austerità o me li tingo”) e una sola cosa davvero importante, ripetuta in ogni lettera per sedici mesi: “Ma non capisci che è tutta una questione di volersi bene? E uno vale quello che il bene degli altri lo fanno valere? A stasera amore caro a stasera. Abbracci baci a diluvio, Suso”.

 

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