L’unica verità certa nella vita assassina di Salah è che ha scelto di non morire per lo Jihad.

Al momento degli attentati avevo una cintura esplosiva. Io guidavo: dovevo andare allo stadio a farmi esplodere con i miei complici. Tuttavia ho rinunciato quando ho parcheggiato: ho lasciato scendere i passeggeri, ho vagato a caso e ho parcheggiato l’auto, non so dove.
L’unica verità certa nella vita assassina di Salah è che ha scelto di non morire per lo Jihad.

Al momento degli attentati avevo una cintura esplosiva. Io guidavo: dovevo andare allo stadio a farmi esplodere con i miei complici. Tuttavia ho rinunciato quando ho parcheggiato: ho lasciato scendere i passeggeri, ho vagato a caso e ho parcheggiato l’auto, non so dove.
Salah Abdelsam, dichiarazioni alla polizia

 

Hanno capito già tutti, anche un avvocato difensore prima loquace e adesso imbarazzato, che Salah Abdelsam, ventisette anni, uno degli attentatori di Parigi, arrestato dopo mesi di racconta molte bugie e non intende collaborare e probabilmente da quell’appartamento stava organizzando gli attentati di Bruxelles. L’unica cosa sicuramente vera nella giovinezza assassina ed esaltata di questo ragazzo belga di origine marocchina, fratello minore di Brahim, saltato in aria per uccidere, è che non si è fatto esplodere. Ha lasciato che gli altri scendessero dall’automobile, e forse aveva già deciso di cambiare il suo destino, quella sera a Parigi. Ha buttato la cintura esplosiva in un cestino della spazzatura e se n’è andato. Scrive le Monde che Salah è bugiardo anche perché non ha riferito l’altra versione: non aveva abbastanza liquido per farsi saltare in aria. Ma forse questa è una bugia per l’altra metà del mondo, adatta a non farsi disprezzare, magari anche uccidere, dai complici. Dire: non volevo morire, ero felice di mangiare pizze e bere tè e guardare fuori dalla finestra, a volte, e parlare con quella ragazza che è innamorata di me, non è pensabile. Non si può desiderare altro che saltare in aria, non esiste il sollievo di essere vivo e non avere ucciso nessuno, soprattutto non c’è nessuno che dica: non farlo. Non c’è quella poesia di Boris Vian, “Le déserteur”, a indicare un’altra strada. Tempo fa il New York Times ha raccontato la storia di un ragazzo siriano, quattordici anni, che aveva addosso una cintura esplosiva e stava per farsi esplodere a Baghdad, in Iraq, dopo un addestramento durato qualche mese. Avevano chiesto, a lui e ad altri: volete essere combattenti o suicidi?, e lui aveva alzato la mano: suicida. Perché aveva già deciso di non farlo. Perché sua madre lo chiamava ogni giorno singhiozzando. Perché aveva visto i suoi formatori fumare mille sigarette, fare sesso fra di loro dietro le tende nel deserto, decapitare e uccidere persone innocenti invocando il paradiso di Allah. Perché a quattordici anni, nonostante il lavaggio del cervello, aveva capito che la vita era meglio. L’avevano svegliato scuotendolo: in piedi, è ora di andare. Tè e kebab prima di legarsi la cintura addosso, a quattordici anni. Arrivato all’obiettivo, una moschea sciita, il ragazzo ha aperto la giacca, alzato le mani e ha gridato: ho un giubbotto esplosivo, non voglio saltare in aria, e la polizia lo ha disinnescato. Lui non ha fatto vittime, essendo egli stesso una vittima, e ha avuto il coraggio e la furbizia di ribellarsi. Ma c’è un video, girato con i cellulari dai compagni di Jihad, di un altro ragazzo che cerca di sorridere mentre saluta tutti, abbraccia tutti un’ultima volta prima di infilarsi in una specie di carro armato carico di esplosivo, in Siria, e farsi esplodere in un villaggio. Non può avere più di sedici anni, ha un berretto in testa, gli altri hanno le magliette con le maniche corte. Lo abbracciano e lo stringono, lo baciano, tutti ragazzi come lui, hanno l’aria allegra di chi è convinto che la vita sia quella: la morte, la missione, il paradiso. Il ragazzo sta per crollare, è contento di quelle effusioni, si appoggia alle braccia come per farsi trattenere, ma non lo trattiene nessuno. Non può nemmeno scappare. Si infila in quel carro, resta fuori soltanto la testa, per un po’, mentre i compagni lo riprendono, inneggiano a qualcosa, festeggiano la morte e lo sterminio imminente. Lui piange come il bambino che è, piange disperato, impaurito, rassegnato. China la testa e si infila lì dentro per sempre. Non c’era una madre a dirgli: scappa. Una ragazza a dirgli: ti amo. Dopo poco, l’esplosione, la nuvola di fuoco e fumo, altri morti e il cielo sempre identico.

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