La Tangentopoli del sesso e l'onere del provino. Addio a Titta Madia

Al direttore - Abbiamo ribaltato l’onere del provino.

Giuseppe De Filippi

Nella Tangentopoli del sesso ogni accusa diventa sentenza, ogni delazione diventa condanna, ogni pettegolezzo diventa una gogna. Sommate tutto questo al mondo in cui ci troviamo, sommate tutto questo alla democrazia del clic, all’assalto ai corpi intermedi, al circo mediatico-giudiziario, alla trasformazione in verità di tutto ciò che è virale, e avrete un’immagine ottimistica dei prossimi mesi dell’Italia, e forse non solo dell’Italia.


  

Al direttore - Se n’è andato, senza preavviso, il principe del foro Titta Madia. “Sei un fulmine di guerra”, leggo e rileggo gli ultimi messaggi scambiati pochi giorni or sono. Gli chiedevo di Tulliani, il cognato per antonomasia, Titta era il suo difensore. E’ stato un avvocato di razza, un fine giurista, un tetragono paladino del diritto di difesa per tutti, in primis per i colpevoli. Lo conobbi ai tempi del caso Abu Omar, lui difendeva il generale Nicolò Pollari. Per me fu una scoperta fortunatissima, per lui una autentica disgrazia, giacché da allora la giovane cronista non ha mai smesso di importunarlo ogni volta che abbisognava di un parere, di una nozione o, più semplicemente, del suo impareggiabile punto di vista. Amico di Israele, curioso della gioventù, l’avvocato Madia ha sostenuto il movimento “Fino a prova contraria”, è stato per me dissipatore di dubbi e affabile conversatore al tavolino del suo adorato bar Faggiani. Un uomo di altri tempi. Sit tibi terra levis.

Annalisa Chirico

Era un nostro amico. Un amico del Foglio. Una persona speciale. Un bacio.


      

Al direttore - Il progetto politico di Carles Puigdemont è finito perché dalla Catalogna non lo sta seguendo nessuno: quelli che lo incitavano nelle piazze, assistono ora in silenzio mentre il loro liberatore rischia il carcere. L’ex presidente catalano avrebbe dovuto chiedere l’asilo politico in Italia, dove un permesso per protezione umanitaria non si nega a nessuno, vengono pure dati 35 euro al giorno a ogni richiedente ed è previsto un confortevole soggiorno in albergo.

 

Roberto Colombo


     

Al direttore - Ospite di Bianca Berlinguer, Walter Veltroni ha raccontato la trama di “Quando’’, il suo ultimo romanzo. Un giovane, mentre partecipa ai funerali di Enrico Berlinguer, è vittima di un grave incidente in conseguenza del quale rimane in coma per trent’anni. Al suo risveglio, deve “riabilitarsi’’ ai tanti cambiamenti intervenuti. A parte il fatto che – come ha sottolineato Maurizio Crozza in “Fratelli di Crozza” – l’idea è stata presa pari pari dal film tedesco “Goodbye Lenin’’ (quella della suora, che lo assiste amorevolmente, addirittura dal film cult di Dalton Trumbo “E Johnny prese il fucile’’), Veltroni non ha considerato un aspetto decisivo. Da noi, questo signore avrebbe condiviso la sorte di Eluana Englaro, con tanto di sentenze e cori mediatici osannanti al diritto (degli altri) di scegliere (per lui).

Giuliano Cazzola


    

Al direttore - Vedo che sul tema del ritardo dei dati Auditel si è molto discusso e si è molto complottato. Alla fine però i risultati sono arrivati e mi sembrano significativi: Giletti ha fatto quasi il 9 per cento, Fazio ha fatto poco più del 13 per cento. Forse la Rai, a un costo più basso, avrebbe fatto meglio a tenersi Giletti in prima serata e a regalare Fazio a La7. No?

Marco Mercati

Fare un buon risultato non significa fare un buon programma e Giletti andava bene anche quando aveva l’Arena sulla Rai. Il dato interessante è che l’Italia della cagnara e della caciara (che oscilla tra il 9 per cento di Giletti, il 14 per cento di Fazio, l’11 per cento delle Iene) è un’Italia ancora lontana dall’Italia della forza tranquilla della serialità televisiva: Rosy Abate, su Canale 5, ha fatto il 20,19 per cento di share, 4.920.000 spettatori, il doppio delle “Iene”, il doppio di Giletti, il doppio di Fazio. Verrebbe da dire che c'è ancora lo spazio per trovare consenso attorno a un partito non della fazione ma se l'informazione televisiva continuerà a essere fatta seguendo l’agenda anti casta quello spazio è destinato a ridursi sempre di più. Occhio.


  

Al direttore - Mai come durante la sessione di bilancio è importante il ruolo degli arbitri della nostra democrazia parlamentare, cioè i presidenti delle due Camere. Eppure in entrambi il rispetto, o soltanto l’affetto, per l’esercizio del ruolo sembra cedevolissimo alle vanità di una scomposta ed esclusivamente personale campagna elettorale.

Luigi Compagna


 

Al direttore - Dario Argento ha svelato un mistero sul quale un po’ tutti ci stavamo interrogando: Asia non esce di casa per paura del Mossad. Per andarlo a dire in televisione avrà le sue buone fonti. Peraltro non è difficile immaginare le riunioni d’emergenza a Gerusalemme, i telefoni che squillano, la tensione che cresce, gli ordini secchi, gli sguardi che si fanno angosciati e gelidi perché consapevoli dei rischi dell’operazione “argento fuso”.

Valerio Gironi

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