Spacey e l'impazzimento dei puritani. Serve un Minniti a Ostia

Al direttore - Ora c’è anche il timbro della grande stampa borghese e con Panebianco diciamo: Berlusconi, w la diga!

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - “Nixon in China” fu opera post-minimalista e postmoderna di John Adams di un certo, discusso pregio e grande risonanza (progetto di Peter Sellars; Nixon un baritono, Kissinger un basso, Mao un tenore) sul viaggio del 1972 a Pechino dell’allora presidente americano. Vietnam & diplomazia del ping pong. Su Trump in Cina – Nord Corea & diplomazia del business – quale la colonna sonora? Ci fosse ancora Freddie Mercury, forse glam-rock. Una Beijing Rhapsody? Peccato ci abbia lasciati Mario Bortolotto, ne avrebbe scritto mirabili righe.

Luca Rigoni

 

Al direttore - Aggredire un giornalista e una troupe televisiva durante un servizio è un atto criminale non solo nei confronti di quelle persone ma di noi tutti, perché la libertà di informazione è una nostra libertà e un caposaldo della democrazia. Tuttavia, se fosse stato insultato ed aggredito (purtroppo succede) un parlamentare, in qualche articolo avremmo letto – magari tra le righe – che si era manifestata la comprensibile reazione del popolo sofferente per l’oppressione della Casta, la quale non vuole rinunciare al privilegio del vitalizio.

Giuliano Cazzola

 

Purtroppo sono due facce della stessa medaglia, contro la quale è naturalmente sempre necessaria una forte e sana presenza dello stato (e a Ostia, con i provvedimenti di ieri per il signor Spada, si è visto con chiarezza il tentativo riuscito di Marco Minniti, che forse dovrebbe trasferire per qualche settimana il gabinetto del ministero sul litorale romano, di far vedere che lo stato c’è). E purtroppo, quando si manifestano episodi come quello di Ostia, c’è chi è credibile nel condannare gli attacchi ai giornalisti e chi, sputando ogni giorno sulla stampa, mettendo ogni giorno alla gogna i giornalisti non amici, infilando i nomi dei cronisti nella lista delle persone da infamare, semplicemente non lo è. Difendere la democrazia significa difendere anche i simboli della democrazia. E chi considera i politici non amati e i giornalisti non amati come un problema per il proprio modo di intendere la democrazia forse ha un problema non tanto con quei giornalisti ma con la parola democrazia. You know what i mean.

 

Al direttore - Mi ero appena iscritto ad un corso di scrittura creativa e lei mi tira fuori la scrittura inclusiva di genere. Adesso non so che fare. Tra l’altro ho gli occhiali con una montatura decisamente maschile e qualche dubbio mi viene anche per la lettura.

Valerio Gironi

 

Al direttore - Forse sfugge ma, rispetto alla sua tangentopoli del sesso, le categorie “morali” che oggi la fanno da padrone sono quelle dello “sputtanamento” e del “sospetto” Mica per virtù intrinseca ma perché danno ottimi ritorni e buona visibilità. Le due cose più ambite nel clima “culturale” in auge. Il Foglio è tanto che mette in guardia, invita a discernere, a sottrarsi alla bulimia feroce del nulla spacciato come notizia. Parafrasando “insistere divinum est”.

Moreno Lupi

 

E non è finita qui. Ieri, la Scott Free Production, che fa capo al regista Ridley Scott, e la Imperative Entertainment, le due società che stanno producendo il film per la Sony Pictures hanno letteralmente cancellato il volto e il ruolo di Kevin Spacey dal film “Tutto il denaro del mondo”. Via. Finito. Cancellato. Benvenuti nella nuova epoca del processo senza processo, dove ciò che si è diventa più importante di ciò che si fa (cosa aspettiamo a ritirare tutti i premi di Charlie Chaplin) e dove un’accusa è ormai sufficiente a trasformare un accusato nel nemico pubblico numero uno della polizia del pensiero. Leggete sul Foglio di lunedì prossimo una grande Mariarosa Mancuso, proprio su questi temi.

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