Le previsioni di D'Alema. Dalla Rai spiegano il no alla Gabanelli

Al direttore - La notte degli Oscar.

Giuseppe De Filippi

 


  

Al direttore - Manovra a furor di pubblico: così un editorialino del Foglio del 31 ottobre denomina la legge di Bilancio. Bene. Ma la pioggia di “bonus” e di agevolazioni varie, giustamente rilevata, resterebbe pur sempre pioggia anche se si estendesse al privato nella misura auspicata. Dunque, la critica andrebbe diretta innanzitutto alle erogazioni di questo tipo che fanno impallidire l’asse della manovra, privo di punti di forza, quale sarebbe stata una forte azione per la crescita, per gli investimenti e la produttività, impiegando a tal fine gran parte delle risorse disponibili con l’obiettivo, innanzitutto, di stimolare l’occupazione. Già per le passate leggi di bilancio è stato dimostrato, dati alla mano, come sarebbero stati di gran lunga maggiori i benefici per il lavoro, se anziché ricorrere ai bonus, ci si fosse concentrati su investimenti e innovazione. Il fatto è che, questa, resta, deludendo non poco, una legge di transizione con l'obiettivo della preparazione del confronto elettorale, senza alcuna ambizione, se non quella, evidentemente, di passare “’a nuttata”. Già, dunque, bisogna pensare alla prossima legge di Bilancio? Ma non potrà, invece, accadere che in primavera – che sia formato o no un nuovo esecutivo post voto – si debba ricorrere alla quasi solita manovra integrativa, magari questa volta più corposa? Così si sposta sempre in avanti il tempo delle decisioni come con le clausole di salvaguardia? Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

  


  

Al direttore - 2017. Pensano di intervistare Calogero Mannino, e invece è Nino Mannino. 2015. Pensano di intervistare il questore Fontanelli ma “per un errore fortuito nella consultazione della rubrica” (sic) parlano con un perfetto sconosciuto. 2009. Travaglio fa il suo sermone del giovedì da Santoro contro Alfredo Vito salvo scoprire, perché qualcuno lo corregge in diretta, che l’ha confuso con Elio Vito. Lui si difende dicendo che comunque il concetto è quello. A luglio di quest’anno, Di Maio se la prende con il vitalizio di “un certo Boneschi”, ma Luca Boneschi è morto nell’ottobre del 2016, e si trova quindi in uno stato in cui è molto difficile percepire vitalizi. Se il Fatto è diventato l’organo ufficioso dei grillini non è perché “uno vale uno”. E’ perché uno vale l’altro.

Guido Vitiello

Sarà una campagna elettorale bellissima.

  


 

Al direttore - Max D’Alema disse, sussiegoso, tempo fa: “Di Francesco alla Roma, dopo Spalletti? Pessima scelta”. L’ex premier, certo, di grandi strategie, ne mastica più di Prodi e Veltroni. Ma, dopo la goleada, rifilata dai giallorossi al Chelsea, Matteo Renzi, con la Boschi, non può non esternare ottimismo e chiedere: “Maria Elena, e se il nemico, prima di Uolter e ora mio, ‘ci azzeccasse’ così pure in politica...”.

Un cordiale saluto.

Pietro Mancini

  

“Ah-ah! E’ impensabile che il dottor Berlusconi entri in politica. Deve occuparsi dei suoi debiti. Stia fermo, tanto prenderebbe pochi voti. Non siamo mica in Brasile!” (Massimo D'Alema, 1993). “Il governo o  si fa con Prodi  o si va alle elezioni” (Massimo D’Alema, 1998, pochi giorni prima di diventare premier, senza Prodi e senza elezioni). “Nichi Vendola è l’unico in grado di rilanciare un’idea di sinistra in chiave moderna, gli altri mi sembrano troppo disorientati” (Massimo D’Alema, maggio 2008). “Siamo tutti d’accordo sul superamento delle alleanze come ammucchiate di tutti contro qualcuno. Ora si tratta di farle sulla condivisione dei programmi” (Massimo D’Alema, maggio 2008). La Roma “non ha gioco e quest’anno è destinata a lottare per la salvezza” (Massimo D’Alema, 13 settembre 2017). Se lo dice Max…

 


 

Al direttore - Un premio Pulitzer smonta la grande fake tesi sul giornalismo obiettivo spiegando così la crisi di pianto di Milena Gabanelli e un’altra cosa che riveste una certa importanza. Procedo ripetendomi un po’ ma non se ne può fare a meno. Ci ripromettevamo di migrare da un mondo a quell’altro. Dal mondo della subordinazione diretta alle correnti di partito a quello dell’iperspazio di una media company. Processi produttivi che diventavano parte di piani editoriali, distribuzione multipiattaforma, trasversalità nella valorizzazione di prodotti delle reti associate. Prelievo ed elaborazione delle notizie riassemblate poi per rete, per canale, per target. Un grande sistema coeso, pubblico, di servizio. Una utopia alla vigilia di un confronto elettorale che avrebbe dovuto scegliere un futuro migliore in un contesto peggiore. Basti pensare al fatto che per la prima volta nella storia di questo paese la ripresa economica, ancorché non all’altezza di veri miracoli economici, comunque maggiore e più significativa dei risultati tedeschi o spagnoli, viene trattata come Cenerentola, quando il ciambellano le cercava il piede, relegata in uno scantinato. Si sente solo l’eco di un pianto, la voce insistente dell’eroico Marco Fortis. In quell’approccio visionario Milena accettò la vicedirezione del progetto digital. Ma le avevano promesso di più – dirà qualcuno – il fatto è che la promessa esplose insieme alla premessa e di quel mondo non resta niente. L’unico in piedi resta il consiglio d’amministrazione della Rai sulla cui testa scorrono veloci gli strali piccosi di Michele Azaldi e le nubi del vecchio e del nuovo ordinamento. Oggi, girata pagina, la Rai è in mano a Mario Orfeo che ha in chiusura un contratto di servizio e qualche mese di tempo per produrre un nuovo piano per l’informazione. Avremmo potuto credere che si rimanesse ancorati al legno e che la condirezione, 40 giornalisti, fossero sufficienti a trattenere in casa Milena che invece rilancia e chiede qualcosa di più, una quisquili,. 4 minuti in chiusura del tg1, e da sottrarre ai “Soliti ignoti”. Lo spazio che fu di Enzo Biagi, che non fu mai di Indro Montanelli e tanto meno di Italo Moretti. Fu di Enzo Biagi che a distanza di anni è un po’ tutti noi ma che allora rappresentava egregiamente l’intenzione per bene di chi governava il nostro paese. Non era prevista la neutralità. Ora anche volendo far finta di non capire è evidente che il consiglio di amministrazione della Rai chiamato alla responsabilità di indirizzo e di congruità potrebbe aver qualcosa da obiettare. Ma tutto si svolge sulla carta stampata: se la dicono e poi ridicono e noi aspettando che qualcuno ci rivolga la parola arriveremo alla fine del nostro mandato ma onestamente non sappiamo né come, né quando.

Guelfo Guelfi, cda Rai

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Commenti all'articolo

  • ales1950

    11 Novembre 2017 - 09:09

    Caro Direttore, abito a Firenze da 40 anni e ieri mentre ero in centro m'è venuta una folgorazione: possibile che in una città di cultura così importante come la nostra vi sia una delle più belle piazze che si chiama Santa Croce ? Perchè ancora nessuno s'è opposto a questa palese manifestazione di integralismo ? Pensate al disagio, per esempio, dei poveri Islamici . Si faccia, la prego, promotore di abolire tale intitolazione in nome del politicamente corretto e della società multietnica. Grazie.

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  • giantrombetta

    02 Novembre 2017 - 09:09

    C’era una volta una Rai che chi governava la Prima Repubblica stabili' dovesse garantire il massimo di garanzia democratica nella pubblica informazione attraverso la ripartizione politica delle tre reti: la prima alla Dc quale maggior partito di governo, la seconda ai socialisti e agli altri partiti laici minori partner di governo, la terza al Pci e al resto della sinistra di opposizione. Lo schema delle tre reti, che alla luce di quanto ricordato non si può negare avesse un senso, ancorché opinabile: due reti a chi pro tempore governa, una a chi pro tempore sta all’ opposizione, e’ rimasto in piedi. Non l’equilibrio nella ripartizione delle reti per assicurare un minimo è possibile pluralismo politico della pubblica informazione. Responsabile di questa quotidiana palese e grave distorsione e’ il Pd di Matteo Renzi. Far finta di nulla e’ sciagurata ipocrisia.

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  • furlaninterfan

    02 Novembre 2017 - 08:08

    Ci ho capito poco, ma questo è un mio limite. Ma non ci avrei capito meno, anzi forse avrei capito meglio, se lo avesse detto in modo meno prolisso.

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