Quando è ok il voto segreto? Gad scrive a Funiciello. Inciucio, che fesseria

Al direttore - Ho trovato davvero lucida e stimolante la riflessione di Antonio Funiciello da voi pubblicata ieri. Pone le domande giuste a una sinistra che non a caso, nel breve volgere di un quarto di secolo, ha reciso legami e dimezzato i consensi elettorali nelle classi subalterne da cui era stata generata. Proprio per questo mi stupisce che, in premessa, Funiciello tracci un ritratto del “suo” presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, così lontano dal vero. Cito testualmente: “Paolo Gentiloni, un liberaldemocratico schietto che con la tradizione socialista ha qualche contatto, ma nessuna diretta o indiretta discendenza”. Orbene, noi amici coetanei ricordiamo la formazione giovanile di Paolo Gentiloni nel Movimento lavoratori per il socialismo, confluito nel Partito di unità proletaria. Così come ne apprezzammo l’impegno giornalistico in Pace e Guerra sotto la direzione di Luciana Castellina, seguito dalla direzione di Nuova Ecologia, mensile dell’ambientalismo di sinistra. Anche quando avviò al comune di Roma la sua proficua collaborazione con Francesco Rutelli lo fece in nome e per conto di quelle componenti della sinistra. Insomma, il background di Paolo tutto è meno che liberaldemocratico. Quale inconscia pulsione muove l’autore nel figurarsi un Gentiloni così diverso? Forse una goffa ansia di modernità? Eppure Funiciello, pur criticando la linea politica di Jeremy Corbyn, nel suo saggio esprime ammirazione per la franchezza con cui il leader laburista denuncia le ingiustizie sociali e si propone di contrastarle. A noi che ormai abbiamo passato il traguardo dei sessant’anni fa bene confrontarci con le nostre origini, con le ragioni che ci motivarono da giovani nell’impegno politico. Non penso certo che Gentiloni possa diventare un Corbyn de noantri, figuriamoci, ma gli auguro di adoperarlo, quello sguardo lungo che la sua biografia gli consente.

Gad Lerner

 

Al direttore - “Il voto segreto è il rifugio dei deboli, dei senza carattere, degli indisciplinati interiori che al di fuori fanno i conformisti senza dignità… Una democrazia che si rispetta non ammette il voto segreto tranne per le questioni personali” (Luigi Sturzo, “Pensieri liberali”, Armando editore, 2000). Facendo un’analisi dei costi e benefici, non so se il ricorso alla fiducia per il Rosatellum sia stata una mossa brillante. Sono però convinto che la vera anomalia italiana sia costituita dall’abuso del voto segreto, più che del voto di fiducia. Beninteso, il fenomeno dei “franchi tiratori” è sempre esistito. Solo che ha cambiato natura.  Da espressione di piccole vendette personali, è diventato un’arma per far naufragare maggioranze e progetti di governo. E’ qui in discussione quel coraggio di manifestare pubblicamente la propria opinione che conferisce nobiltà alla politica: “[…] Io non voglio entrare nel merito dell’ammissibilità o meno di questo mezzo di votazione alla Camera. Però mi ripugna che si faccia richiamo, niente meno che nel testo costituzionale, a questo sistema particolare di votazione del quale si possono dire due cose: da un lato tende ad incoraggiare i deputati meno vigorosi nell’affermazione delle loro idee e dall’altro tende a sottrarre i deputati alla necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale, per quanto hanno sostenuto e deciso nell’esercizio del loro mandato” (Aldo Moro, Assemblea costituente, seduta del 14 ottobre 1947).

Michele Magno

 

Quando si parla di abuso del voto segreto bisogna però fare attenzione. Ad abolire il voto segreto, nel 1939, fu il regime fascista, con la legge che istituì la Camera dei fasci e delle corporazioni, e di per sé il voto segreto (che non a caso, ops, Beppe Grillo vorrebbe abolire) è uno strumento prezioso che garantisce la libertà di un parlamentare, per poter esercitare le sue funzioni senza vincolo di mandato. Oggi, dopo la riforma Spadolini del 1988, il voto segreto, reintrodotto con la Costituzione che impone ai parlamentari e ai senatori di votare obbligatoriamente in modo palese solo quando si tratta di votare la sfiducia o la fiducia a un governo, non è più così abusato ma ci sono ancora delle situazioni in cui l’abuso esiste. Una di queste, oggettivamente, è la legge elettorale, il cui voto può essere segreto alla Camera ma non lo può essere al Senato (viva il bicameralismo perfetto). La ragione per cui sulla legge elettorale, alla Camera, è consentito il voto segreto è legata al fatto che finora è stata considerata materia inscrivibile nei “problemi di coscienza” quella che in realtà è la più politica delle scelte parlamentari: il voto sulla legge elettorale. La fiducia è certamente una forzatura, sulla legge elettorale, ma la vera anomalia non è la fiducia: è non aver ancora rivisto quei regolamenti che permettono di votare in modo segreto quando in ballo c’è una scelta di natura squisitamente politica. Chiedere di non mettere la fiducia sulla legge elettorale più avere senso solo chiedendo contestualmente l’abrogazione del voto segreto su temi come la legge elettorale. La soluzione c’è e tra l’altro è stata depositata in un progetto di riforma del regolamento della Camera il 14 ottobre del 2014. Chiamateli se volete appunti per la prossima legislatura.

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