Italia, pessimismo e agenda Tafazzi. Una risposta dalla giunta di Torino

Al direttore - Sono diminuiti gli inattivi, mo’ so cazzi.

Giuseppe De Filippi

 

Siamo un paese dove le cose vanno meglio, e ogni giorno un po’ meglio. Ma siamo anche un paese dove in molti si sono specializzati a raccontare ciò che va male anziché ciò che va bene. Per questo, ogni volta che qualcosa va meglio, lo sport nazionale è sempre lo stesso: dire “sì però”, dire “va bene ma”, e dire insomma che le cose – anche se vanno meglio – potrebbero andare ancora meglio. Meriteremmo di essere il paese dell’agenda Giavazzi, ci ritroviamo ogni giorno a essere il paese dell’agenda Tafazzi.

  

Al direttore - In relazione all’articolo pubblicato il 31 agosto 2017 sul Foglio dal titolo “Gli inciampi di Appendino sulla Cultura, che perde anche il Fringe Jazz Festival” riteniamo doveroso, viste le numerose inesattezze pubblicate, intervenire a tutela dell’amministrazione comunale di Torino. Torino ha uno spazio di rilievo nella storia del jazz italiano, testimoniata dalla presenza di un folto numero di appassionati e da una rete di associazioni, musicisti, locali e scuole di musica che operano tutto l’anno. Questa capacità di ideare progetti, di inventare inediti percorsi artistici e il gran numero di jazzisti che partendo da Torino hanno conquistato le ribalte internazionali, costituiscono una ricchezza che deve trovare terreno fertile per esprimersi. Alcuni elementi fondamentali hanno determinato la volontà dell’amministrazione di scegliere altre strade, coinvolgendo fin da subito gli organizzatori del Fringe, è quindi falso che gli organizzatori del Torino Jazz Fringe non siano stati ricevuti dall’amministrazione, che hanno dato la loro piena collaborazione e sono stati parte attiva nella costruzione del nuovo format, proprio in virtù dell’esperienza del Fringe. L’amministrazione ha espresso, in primo luogo, la volontà di valorizzare la forza creativa del mondo jazzistico cittadino che si era visto escluso dalla progettazione del Torino Jazz Festival; in secondo luogo la volontà di allargare il perimetro delle attività da alcune aree del centro storico ad altri luoghi diffusi dove il jazz è suonato tutto l’anno; l’impossibilità, verificata dagli stessi organizzatori, di poter installare le night towers in piazza Vittorio, elemento caratteristico del Torino Jazz Fringe ha portato a cambiare format. Insieme al mondo jazzistico torinese e sotto la direzione di Stefano Zenni, abbiamo dato vita a Narrazioni Jazz e alla Torino Jazz Night che si sono tenute a maggio 2017 in collegamento con il 30esimo Salone Internazionale del Libro di Torino, con una modalità organizzativa diversa che ha coinvolto diverse aree della città e non solo il centro cittadino e moltissime organizzazioni, tra le quali anche quella che ha ideato il Torino Jazz Fringe. Tutti hanno portato un valore aggiunto importante di qualità e capacità creativa, insieme a nomi importantissimi del Jazz nazionale e internazionale. Una manifestazione che ha voluto aprire alla partecipazione anche attraverso un bando che ha dimostrato l’altissimo livello del Jazz a Torino. Non esistono dunque occasioni perse, anzi una delle critiche positive rivolte a Narrazioni Jazz è stata quella di aver talmente aumentato la proposta di attività e concerti da rendere necessario nel 2018 un ripensamento della programmazione che permetta a tutti di seguire gli eventi. Nel 2018 le note del jazz torneranno a risuonare per Torino. La positiva esperienza della prima edizione di Narrazioni Jazz ha confermato l’amore della Città verso questa musica, un’autentica vocazione. L’assessorato alla cultura e la Fondazione per la Cultura sono già al lavoro per promuovere la seconda edizione di Narrazioni Jazz. Sarà un Festival ricco di novità che proseguirà il percorso di coinvolgimento di tutto il tessuto artistico cittadino fin dalle prime fasi di ideazione e si caratterizzerà sempre più per spirito di innovazione e coinvolgimento del pubblico. Un Festival dove le organizzazioni e gli artisti possono progettare e proporre sapendo che vi sarà una valutazione pubblica e trasparente. Infine, poiché i festival sono una festa della cultura e in questo caso della musica, siamo felici che il format che è stato fatto crescere sotto la Mole abbia l’occasione di sperimentarsi in altri contesti che evidentemente avevano bisogno di una iniezione di idee da una città come Torino, città sorgiva e dinamica che lavora e si reinventa quotidianamente per crescere nelle sue capacità creative. L’amministrazione Appendino, appena insediata, si è trovata a dover gestire un bilancio disastroso ereditato dalla precedente giunta, una situazione di cui non ha potuto se non prenderne atto e agire per cercare di rimettere le finanze della città su una strada di risanamento. I tagli in tutti i settori sono stati dolorosi, in particolare sulla cultura, ma inevitabili. Le risorse destinate alla cultura da voi citate, però, non tengono conto degli interventi indispensabili per la sicurezza degli edifici museali e teatrali di proprietà della città, interventi su cui la passata amministrazione non è intervenuta per tempo con la necessaria programmazione e che impongono oggi interventi di urgenza per evitarne la chiusura. E’ falso che la sindaca non abbia dovuto toccare nulla per il successo del Salone. Nel suo ruolo di presidente del comitato di Alto coordinamento Chiara Appendino, conducendo una trattativa difficile, è riuscita a dimezzare il canone di affitto del Lingotto, ha messo a disposizione della Fondazione un alto dirigente dell’amministrazione come Giuseppe Ferrari con uno staff di 4 persone per permettere alla Fondazione di proseguire il suo lavoro in modo efficace, efficiente e corretto. Chiara Appendino ha guidato, insieme ai soci della Fondazione, un percorso di risanamento di una organizzazione segnata dalla cattiva amministrazione degli anni passati e colpita da indagini giudiziarie ancora in corso. L’amministrazione Appendino, insieme agli altri soci ha reso possibile il successo del Salone con un impegno che è andato molto oltre l’assicurare le risorse. Un merito, dunque, non ascrivibile a un singolo direttore editoriale ma a una squadra che ha lavorato con convinzione, energia e professionalità.

Francesca Leon, assessore alla Cultura del comune di Torino

 

Risponde David Allegranti: “Ringrazio la gentile assessora Leon per la lettera, ma confermo quanto scritto: Torino ha perso occasioni, dalla mostra su Manet alla festa di Lonely Planet al Jazz Fringe Festival, che appunto, come abbiamo scritto, si trasferisce a Firenze. Come ha spiegato Furio Di Castri, direttore e ideatore della rassegna, “sono state fatte delle scelte di investimento diverse e a Torino non c’erano più le condizioni per realizzare il festival” (cronaca di Torino di Repubblica, 30/8/2017). Conosco poi la storia del “bilancio disastroso ereditato dalla precedente giunta” di cui parla l’assessore ma il sindaco forse dovrebbe essere più cauto quando dice che l’eredità che si è ritrovata le impedisce di fare quello che vorrebbe fare. Secondo la Corte dei conti, sezione regionale di controllo per il Piemonte, a Torino nel 2015 la spesa corrente è stata ridotta; il saldo di parte corrente è migliore di quello dell’esercizio 2014; il trend dell’indebitamento è “in diminuzione”; “vi è stato un ripiano del disavanzo trentennale superiore alla quota annuale prevista”; e la riscossione in conto competenza, scrive ancora la Corte, “è salita dal 76 per cento all’85 per cento”. Il sindaco Appendino ha di fronte a sé una città che tutto sommato si trova in buone condizioni di salute. Se c’è qualcosa che non funziona sarebbe meglio riconoscerlo e non usare lo stile Raggi, scaricando sulle gestioni precedenti dei problemi che riguardano il presente. In bocca al lupo.

 

Al direttore – L’“ombrello” che si potrebbe aprire allorché cesserà il quantitative easing (di cui all’articolo sul Foglio del 31 agosto) potrebbe costare molto caro, sia nella versione del vero proponente, il ministro tedesco Wolfgang Schäeuble, sia in quella di Angela Merkel non molto diversa. Trasformare il fondo Esm in un Fondo monetario europeo, nella visione tedesca, presuppone che esso diventi anche una sorta di Authority che sovrintende ai conti pubblici dei partner comunitari senza discrezionalità alcuna e sottraendo tutti i poteri al riguardo alla Commissione. Se, poi, si pensa di rendere il Fondo partecipe, sia pure in misura molto limitata, dei rischi o dei debiti nazionali, allora bisognerà prevedere che siano posti limiti all’investimento delle banche in titoli pubblici – ora “risk free” – o che, comunque, sia attribuito a tale impiego un coefficiente di rischio. Questa è la grande innovazione? E la stessa questione del ministro europeo unico dell’Economia, nonché di un bilancio comune come la si affronta senza una profonda revisione del ruolo delle sovranità nazionali? Non vi è il rischio, con la genericità e superficialità dei programmi, che si cedano, puramente e semplicemente, sovranità, piuttosto che introdurre un partecipazione al loro esercizio a un più alto livello, e che si dimentichi completamente il principio – cardine di sussidiarietà? Molto cordialmente.

Angelo De Mattia

 

Caro De Mattia, i dettagli sono importanti ma in alcuni casi concentrarsi troppo sui dettagli rischia di portarci fuori strada, e di perdere il fuoco della questione. Le novità di cui si sta discutendo in Europa sono molto importanti. Oserei dire che sono fantastiche. Nei mesi in cui si discuterà della riduzione dell’acquisto provvisorio di titoli di stato da parte della Bce, l’Europa ha scelto di pensare a come riformare per sempre il suo impianto, proprio sul lato dove ha mostrato negli anni maggiori debolezze: la gestione delle sue finanze. Il tema dell’Esm potrà anche essere ridiscusso ma l’Esm rientra in una logica più grande, che prevede un passaggio che andrebbe messo maggiormente in rilievo: la possibilità finalmente che l’area euro abbia un bilancio unico dotato di risorse proprie, attraverso la famosa Fiscal capacity, con la quale finanziare le riforme strutturali adottate dai governi. L’euro sta dimostrando di essere una delle monete più in salute del mondo grazie al sostegno provvisorio offerto dalla Bce. Con l’aiuto della politica, tra qualche mese, l’euro potrebbe trovare un aiuto strutturale per diventare ancora più forte. E questo non è un dettaglio. Grazie.

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  • Nambikwara

    Nambikwara

    02 Settembre 2017 - 16:04

    Vorrei far notare che accanto, leggendo il Direttore, ai Tafazzi che battono sui propri gioielli esistono gli Orang (persona in Malese) che si attenzionano a orologeria ( come automi o clockwater) quando, finalmente, qualche "data" è favorevole ai propri idoli e guai a contraddirli: non è un caso che "Orange clockwater" sia l'originale del titolo Arancia meccanica che, come ricorderete, i "gioielli" mostravano gonfiori abnormi ma loro, a differenza dei bonari del trio italiano, erano delle arance meccaniche che della distopia permeavano il libro e il film.

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  • giantrombetta

    01 Settembre 2017 - 08:08

    Scusi, mi spiego meglio. Quando Il fondatore le passo' il timone del Foglio mi parve che la linea editoriale fosse di favorire l'accordo tra il Cav. ed il Royal Baby ritenuta la scelta politica migliore considerato il responso elettorale e i problemi relativi ad un decente governo del Paese. E' poi andata come sappiamo: Renzi scelse (o subi', poco importa) un surrogato del Nazareno, ovvero l'accordo con i migranti Alfano e Verdini. Dobbiamo prendere atto che questa scelta e' ormai strategica, come dice l'on. Rosato, e su di essa si andrà prossimamente a votare? Anche il Foglio gia' pro Nazareno la giudica quella più giusta per arginare la temuta avanzata grillina ed assicurare il miglior governo possibile dopo la conta del 2018? Sarò mica l'ultimo dei lettori disfattisti a porsi questa domanda, non avendo per altro ancora deciso per chi votare?

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  • giantrombetta

    01 Settembre 2017 - 08:08

    Caro Cerasa, il suo ragionamento sull'agenda Tafazzi mi stupisce non poco. E se vuole pure mi allarma, ripensando alla storia del Foglio e all'impegno che aveva assunto con i lettori. Tutto va bene madama la marchesa per quanto riguarda ciò che governa ed amministra il Pd di Renzi, tutto va male laddove amministrano i grillini. Un poco va bene, il troppo storpia, si diceva. E ahimè, esperienza politica insegna, elettoralmente non paga. Se il Pd dall'inizio dell'avventura renziana pare abbia perso più del 10 per cento dei voti sarà mica tutta colpa dei Tafazziani disfattisti? Pensare di porre rimedio a questa emorragia con l'accordo strategico con Alfano & soci vi pare possibile e giusto? Il problema non e' se cresciamo ma perché cresciamo la metà degli altri, laddove c'è chi traina e chi è trainato. E non e' questione da poco, ne' tafazziana.

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