Perché ha senso ricordare Trentin. Ragioni di un dibattito fogliante

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 15 giugno 2017

Al direttore - Chi scrive ha provato (e conserva) sentimenti di stima ed affetto per Bruno Trentin che rasentano la venerazione. Non sta a me giudicare la scelta di Marcelle (Marie) Padovani, moglie ed esecutore testamentario di Bruno, di pubblicare i “Diari 1988-1994’’ scritti quando venne chiamato non solo a dirigere, ma a salvare la Cgil. Ed è proprio Marie (si veda l’articolo di Michele Magno sul Foglio) a ricordare che quelli furono gli anni più tesi e più aspri della sua vita, nei quali “avvertiva acutamente la propria solitudine; una solitudine attraversata da una triplice crisi: politica (all’interno e all’esterno del sindacato), esistenziale (con depressioni ricorrenti) e crisi nei nostri rapporti (che per fortuna si risolverà positivamente)’’. Ma se il Bruno Trentin che traspare dai “Diari’’ è innanzi tutto una persona che attraversava una fase di difficoltà personale che senso ha trasformare una vicenda intima in un caso politico, per di più a tanti anni di distanza? Bruno, secondo le anticipazioni, visse con grande disagio la vicenda che condusse all’accordo del 31 luglio 1992 con il governo Amato, sentendosi incompreso e tradito dai colleghi. Ma era troppo intelligente per credere davvero che vi fosse un’alternativa realistica e possibile rispetto alla soluzione che emerse in quel difficile negoziato. Peraltro, il suo voto fu decisivo, nell’ambito della delegazione della Cgil, per arrivare alla firma. Trentin sapeva benissimo che la “scala mobile’’ era morta e che niente (neppure la “solidarietà’’ di Del Turco e dei segretari di Cisl e Uil l’avrebbe fatta resuscitare in una qualunque forma). Del resto, non fu un caso che, in condizioni politiche del tutto diverse, a Bruno non passò neppure per l’anticamera del cervello di riproporre, nel Protocollo del 1993, raggiunto con l’accondiscendente governo Ciampi, il ripristino di qualche meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni. Questa funzione venne attribuita alla contrattazione nazionale, solo come indice di riferimento e senza automatismi. E Trentin fu molto soddisfatto di quell’accordo (il quale, senza la fase destruens dell’anno prima, non avrebbe mai visto la luce). A me sembrano più vere altre ricostruzioni compiute da autorevoli dirigenti del Pds, nei loro memoriali. Achille Occhetto aveva posto un veto sugli accordi sindacali con il governo Amato, per giunta riguardanti un tabù come l’indennità di contingenza. Bruno, con il colpo di scena della firma e delle dimissioni, concentrò su se stesso, per più di 40 giorni, l’attenzione del paese. E salvò capra e cavoli. Perché, allora, confermare una versione di comodo persino nei “colloqui con se stesso’’ di un diario segreto?

Giluano Cazzola


Al direttore - Una volta avevamo una politica industriale. E avevamo anche lo strumento con la quale attuarla: si chiamava Iri Istituto per la ricostruzione industriale. Una holding di partecipazioni che nacque su iniziativa di Benito Mussolini per salvare le tre grandi banche Italiane: Banco di Roma, Credito Italiano e la Banca Commerciale; singolari ricorsi con l’attualità. Il paese nel Dopoguerra andava ricostruito e l’Iri riuscì nell’impresa di far diventare l’Italia una delle potenze economiche mondiali. Negli anni Ottanta contava circa 1.000 società con oltre 500 mila dipendenti. Grazie all’Iri, avevamo diversi campioni nazionali in molti settori, persino nell’elettronica quando di computer e di telecomunicazioni se ne sapeva poco o nulla. Oggi qualcuno direbbe che non abbiamo più un’industria nazionale e, quindi, a che serve parlare di politica industriale se le “industrie” non ci sono più. Eppure, nel bene e nel male, una politica industriale spesso confusa e contraddittoria l’abbiamo. Magari più diretta a fornire sussidi e incentivi che a politiche di sviluppo vere e proprie. Si è puntato molto su partecipazioni azionarie tramite la Cdp che è diventata, attraverso le sue società collegate, una holding di partecipazioni. Meno economia reale e più finanza verrebbe da dire. In questi anni, è mancato il disegno e pure le idee giuste per capire su quali settori dovessimo puntare. E’ così, pur dichiarandoci quasi tutti liberisti, ci ritroviamo lo Stato un po’ dappertutto ma a mo’ di tappabuchi, senza che vi sia una strategia organica. Nessuno ha la ricetta pronta però una riflessione profonda andrà certamente fatta, magari, se si vuole, partendo proprio dal tema più in voga in questi mesi: l’Industria 4.0. Non abbiamo grandi risorse economiche da mettere sul piatto ma, proprio perché poche, bisogna farle fruttare al meglio e nel lungo periodo. Con il Foglio oggi, 15 giugno, abbiamo deciso di parlare di tutto questo perché serve al paese che non può restare ancora a lungo così avvilito.

Francesco Schlitzer

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