Un premio a Davigo. L’Anac risponde a Cassese. Controrisposta

Le lettere a Claudio Cerasa del 31 dicembre 2017

Un premio a Davigo. L’Anac risponde a Cassese. Controrisposta

Piercamillo Davigo (foto LaPresse)

Al direttore - Le recenti critiche di Sabino Cassese sul ruolo e sull’utilità dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (“Cantone a giudizio”, il Foglio, 24 gennaio 2017) rappresentano il tentativo di una ricostruzione che si vuole presentare come organica e scientificamente fondata. Un tentativo che merita, per questo, una replica pubblica e trasparente. I rilievi mossi riguardano prevalentemente un presunto protagonismo personale del Presidente Cantone, che trascinerebbe il “moloch” Anac in un girovagare “alla cieca”, senza solidi elementi di conoscenza. Un protagonismo che attenuerebbe sostanzialmente, fino al silenzio, il ruolo degli altri componenti del Consiglio, “che non ci fanno sapere cosa pensano”. Noi qui non solo rivendichiamo la piena condivisione delle migliaia di atti fin qui adottati, ma la loro oggettiva qualità nel delineare una compiuta strategia di prevenzione della corruzione, pur nelle tante difficoltà in cui si è trovata ad operare un’Autorità del tutto nuova come l’Anac. Un giudizio scientificamente motivato si fonda sui fatti. Non ci riferiamo soltanto al diffuso apprezzamento ricevuto a livello internazionale: dall’Ocse, che ha indicato le nostre Linee guida sulle società pubbliche come best practice da imitare a livello globale; dal Greco, che considera l’Anac come una concreta inversione di tendenza nel contrasto alla corruzione; dall’Onu, dall’Olaf, dal G20. Ci riferiamo agli atti adottati nei 30 mesi trascorsi, ben sintetizzabili dalle due Relazioni al Parlamento del 2015 e del 2016. Da una loro lettura attenta si può ricavare con quale scrupolo l’Autorità eserciti i propri poteri, spesso colmando lacune e contraddizioni della legislazione vigente, reiteratamente segnalate a Parlamento e governo, con proposte di modifiche (che suggeriamo come ulteriore oggetto di studio). Ovvero si può ricavare che l’Anac non impone formali misure di prevenzione della corruzione, che diventino poi meri adempimenti o, peggio, fonti di nuovi vincoli e inefficienza. Anche il Piano nazionale anticorruzione (nelle versioni 2015 e 2016) raccomanda sempre un unico processo di riorganizzazione, di uffici e procedimenti, che comprenda misure anticorruzione, obiettivi per l’azione amministrativa e misurazione delle performance. Curando, insieme, buon andamento e imparzialità.  I segnalati rischi di “scivoloni” verso terreni non propri di un’Autorità indipendente o di “continue sovrapposizioni” di funzioni con autorità giurisdizionali o amministrative, sono accuratamente evitati, tanto nei puntuali atti di vigilanza, quanto nei regolamenti. Studiandoli si ricaverebbe che l’Autorità non fa accertamenti di responsabilità personali (penali, amministrativo-contabili, disciplinari) di singoli funzionari, lasciati per intero alle autorità competenti. L’accertamento di fattispecie portate alla sua attenzione, spesso molto complesse, mira esclusivamente a comprendere dove sia la corruzione e ad aiutare le amministrazioni a individuare proprie misure di prevenzione, di tipo organizzativo, oggettivo. Accertamenti indipendenti e misure non imposte. La cui analisi è utile non solo per un giudizio sull’Anac, ma per comprendere tante storture del nostro sistema. Quanto ai contratti pubblici, nel mirino ci sono i “nuovi poteri” dell’Anac, considerati eccessivi perché attribuiti all’Autorità in funzione anticorruzione. Una rappresentazione lontana dalla realtà. Invece di attardarsi a contare quante volte la parola “corruzione” ricorre nel nuovo codice, basterebbe un raffronto tra poteri della vecchia Avcp e della nuova Anac, dal quale emergerebbe che la vera novità, di derivazione europea, è la soft regulation. Meglio, quindi, esaminare gli atti di esercizio dei tanto temuti poteri: le Linee guida già adottate, i regolamenti Anac sul loro esercizio (si veda la grande cautela in materia di raccomandazioni vincolanti), i singoli atti di vigilanza. Considerandone il merito (la cura nell’assicurare piena compatibilità tra garanzia dell’imparzialità, efficienza e riduzione della spesa pubblica) ma anche lo scrupolo con il quale si sono chiesti pareri al Consiglio di stato anche quando non strettamente necessario (anche questa interlocuzione potrebbe essere un buon oggetto di indagine). Veniamo infine alla conoscenza del fenomeno corruttivo (largamente mancante, dappertutto). L’Anac conduce, con università e amministrazioni, indagini sull’efficacia delle misure anticorruzione e di trasparenza. Sta per partire, con finanziamento europeo, un grande progetto che coinvolge le principali amministrazioni e l’Istat, per rilevare indicatori di corruzione, distinguendo tra indicatori oggettivi del fenomeno e indicatori di contrasto. Ben vengano analisi che ci aiutino a superare i limiti, che non mancano, a partire dall’insufficienza delle risorse a disposizione dell’Autorità. Anche per questo abbiamo istituito una collana di studi e ricerche aperta al contributo di tutti. Con metodo, per costruire.
Michele Corradino, Francesco Merloni, Ida Nicotra, Nicoletta Parisi, Consiglieri dell’Autorità Nazionale Anticorruzione

 

Grazie della lettera, ma resto convinto che il professor Cassese abbia ragione, soprattutto in questo passaggio. Lo riporto: “Credo che l’autorità anticorruzione vada sottoposta a una accurata revisione. Nei 220 articoli della disciplina degli appalti l’anticorruzione è evocata 95 volte. Come ha osservato un acuto studioso della materia, la disciplina dei contratti pubblici è scritta dall’angolo visuale della corruzione, ciò che fa perdere di vista gli altri obiettivi. La legislazione degli ultimi anni è sostanzialmente ispirata al principio del sospetto generalizzato, che è l’anticamera dell’autoritarismo”. Il punto è questo. Forse servirebbe una riflessione ulteriore. Grazie.

 

Al direttore - La giuria del Premio Torquemada ha assegnato  l’ambìto riconoscimento al dottor Piercamillo Davigo con la seguente motivazione: “Per aver sempre sostenuto e difeso, nel corso di una lunga carriera, il principio dell’infallibilità della magistratura inquirente e negato, con strenua e coerente determinazione, l’esistenza dei c.d. errori giudiziari e dell’ingiusta carcerazione’’.
Giuliano Cazzola

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    05 Febbraio 2017 - 12:12

    L'autorità anticorruzione era e resta politicamente una pagliacciata. La Costituzione vigente già prevede le istituzioni deputate a prevenire la corruzione e a perseguire coloro che la praticano. Ogni giorno inventano istituzioni e autorità nuove destinate inevitabilmente a sovrapporsi a quelle esistenti, generando al minimo confusione. Senza contare che in termini generali, come hanno sottolineato anche sul Foglio autorevoli magistrati e giuristi, al moltiplicarsi di controlli e controllori non corrisponde una automatica regressione della corruzione. Pare invece accada purtroppo il contrario, come mi pare avesse gia' osservato tale Tacito, se ben ricordo.

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  • carlo schieppati

    31 Gennaio 2017 - 08:08

    Cos'è il "Greco"? Poi: "l'Autorità non fa accertamenti di responsabilità personali". Peccato che quando arriva la segnalazione dall'Anac, il PM di turno si sente in dovere di inquisire (rectius "incarcerare") a destra e a manca: vedasi il caso delle paratie di Como. E' la "soft regulation", bellezza! Quanto al principio dell'infallibilità della magistratura esso è piuttosto un "dogma", così definito nella Costituzione Pastor Aeternum del 1870 e quindi, come tale, da credere obbligatoriamente dai fedeli della Repubblica manettara e forcaiola. E' chiaro che il Papa è D'Avigo.

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