Lettere al direttore

Grillo e il reato di credulità. Appello ai compagni liberisti.

Chi ha scritto a Claudio Cerasa il 2 dicembre

beppe grillo

Beppe Grillo (foto LaPresse)

Al direttore - Ho letto bene, caro direttore? Il leader di un movimento politico che, come ha descritto benissimo la vostra Annalisa Chirico, esiste grazie a una truffa legale ieri ha detto che vorrebbe denunciare il presidente del Consiglio, “penalmente”, per reato di abuso della credulità popolare. Beppe Grillo che lotta contro la credulità popolare riesce a essere persino più comico di Massimo D’Alema che si impegna contro l’arroganza nel mondo. Fantastico. Ed è davvero un peccato che questa campagna elettorale stia già per finire.

Marco Martini

 

Sono andato a leggere l’articolo 661 del codice penale, che non conoscevo, e ho scoperto una tipologia di reato molto affascinante. “Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è soggetto, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000”. Beppe Grillo non sa ovviamente che nel 2016 questo reato (ridicolo) è stato depenalizzato e come al solito parla a vanvera. Ma se davvero dovessimo prendere sul serio questo reato – abuso della credulità popolare – ci sarebbe un partito che potrebbe ambire all’oscar dell’abuso della credulità. Vi offriamo qualche indizio. E’ un partito dove si trovano deputati (Tatiana Basilio) che credono all’esistenza delle sirene (“Ci sono prove schiaccianti! Sei scienziati che stavano facendo studi l’hanno vista! Pensiamo di essere gli unici nel’universo, ma non siamo nemmeno unici sulla terra forse abbiamo paura di questo?”). E’ un partito dove si trovano eurodeputati che credono all’esistenza delle scie chimiche (“Porterò il tema scie chimiche in Commissione Agricoltura”, Marco Zullo, 24 settembre 2014). Dove si trovano parlamentari (luglio 2013) che credono al complotto del “grano saraceno” contro l’import del made in Italy. Dove si trovano sindaci che credono ai complotti dei frigoriferi (Virginia Raggi, ottobre 2016). Dove si trovano onorevoli (Paolo Bernini) convinti dell’esistenza di “microchip all’interno del corpo umano” per controllare le nostre vite. E dove si trova un leader che sostiene, nell’ordine, che “per curare il cancro alla prostata basta trombare”, che “il tumore si cura con il limone e la cacca di capra”, che “l’Aids è la più grande bufala del secolo”, che i vaccini non servono a nulla perché “dove hanno fatto le vaccinazioni le malattie sono scomparse, là dove non le hanno fatte le malattie sono scomparse lo stesso”, che non bisogna credere alla propaganda di chi dice “che bisogna fare una mammografia ogni due anni e le donne la fanno perché si informano male: del resto la differenza di mortalità tra chi la fa e chi non si sottopone alla mammografia ogni due anni è di due su mille”. Se non fosse semplice free speech verrebbe quasi voglia di denunciare Grillo per abuso di minchiate, prima ancora che per abuso di credulità popolare.

 

Al direttore - Ho letto la sua intervista a Berlusconi, direttore, e mi sono convinto che il Cavaliere sta provando in tutti i modi a dirci una cosa semplice: io non posso dirlo e devo dire di votare No, e devo dirlo perché quel mascalzone di Renzi ha fatto saltare il patto del Nazareno, ma voi se potete fatemi la cortesia di votare Sì fatelo, grazie.

Luca Marconi

 

Lei è troppo malizioso. Ma effettivamente nelle ultime settimane Berlusconi, pur avendo ribadito con chiarezza il suo No, ha offerto un messaggio di questo tipo: “Amici, anche se vi sto dicendo che dovete votare No, dovete sapere che Renzi è l’unico vero leader. Anche se vi sto dicendo di votare No, per avere un paese libero dai populismi, dovete sapere che con la vittoria del No si moltiplicano le probabilità di avere un centrodestra a trazione salviniana. Anche se vi sto dicendo di votare No, vi sto dicendo che se ci fosse stato il patto del Nazareno avrei votato Sì. E infine, o voi amici indecisi della sinistra che non avete ancora deciso se votare Sì o No, vi dico solo una cosa: se vince il Sì, io espatrio. Ok?”. Insomma: “Un grande”, come disse Enrico Letta nell’ottobre del 2013 quando Berlusconi all’ultimo momento scelse di votare la fiducia al governo Letta.

 

Al direttore - Cari compagni liberisti, domenica avete – abbiamo – l’opportunità di cambiare il paese. La riforma costituzionale non è certamente né perfetta né esaustiva, ma rappresenta un decisivo progresso verso un upgrade liberale delle nostre istituzioni. Se il problema dei problemi è la produttività totale dei fattori – che a sua volta dipende dalla presenza pervasiva, impicciona e inefficiente dello stato nella vita economica del paese – allora la soluzione deve partire da un ripensamento complessivo dei processi decisionali. Un ripensamento che può prendere le mosse, appunto, dal referendum del 4 dicembre. Gli economisti si sono spesso interrogati sull’effetto che le istituzioni hanno sulla crescita. Quattro aspetti, in particolare, sono generalmente associati con tassi di crescita più elevati, minore pressione fiscale (e spesa pubblica) e maggiore efficienza della pubblica amministrazione: la certezza del diritto, le modalità di formazione delle leggi, l’elezione diretta del primo ministro e una legge elettorale maggioritaria. La riforma costituzionale interviene su almeno due di essi, e indirettamente l’esito del referendum influirà su un terzo. La correzione del Titolo V, che riguarda la ripartizione dei poteri tra stato e regioni, porrà fine all’assurdità delle competenze concorrenti: è infatti incomprensibile, e fonte di enorme contenzioso negli ultimi quindici anni, che alcuni ambiti siano condivisi tra i diversi livelli di governo. Di fatto, non è chiaro “chi fa cosa”. Tale confusione fa sì che, in maniera più o meno opportunistica, le regioni possano mettersi di traverso rispetto alle policy adottate a livello centrale, e viceversa. Né vale l’obiezione che la riforma calpesta le autonomie locali: è dal 2001 che le regioni hanno l’opportunità di avocare a sé maggiore autonomia attraverso l’articolo 116 dell’attuale Costituzione (che rimane in vigore), e nessuna l’ha fatto. Non l’hanno fatto, in particolare, la Lombardia e il Veneto, i cui vertici politici oggi sono in prima fila nella campagna per il No, a dimostrazione che tra il dire e il fare c’è di mezzo l’abisso del “voler fare”. Il superamento del bicameralismo paritario è un caposaldo della riforma – e una richiesta che proprio la galassia liberale e liberista ha sempre fatto propria. Il passaggio a un sistema sostanzialmente monocamerale è cruciale per dare effettività alle decisioni e far venire meno l’alibi della melina parlamentare. La certezza sui tempi di approvazione delle leggi è un elemento essenziale perché gli agenti economici possano pianificare i propri investimenti. E’ facile obiettare che non servono più leggi, ma meno: verissimo, sennonché l’unico modo per avere meno leggi è… approvare nuove norme che sostituiscano quelle vecchie. Il caso del ddl Concorrenza è eloquente: è proprio nel rimpallo tra le Camere che le lobby possono inserirsi sabotando le misure di apertura del mercato e consolidando le proprie rendite. La legge elettorale non è oggetto del referendum, ma sarebbe puerile ignorare le conseguenze politiche del voto. Come ha argomentato Franco Debenedetti, tutti sappiamo che l’Italicum subirà dei cambiamenti nelle prossime settimane. Quello che rileva, però, è che dalla conferma della riforma costituzionale deriverà verosimilmente una legge con tratti maggioritari, mentre l’esito più probabile della sua bocciatura sarà un ritorno al proporzionale, cioè alla Prima Repubblica. E l’elezione diretta del premier? E’ vero, questo è un aspetto che rimane al di fuori del perimetro della modifica costituzionale. Ma non è una buona ragione per dire di No: la modifica alla Costituzione non è incompatibile con ulteriori cambiamenti nel futuro, che possano incidere anche su questo tema. Al contrario, la conservazione della “più bella del mondo” lancerebbe forte e chiaro il messaggio che “chi tocca i fili muore”, e farebbe andare in soffitta qualunque velleità di una nuova fase costituente nel futuro prevedibile. La domanda a cui i liberisti devono rispondere è molto semplice: se sia strategicamente saggio seguire un approccio massimalista, o se non sia meglio fare del gradualismo la propria filosofia, nella consapevolezza che un passo nella giusta direzione può essere corto, ma è pur sempre un passo nella giusta direzione. L’Italia ha bisogno di uno stato che faccia meno cose e le faccia meglio. Forse non basta un Sì, ma il Sì è necessario a rendere l’Italia un paese più aperto.

Carlo Stagnaro

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