"I love Dick" è manzo

Scopate concettuali e passioni divoranti (con stalkeraggio) nell’ultima serie di Solloway

"I love Dick" è manzo

"Oh madonna, è terribile. Così lento”. Dialogo in italiano, in una serie americana. Due selezionatori della mostra di Venezia stanno guardando, slogandosi la mascella, un film di Chris Kraus, regista femminista e sperimentale, nel bianco e nero che attira l’aggettivo “rigoroso”. Accade nella serie “I love Dick” (su Amazon). L’ultimo lavoro di Jill Solloway che cominciò come sceneggiatrice per i becchini di “Six Feet Under”. E’ diventata celebre con “Transparents”, la serie sul padre di famiglia che annuncia: ho sempre voluto vestirmi da donna, ora che siete grandi lo farò. Per l’occasione ha rispolverato un romanzo di Chris Kraus uscito nel 1997, appunto “I love Dick”, celebrato e poi dimenticato (esce da Neri Pozza). Spara altissimo il Guardian: “Il più importante romanzo sugli uomini e le donne del Novecento”, imitato dal New Yorker e da Rick Moody, brillante romanziere che riconobbe un suo antenato in un racconto di Nathaniel Hawthorne, “Il velo nero del pastore”. In materia di uomini e donne non ci sentiamo di garantire. Abbiamo goduto invece la satira sul postmodernismo e sugli intellettuali. Da accoppiare al film vincitore del Festival di Cannes, “The Square” di Ruben Ostlund. Lì c’erano artistici mucchietti di ghiaia, qui al museo viene esposto un mattone. Quando cade e va in pezzi, panico generale: e adesso chi lo dice all’artista?

 

Scrittrice, regista, docente di cinema all’European Graduate School di Saas-Fee (stazione sciistica Svizzera, l’altro campus è a Malta) Chris Kraus racconta la sua passione divorante per un certo Dick. Completa di stalkeraggio pesante, via lettere e avance, con la complicità del marito francese Sylvère: quindici anni di più e una certa stanchezza sessuale. Però, essendo intellettuali, si raccontano ogni cosa e inventano “The Conceptual Fuck”, la scopata concettuale.

 

Neanche Dick è un personaggio di fantasia. Nella realtà si chiama Dick Hebdige, professore di Art & Media Studies all’Università di Santa Barbara, California. Inglese, non aveva trent’anni quando diventò famoso studiando i punk (“Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale”, da Costa & Nolan). Poi si è occupato di “desert studies”, roba che non riusciamo neanche a immaginare, e di performative criticism (forse vuol dire che un critico invece di scrivere si scatena in un dripping à la Pollock). Jill Solloway se ne frega di Derrida e della “fiction teoretica” – si dice così, tra i philosophes, quando una persecuzione amorosa produce abbastanza lettere da ricavarne un’opera d’arte alla Sophie Calle (la performer che ha arruolato 107 attrici per leggere il messaggio di un uomo che la piantò). Sposta la storia a Marfa, Texas, dove la coppia vive per qualche mese in una comunità di artiste, tutte femministe e tutte scatenate, molto somiglianti a Clara Charnofsky, prima moglie di Barney Panofsky in “La versione di Barney”. Parlano di cross-pollination tra le arti, e intanto come Chris Kraus non riescono a staccare gli occhi da Dick, l’attore Kevin Bacon in versione – come si potrebbe dire? non viene in mente altra parola che “manzo”.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    14 Giugno 2017 - 21:09

    Per me Mariarosa resta il V Evangelista ( copywriter Giuliano Ferrara primi anni de il Foglio) ma pur restando grandissima critica cine e di più sta andando verso lo scollaggiamento con scopate e varie e pisciate di donne. Ahò ma checeazzeccano?

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