Nidi di vipere

In attesa di Feud, otto episodi che fanno quasi più paura dell’originale. A Hollywood le grandi attrici fanno le nonne

Nidi di vipere

Susan Sarandon e Jessica Lange in Feud

“Fate sparire dalla circolazione tutte le copie del romanzo intitolato ‘Psycho’” ordinò Alfred Hitchcock ai suoi mentre stava girando il film con la terribile mamma. Non voleva che il pubblico scoprisse il finale di Robert Bloch e passasse parola guastando la sorpresa. Era il 1965, nei cinema dove veniva proiettato era consentita l’entrata solo all’inizio del film (non quando capitava, come si usava all’epoca, magari vedendo la fine e poi ricuperando l’inizio: cose che nessuno smanettone, per quanto folle, oggi farebbe mai).

 

“Compra tutti i libri con una donna in copertina” chiede Joan Crawford alla serva Mamacita. Rimasta vedova del quarto marito Alfred Steele, presidente della Pepsi Cola, cercava una storia per la sua rentrée in grande stile. Da qui la spedizione affidata alla serva, che non era affatto latino-americana, come il nome suggerirebbe, bensì tedesca. Era altresì fidatissima, nonché ignara di diavolerie moderne come secchi o mocio lavapavimenti: si metteva ginocchioni, e via con gli stracci.

 

 

L’attrice racconta l’origine del nome nell’autobiografia “My Way of Life”, colpa di un soggiorno troppo lungo a Rio De Janeiro. La caccia al libro per femmine da cui ricavare un film per femmine – le spettatrici immancabilmente dicevano “mi sono divertita, ho pianto tanto” – torna in “Feud”, miniserie di Ryan Murphy dedicata ai retroscena di “Che fine ha fatto Baby Jane?”. Lo aveva diretto Robert Aldrich nel 1962, da un romanzo di Henry Farrell: la gita in libreria era stata utile.

 

Oggi le attrici si lamentano, “fai la parte della fidanzata, stai ferma un anno, poi ti scritturano come nonna” (in uno strepitoso sketch di Amy Schumer, Julia Louis-Dreyfus celebra il suo “last fuckable day”). Se al cinema c’è un ruolo decente, se lo aggiudica Meryl Streep. Joan Crawford – e Bette Davis con cui litigò prima delle riprese, durante le riprese, dopo le riprese – non avevano ancora sessant’anni, quando l’horror le rilanciò. Le attrici che recitano nei loro panni sono più vicine ai settanta. Susan Sarandon è Bette Davis, Jessica Lange (già abbastanza inquietante in “American Horror Story”) è Joan Crawford.

 

I titoli di testa, magnifici e nello stile di Saul Bass – il grafico che disegnava i titoli di testa per Alfred Hitchcock, e dicono i maligni anche lo storyboard per la doccia fatale in “Psycho” – son già un tremendo concentrato di dispetti e cattiverie, se conoscete la storia. Se non la conoscete, gli otto episodi di “Feud” la raccontano nei dettagli. Tutti dannatamente veri, anche se sembrano inventati da uno sceneggiatore per dimostrare la tesi “Hollywood nido di vipere”. E pozzo di cialtroneria: molti successi nascono per caso, nessuno si aspettava un simile culto attorno a un film di serie B, con due attrici oltre la data di scadenza. Era nel punto più basso della sua carriera anche Robert Aldrich, reduce dal set romano di “Sodoma e Gomorra”. Il giovane Sergio Leone si stava facendo le ossa dirigendo la seconda unità, il film costò il doppio del previsto e assieme a “Il Gattopardo” di Luchino Visconti fece fallire la Titanus.

 

“Feud” – sta per faida – va in onda dallo scorso 5 marzo negli Usa su Fx (e noi?, sempre gli ultimi?, manca il gusto per il pettegolezzo hollywoodiano?). “Che fine ha fatto Baby Jane” era un horror perché già allora la televisione rubava spettatori al cinema, e in un salotto d’America certe cose non si potevano mostrare. Quando Susan Sarandon-Bette Davis si veste da bambina, abitino di pizzo e parrucca con riccioli biondi, fa quasi più paura dell’originale.

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