Matti imperdibili

Basta poco per innamorarsi di Legion, l’uomo con i superpoteri che lo renderanno un reietto

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Legion, la nuova serie tv Marvel prodotta dal network Fx

Supereroi fatti a pezzi. Giusto contrappasso, visti il sussiego e la serietà – oltre alla quantità – con cui arrivano sugli schermi. D’accordo, c’è stato un momento in cui i vendicatori mascherati raccontavano qualcosa del mondo, e un altro in cui i registi sfoderavano idee brillanti. Tempo scaduto: appena arriva qualcosa di originale, per esempio il mercenario parolaio “Deadpool” di Tim Miller, spunta una candidatura ai Golden Globe. L’ultimo Batman è un pupazzetto Lego (nel film “Lego Batman” di Chris McKay, esce giovedì prossimo). Vive in rancorosa solitudine mangiando aragosta e sfoggiando gli addominali (nove, l’uomo pipistrello ne ha uno più del dovuto). Superman organizza feste nel suo nascondiglio e non lo invita mai.

Affidata alle cure di Noah Hawley – showrunner della serie “Fargo”: finora due stagioni che rendono omaggio ai fratelli Coen con grande originalità – la metamorfosi del supereroe chiamato Legion è ancora più clamorosa. La serie parte oggi negli Usa (per gli spettatori italiani sarà su Fox dal 13 febbraio). Il protagonista è imparentato con gli X-Men: suo padre Charles Xavier, colui che nell’universo Marvel riunisce e protegge i mutanti, lo ha avuto in Israele da una sopravvissuta all’Olocausto. Tutti i supereroi sono ebrei, non solo le supereroine Masada e Sabra – lo sostiene Simcha Weinstein nel suo saggio “Up Up and Oy Vey: How Jewish History, Culture and Values Shaped The Comic Book Superhero”. Legion è più ebreo degli altri.

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Vi diranno “Personalità multipla”, e vi verrà la voglia di scappare (come è venuta a noi, anche perché eravamo reduci, con danni, dal “Split” di M. Night Shyamalan). Restate, almeno fino a quando compare il Clockworks Psichiatric Hospital. “A Clockworks Orange” – un’arancia a orologeria – era il titolo del romanzo scritto nel 1962 da Anthony Burgess (lo scrittore ha sempre odiato “Arancia meccanica”, il film diretto Stanley Kubrick dieci anni dopo). Segno che Noah Hawley non ha visto solo serie tv, e neppure soltanto film dei fratelli Coen. Segno che l’orizzonte si allarga – perlomeno – ai condizionamenti e al libero arbitrio.

Legion nasce con il nome di David Haller. Lo vediamo nelle prime scene moccioso in culla e poi bambinetto e poi adolescente, mentre cominciano a manifestarsi i superpoteri che ne faranno un reietto e un ricercato. L’ospedale psichiatrico fornisce ai ricoverati felpe arancione Guantanamo (solo un po’ sbiadito, devono essere i troppi lavaggi). Ritroviamo la classica scena manicomiale, gente catatonica o agitatissima attorno al nuovo paziente, in un’edizione a metà tra l’hipster e il retrò. Ammiriamo il lavoro dello scenografo, del direttore della fotografia, del costumista che spengono i colori e li illividiscono (i supereroi di solito hanno tute fiammanti in colori saturi). Il giovane David ha già capito come funziona il Comma 22 psichiatrico: “Se dico ‘sto bene’ pensano che sono matto; se dico ‘sono matto’ aumentano il dosaggio delle medicine”. 

 

I supereroi hanno di solito il volto mascherato. Qui godiamo ogni sfumatura sul volto di Dan Stevens (era Matthew in “Downton Abbey”: lasciò la serie perché voleva provare ruoli diversi, lo fecero morire in un incidente d’auto), già candidato al titolo di schizofrenico più sexy mai visto su uno schermo. Soprattutto quando si innamora di Syd (di cognome le hanno messo Barrett, come il fondatore dei Pink Floyd che lasciò nel 1968 il gruppo perché fuori di testa). Lei non vuole essere toccata. Si tengono per mano afferrando le estremità dello stesso foulard. Basta per innamorarsi della serie.

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