Cadaveri squisiti

L’ultima stagione di “Sherlock” della Bbc, con un po’ troppe sofisticherie e ripensamenti

sherlock holmes

'Sherlock', la serie tv di Bbc

Cadavre exquis. Da tradursi “cadavere eccellente” (ma ahimé ricorda un film di Francesco Rosi tratto da Leonardo Sciascia, totalmente fuori strada). Oppure “cadavere squisito”: già meglio, rende bene l’impressione che si ricava dalla quarta – e pare ultima – stagione di “Sherlock”, la serie della Bbc scritta da Mark Gatiss e Steven Moffat (su Netflix, assieme alle precedenti per rinfrescare la memoria).


Cadavre exquis era un gioco inventato dai surrealisti nel 1925. E’ un testo scritto a più mani, una frase per volta e poi si ripiega il foglio lasciando sbirciare al giocatore successivo solo qualche parola. Da lì riparte un’altra frase, poi si ripiega di nuovo il foglio e così via. Non è particolarmente spassoso, ma ai surrealisti piaceva così, era gente che si entusiasmava per “l’incontro tra una macchina per cucire e un ombrello sul tavolo anatomico”. La prima frase uscita fu “il cadavere squisito berrà il vino nuovo” e il giochino – che si può fare anche con i disegni – ebbe il suo battesimo.


L’ultima stagione di “Sherlock” – partita alla grande nella Londra contemporanea, nello speciale dello scorso Capodanno (“L’abominevole sposa”) aveva ricondotto gli spettatori nella Londra vittoriana – è un cadavere squisito. Nel senso che pare costruito seguendo le regole del gioco: scrivi una scena tu, poi scrivo una scena io senza guardare la tua, e andiamo avanti così. E nel senso che le raffinatezze, le sofisticherie, le citazioni, gli ammicchi al canone stabilito da Arthur Conan Doyle hanno ammazzato i personaggi, azzoppato la trama, introdotto il Palazzo della Memoria. Una tecnica che aiuta a ricordare (così sostengono i cultori, da Cicerone a Joshua Foer, fratello dello scrittore Jonathan Safran Foer) e che qui viene usata per allucinazioni e libere associazioni.


Avevamo lasciato John Watson sposato con Mary, mentre l’anaffettivo Sherlock era pazzo di gelosia. Riusciva perfino a dirgli “ti sei consolato presto”: Watson si era fidanzato con Mary mentre Sherlock era creduto morto (la complicata spiegazione dell’inganno apriva la stagione numero tre). Ora Watson e Mary hanno avuto Rosie, e Sherlock – rimasto un attimo solo con la creatura – spiega che se vuole il sonaglino non lo deve buttare per terra, e se lo butta per terra il sonaglino non tornerà da solo nelle sue mani (la bimba non pare convinta). Il perfido Moriarty è ancora in circolazione: si farà vivo, non si farà vivo, continuerà a stuzzicare Sherlock comparendo sugli schermi e dicendo “ti sono mancato?”.


Le persone che spariscono o rotolano giù da cascata – salvo poi ricomparire come se niente fosse accaduto, con spiegazioni più o meno elaborate – fanno parte del canone. Arthur Conan Doyle fece morire il detective alle cascate di Reichenbach, avvinghiato all’arcinemico Moriarty, nell’indagine intitolata “L’ultima avventura”. Fu costretto a resuscitarlo dopo le proteste dei lettori. La mossa è filologica, ma non si può ripetere più di una volta. Come non converrebbe essere tanto vagabondi sul carattere di Sherlock, che da anaffettivo numero uno ora ha faccende infantili e familiari da risolvere (anche un amorazzo, maybe). Oltre a interferire con le elezioni americane, gli hacker russi hanno messo in rete l’ultima puntata di Sherlock prima che andasse in onda domenica scorsa sulla Bbc. Lo showrunner Mark Gatiss infuriato per le critiche – “troppa azione, pare James Bond” – ha risposto in rima, con il poemetto “To an undiscerning critic”, a un critico poco perspicace. Anche ai britannici saltano i nervi.

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