Atomi e molliche

Lunghe confidenze infantili, teorie interessanti e quel lettino che fa dire proprio tutto

Atomi e molliche

Foto Pixabay

“Da piccola credevo che il mio corpo fosse abitato da tre uomini: Piero, Pedro e Renato. Abitavano rispettivamente nella mia pancia, nella mia gola e nel cervello, intenso nell’accezione letterale di encefalo, budino intracranico. Questi signori erano gli addetti alla mia salute; le armi con cui mi avrebbero difesa: mocio, fiamma ossidrica, salviette aspirapolvere. In caso di gastrite o colica, il piccolo Piero mi avvertiva saltando su un grosso tappeto elasticizzato posizionato all’incirca tra l’intestino e lo stomaco, provocandomi il singhiozzo. Hic hic hic, era Piero che saltava nel mio ventre. Con mocio e secchio, Piero spandeva acido cloridrico sulle budella e strofinava con foga. In caso di laringite, faringite, tonsillite o forte mal di gola, entrava in scena Pedro e con la fiamma disinfettava dall’ugola in giù. Piuttosto caliente, Pedro; indossava sempre una succinta canotta da operaio stradale e una maschera per non ustionarsi gli occhi. Quando mi operarono di tonsillectomia, Pedro fu espropriato del suo giardino. Infine Renato, un tizio emaciato, strofinava gli Swiffer nei tuboni encefalici in caso di emicrania, spurgando poi fuori dalle orecchie, non in forma di cerume, bensì di polvere grigia di cui si cibavano le fate, febbrili divoratrici di mal di testa. Parlo troppo, Professore?”.

“È tutto molto interessante, continui”.

 

“Qualsiasi cosa ingurgitassi – antibiotici, antistaminici, antispasmine e bigné – sarebbero passati prima per il cuore, perché il cibo passa per il cuore, e poi sarebbe giunto direttamente nella vescica, dove non si faceva la raccolta differenziata. Piero, Pedro e Renato non avevano bisogno di medicinali, bastava cambiare il mocio una volta al mese. A cambiare il mocio di Piero ci pensava Giovanni. Giovanni non abitava nel mio corpo, ma dietro la testiera del letto. Era poco più piccolo di un topo e girava sempre con un grosso punturone che ogni sera infilzava nel mio cuscino, all’altezza di dove poso l’orecchio. Giovanni iniettava il calore nel cuscino; era per colpa della siringa di Giovanni se il dannato cuscino diventava subito caldo. La annoio, Professore?”.

“Tutt’altro, sono tutto orecchie”.

   

“Da piccola non avevo ben chiara l’infinita piccolezza dell’atomo. Pensavo che dire “un atomo è infinitamente piccolo”, significasse la punta di un cerino. Le molecole di conseguenza dovevano essere ben più visibili. Cominciai a pensare che con ogni mio gesto distruggevo famiglie di atomi, clan di molecole. Spezzando in due un panino al latte, vedendo metà mollica a destra e metà a sinistra, mi sembrava di scorgere la molecola figlia tendere disperata le braccia verso la molecola madre, nell’altra metà del panino. Quando dividevo in due il pomodorino ciliegino, avvertivo sempre le due rosse metà: 'Atomi, ora vi ricongiungo per due secondi, se avete da distribuirvi meglio, fatelo in fretta, non voglio dividere fidanzati o sposini! Dopo vi mangerò, quindi sarà piuttosto definitivo'. Sedevo sempre su un seggiolone di paglia che mi portava ad altezza tavolo degli adulti. Il seggiolone aveva lo schienale in pagliame intrecciato, oltre che due belle aste portanti in passato un po’ rose dalle tarme, vi avevano creato due piccoli buchi da ambo i lati. C’era un topo grande come la capocchia di uno spillo che andava su e giù per i buchi, se mi fossi girata mentre trottava indemoniato lungo la paglia, si sarebbe distratto cadendo rovinosamente”.

“Ah”.

 

“Da piccola vedevo le persone baciarsi sulle guance, ma quasi mai si baciavano veramente sulle guance, premendo le bocche sulle guance, piuttosto strofinavano le guance l’una sull’altra. Ne dedussi che baciarsi nel bacio romantico consistesse strofinarsi le reciproche guance e che i bambini nascessero dallo sfiorarsi di tiepidi pomelli guanciali. Poi arrivò la maestra Delia. Mi ero ritrovata in una scuola molto laica e molto divertente dove la maestra di matematica se la intendeva con due criceti che portava sempre in classe, Fausto e Fausta, marito e moglie. Solo che Fausta era figlia di Fausto e in seguito sarebbero nati anche i faustini, che erano topi fratelli e figli di Fausta e figli e nipoti di Fausto. Insomma, i roditori di Tebe né zoppi né ciechi si accoppiavano durante l’ora di matematica demolendo la mia teoria sui procreativi baci sulle guance. Che ne dici, Padre?”.

“Dico che stasera ti porto al cinema”.

   

Così Sofia a diciassette anni, quando veniva a trovarmi in studio e in un momento di pausa si stendeva sul lettino. Andammo a vedere “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, con Javier Bardem che uccideva senza pietà. A un certo punto io ero un po’ preoccupato per Sofia, Sofia per Bardem.

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