Le due ragazze che hanno distrutto l’opera di Los Angeles per un selfie vanno abbracciate

Sciocchi voi che non apprezzate lo splendore di una caduta femminile, sia essa un ruzzolone, una sbadataggine, un gesto inconsulto

Basta la triste politica italiana, davvero triste perché cerca di essere allegra, e se ne vanta, priva perfino di quella saudade che ancora pervade Lisbona, superba città vuota e silente, anche rumorosissima, le finestre più belle del mondo e al contempo morte, finché all’improvviso tutto si anima… di fantasmi. Ma stasera non è a Lisbona il mio sguardo, quanto Oltreoceano, a Los Angeles. Sono alle prese con quello che la stampa universale oggi proclama come il selfie più costoso e mascalzone del secolo.

     

Cos’è accaduto? Una ragazza è entrata con l’amica in una galleria di Los Angeles che ospita la più recente installazione dell’artista inglese Simon Birch, intitolata “La quattordicesima fabbrica’. In una delle stanze, quella chiamata Hipercaine, cercando un selfie la ragazza ha perso l’equilibrio e cadendo ha urtato una delle tante piccole colonne, plinti o piedistalli che dir si voglia, di plastica o legno, presenti e schierate. L’effetto domino ha abbattuto, con leggerezza – sembravano piume – altre dieci colonne, un danno stimato 200 mila dollari. Stimato da chi a dire il vero non si sa, ma la plebaglia chiede vendetta e denaro.

   

Sembrerebbe che sia accaduta una botta universale, la frana di un universo compiuta da due fanciulle mandate direttamente da Satana e dall’Isis. Infiniti i rimbrotti e le ire da ogni parte del mondo dell’arte e non solo. Lo sfregio all’opera – che a dire il vero pare ancora in piedi – ha scatenato l’ira dei benpensanti e l’odio verso le due amiche che ora chissà dove sono. Nonostante una certa penombra circondi la scena, la telecamera di sorveglianza ci dà modo di vedere. Accade così che due amiche decidano di fotografarsi l’un l’altra davanti allo stuolo di colonnine. Una delle due graziose fanciulle ha la sbarazzina idea di sedersi davanti a una della colonne di Birch, colonna che costei probabilmente ritiene abbastanza solida e che invece tale non è essendo leggera e facile a scivolare addosso alla seguente e così via. Vediamo un tizio correr via spaventato, non si sa se per avvertire i capi o per fuggire dal luogo del disastro.

 

La ragazza in bianco disperata non sa più cosa fare e cerca di rimettere in piedi alcuni piedestalli, che invero paiono assai bendisposti, anche se non si capisce bene quel che portano addosso. L’amica in nero della ragazza in bianco sembra molto turbata, e non sa come fare per aiutare la compagna, la scena pietosa s’interrompe. Peccato, avrei voluto vedere il seguito, lo immagino d’un patetico travolgente, con le due ragazze che disperate piangono, mentre i custodi inveiscono, invece di rassicurarle. Piccole! Cominciano a salire al cielo le maledizioni, morte ai selfie che provocano tali sciagure, morte alle sbadate, inette, sciocche che vanno nei musei invece di starsene a casa, e chi più ne ha più ne mette, salvo chi ha nobiltà d’animo e dolcezza. Tra questi Birch che alla ragazza tutto perdona, perché studentessa affranta, e infranta. Un bravo artista.

   

Sciocchi voi che non apprezzate lo splendore di una caduta femminile, sia essa un ruzzolone, una sbadataggine, un gesto inconsulto. Cosa di meglio di una ragazza che ride o impacciata si guarda attorno, o frigna o grida o buffamente fa per sollevarsi e nuovamente casca giù e ancora ride, o cerca soccorso nell’amica, o nel coso là, che cade giù tutto, e la fanciulla sempre più mortificata, quella mortificazione che le riempie le gote di rossore e che fa salire il desiderio sulle nostre. La meraviglia della caduta femminile, la superiore grazia di cui volentieri le ringraziamo, le due care fanciulle, quella assai carina in nero con le gambette deliziose e l’altra, la divina, che sbaglia la misura del sedere e un po’ più indietro si lascia cadere, cara agli dei. Il selfie, strumento di grazia. La ragazza che cerca di tirarsi su. Le ginocchia dell’altra.

  

Vanno più che perdonate, amate, e il sasso rompa le teste di chi pensa di adorare l’arte e tira le pietre alle ragazze che cadono. Il Grande Vetro di Duchamp fu rotto – Alcibiade, mascalzoncello! – nel mezzo di un trasporto: La Mariée mise à nu par sescélibataires, même, e Marcel decise di accettare la rottura in modo che il caso – quell’hasard che sull’insegnamento di Mallarmé un coupde désjamaisn’abolira – arricchisse l’opera, diventandone partecipe.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • guido.valota

    19 Luglio 2017 - 22:10

    Tra l'altro l'installazione 'artistica' ci ha guadagnato, almeno ora ha un senso.

    Report

    Rispondi

Servizi