L’onore di Omero

Un pugno all’onnipotenza, alle smanie di perfezionismo. Ecco cosa sono le Paralimpiadi.

 

L’onore di Omero

Tanti anni fa, secoli, “quelli alzarono tutti insieme le fruste sui cavalli / e li colpirono con le briglie gridando forte, / e i cavalli correvano veloci lungo la pianura, / allontanandosi sempre più dalle navi / sotto il loro petto si sollevava la polvere, / alzandosi come le nuvole nella tempesta, / le criniere si agitavano al soffio del vento…”. Adoro le gare, quelle di Omero in primis, l’Olimpiade d’oltremare che Achille instaura a onore dell’amato Patroclo che ormai giace nell’Ade e torna a lui solo in rapidi sogni. Adoro, dieci anni dopo, il naufragio che scarica Ulisse nella terra dei Feaci, dove per i begli occhi di Nausicaa e per la propria gloria, lancerà il disco più lontano di tutti. Ecco, l’Olimpiade mi emoziona assai. Sento la forza poetica di colui o coloro che si cimentarono in un’ardita sanguinosa scrittura tutt’oggi senza pari, sento la violenza che percoteva gli scudi come una sinfonia, e le grida, e la luce. Vedo tutte le Olimpiadi che nei secoli si sono immortalate nella pittura e nella scultura; entrando in certi musei specie nell’ora di chiusura o di apertura, odo ancora il suono dei primi giochi dagli dei consacrati e spesso il cinema insiste a darci momenti di emozione.

 

Detto questo, devo ammettere che le tenzoni della modernità mi appassionano poco, probabilmente perché sono cresciute infinite discipline, mentre dell’Olimpiade apprezzo la sobria sfida di pochi. Nella contemporaneità l’emozione più grande me la diede il 1972 di Monaco, quando gli atleti israeliani furono assassinati dai terroristi palestinesi. Mi commuove tutt’oggi la loro resistenza, il loro martirio, e anche la nobile vendetta che punì gli assassini. Dopo di che pensai che la tragedia fosse compiuta, e poca roba mi entusiasmò anche perché ce n’era troppa; cominciarono invece a piacermi le Paralimpiadi, l’urlo irrefrenabile della fiorettista Beatrice Vio, lei sì molto simile a una dea, recentemente mi ha folgorato.

 

Il mio disinteresse tuttavia non deve interessare nessuno, se agli italiani e in particolare ai romani piacciono le Olimpiadi e l’idea di patrocinarle, hanno diritto di gustarsele. Che la sindaca Raggi dica no, è altrettanto nel suo diritto, ma forse sarebbe più giusto fare un piccolo referendum tra i romani, non si può delegare tutto allo spirito grillino. Tuttavia di recente ho visto la Raggi scatenarsi in una bacchica danza in mezzo al popolo, penso che in un’Olimpiade figurerebbe assai bene in qualsiasi ruolo. Personalmente, ripeto, preferisco di gran lunga le Paralimpiadi. Costano assai meno e soprattutto sono più belle e vere, è la donna e l’uomo che messi alle strette dal destino si prendono una bella rivincita che è di sprone a tutti coloro che stanno in quelle condizioni. Eppoi c’è qualcosa di davvero mitico e poetico in costoro, con gli arti tagliati evocano statue romane e greche senza braccia e gambe, guardandole mi pare di vedere Eracle che uccide l’Idra, e la Nike di Samotracia che pur senza braccia e testa guida il popolo alla vittoria. E quale meravigliosa immagine quella di un ragazzo veggente e una ragazza cieca che legati da un sottile nodo si avventurano nella pista. Le Paralimpiadi, un pugno alla comica onnipotenza, alle smanie di perfezionismo.

 

Devo confessare di nutrire una particolare attrazione per le donne che presentano malformazioni fisiche e amputazioni che, lungi dal costituire imputazioni con connesse punizioni, mi suscitano qualcosa di più di una commozione. Capisco perché il tenebroso Stavrogin di Dostoevskij maltrattasse le più belle donne che gli cadevano ai piedi, e avesse sposato una storpia. Lui, il demonio, aveva visto in Marja qualcosa di degno in una società senza luce, una possibile resurrezione della carne e dell’anima. Incontrando una donna storpia o cieca o altro percepisco qualcosa di divino e di sensuale al contempo. Se il grazioso polpaccio di una fanciulla è eccitante, ancor più lo è una coraggiosa protesi, un alato calzare.

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