Il lapsus divino

Anche davanti al terremoto, la Morte deve inginocchiarsi al sacro ed eterno mistero della Vita.

Il lapsus divino

L’altro ieri un ragazzo sbuffò “che palle questi terremotati!’”e gli storsi il naso. Mi guardò allibito, come se avessi commesso un crimine; a me parve di essere tornato al libro Cuore, quando c’era ancora un bell’amor patrio, e mi congratulai, con me e con lui: gli dissi che gli avevo regalato l’occasione di pensarci su. Diventò pensieroso, in effetti, e non so se progettasse di aspettarmi all’angolo della via per accoltellarmi o se stesse realmente pensando a quel che gli avevo detto. Si vedrà.
Il pensiero, lui conta, uno due tre, quattro… e le cose avvengono. Ora che le dimensioni e il lutto della tragedia sono alla luce di un sole tanto splendente quanto impassibile, ciascuno può andare oltre, e meditare su quel che è successo. Quel che è successo è accaduto anche a ciascuno di noi: sciocco rimuoverlo, si presenterebbe come uno spettro, qualcosa ci crollerebbe brutalmente addosso proprio nei momenti che vorremmo più sereni. Se non si partecipa al lutto, lui entra in noi e ci punisce, ci cosparge di oscure sensazioni di colpa, ci rattrista nei momenti più piacevoli. Avvenga, piuttosto, un sereno terremoto nei nostri cuori, troppo spesso placidamente abbarbicati al nulla.

 

Meditare sulla morte è meditare sulla propria e altrui vita. Per vie telematiche ogni giorno abbiamo davanti a noi l’immagine di meravigliose distese care agli dèi e terremotate dagli uomini, famiglie sgretolate dalle bombe di fanatici delinquenti ma anche, purtroppo, bambini a volte uccisi dai liberatori, i cui droni per quanto cerchino di essere precisi possono colpirli. Quando le nostre truppe – gli americani, i nostri fratelli – non riescono, non possono, evitare i bambini, sussultiamo di dolore e di rabbia, perché sappiamo che purtroppo accade anche questo, per salvarne cento tocca sacrificarne tre, implacabile il male esige un compenso. Viva i curdi, che lottano da più parti, che conquistino finalmente la loro terra. Dopodiché, sereni, ci beviamo un Martini. Così è. Nel suo tempo sapiente, Jean Jacques Rousseau avvertiva che, per quanto noi possiamo essere partecipi dell’altrui dolore, più siamo chilometricamente lontani dai morenti, più tenue è la nostra partecipazione; e forse è una fortuna, sennò dovremmo piangere tutto il giorno all’insostenibile visione di ragazzi curdi scannati da bambini dell’Isis e fanciulle yazidi stuprate dai mostri.

 

Trecentomila siriani uccisi, non da un terremoto ma dall’umana protervia, turbano le nostre notti, ma non quanto ci mette in ginocchio la morte di 300 italiani ad Amatrice. Amatrice e dintorni sono la nostra terra, ci siamo passati più volte, siamo fratelli più stretti, il colpo è ben duro. Piangere è buona cosa, non lesiniamo le lacrime, esse soltanto il giorno del Giudizio saranno pesate. Personalmente, c’è dell’altro che mi ha illuminato. Sempre che non sia una mia allucinazione, di cui sarei assai fiero, mi è parso, in questi giorni di messe funebri, di sentire un vescovo cadere, e ascendere, in un sublime lapsus: a un certo punto della sua commovente predica, con illuminate parole avrebbe voluto convocare la Vita, ma invece ha evocato la Mor…, e qui s’interruppe prima di prontamente correggersi. Sottolineare un lapsus in una simile tragica circostanza è una bestemmia?

 

Sciocchezze da colpevoli: lungi dal nascondere una verità o dal deridere una fede, il lapsus è divino; non è la verità, che nessuno possiede, ma la Rivelazione, un solo lapsus vale più di mille pretese verità. In questo lapsus troviamo la forza, in queste fuggiasche parole, in un prelato che per un attimo pare cedere alla disperazione e si appella alla Morte invece che alla Vita, per poi, a metà parola, accorgersene, sentire la lingua di fuoco, ed ecco che come un Leone salta addosso al Drago usurpatore mozzandogli la coda, sul trono ponendo la parola Vita. L’onnipresenza della Morte, ma anche il suo eterno inginocchiarsi davanti al sacro mistero di quella Vita Eterna che eternamente ci è donata. Di quell’ancora che la poetica immagine mi evoca, taccio; ciascuno in sé mediti.

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