Memento Falcone

Che cosa resta oggi del metodo d’indagine utilizzato dal giudice ucciso anni fa? Poco, pochissimo

Memento Falcone

Foto LaPresse

Se giri per i palazzi di giustizia, non c’è stanza dove non campeggi la fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con quel sorriso amorevolmente complice e ruffiano. Se giri per l’Italia non c’è città che non abbia dedicato a quei due martiri una strada o una piazza o un’aula del tribunale. Se sfogli i libri di storia sarà difficile che ti sfugga il valore del maxi processo che di fatto ha portato oltre quattrocento boss dietro alle sbarre, segnando finalmente la sconfitta della mafia e la vittoria dello Stato. Basta pensare che da allora marciscono all’ergastolo malacarne come Totò Riina, il sanguinario capo dei corleonesi, come Leoluca Bagarella, come i fratelli Graviano: nomi che hanno segnato gli anni scellerati di una Sicilia che non conosceva altro potere se non quello violento e oppressivo di Cosa nostra.

 

Tra poche settimane, esattamente il 23 maggio, si celebrerà il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci e i massimi rappresentanti delle istituzioni andranno come ogni anno a Palermo per ricordare quell’orrore, quel sangue, quello strazio. Compunti e addolorati si stringeranno attorno a Maria Falcone, sorella del giudice assassinato, e piangeranno con lei – una leonessa dell’antimafia – la perdita di un uomo che seppe essere implacabile con la mafia ma al tempo stesso rigorosamente fermo su un principio sacro e irrinunciabile: che se non ci sono prove solide un magistrato non andrà mai da nessuna parte. In particolar modo quando l’inchiesta rischia di coinvolgere un grosso nome della politica o dell’imprenditoria: l’inevitabile assoluzione – sosteneva Falcone – finirà per trasformare quel personaggio in una vittima, in un perseguitato, regalandogli consenso, prestigio e solidarietà. Un garantista, si direbbe oggi.

 

Che Giovanni Falcone non fosse uomo da cedere alle suggestioni della forzatura o della politicizzazione della giustizia si era capito del resto quando un falso pentito, Giuseppe Pellegriti si era inventata la teoria secondo la quale l’omicidio di Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica, fosse stato ordinato da Salvo Lima, deputato della Democrazia cristiana e capo della corrente andreottiana in Sicilia. Falcone lo interrogò a lungo e quando capì che Pellegriti era semplicemente un pataccaro lo incriminò per calunnia. Quelli che sono venuti dopo di lui, invece, con i pataccari ci hanno costruito processi che, dopo anni e anni, si trascinano ancora tra la noia e l’inconcludenza. Una semplice coincidenza?
La domanda andrebbe probabilmente rimodulata. Che cosa è rimasto del “falconismo”, di quel modo cioè di amministrare giustizia con il rigore della prova e della verità? Che cosa è rimasto di quel metodo d’indagine che trent’anni fa consentì alla Corte di Assise di Palermo di sbaragliare, con una sentenza che fece scuola, la cupola mafiosa con tutto il suo criminale bagaglio di morte e di terrore?

 

Domande pesanti. Perché se è vero che non si contano i magistrati che, gonfiando il petto, puntualmente si richiamano agli insegnamenti di Falcone e Borsellino; se è vero che tra questi c’è sempre un primo della classe il quale, a torto o a ragione ama definirsi “l’allievo prediletto” ora dell’uno ora dell’altro, resta il fatto che nessuno dei presunti seguaci è stato in grado di mostrare una statura altrettanto prorompente e una filosofia giudiziaria altrettanto netta ed efficace. Fatta eccezione per Pietro Grasso, che fu giudice a latere al maxi processo e poi procuratore capo di Palermo – si iscrive alla sua tenacia la cattura di Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni – è obiettivamente difficile trovare tracce di “falconismo” dentro il vasto mondo dei cosiddetti “magistrati coraggiosi”, tanto amati dai giornali e dai talk-show televisivi. Prendiamo l’esempio più recente, quello di Antonio Ingroia. L’inchiesta che gli ha dato un respiro mediatico inimmaginabile e che lo ha santificato al punto da convincerlo che fossero ormai maturi i tempi per una sua discesa trionfale nel campo minato della politica è stata quella sulla fantomatica trattativa fra alcuni pezzi dello Stato e i boss di Cosa nostra. Il risultato definitivo ancora non si conosce: il processo va avanti da quasi quattro anni e non si intravede nemmeno col cannocchiale uno straccio di prova; il teste-chiave, Massimo Ciancimino, ha raccontato una serie di fantasticherie miste a grossolane patacche ed è finito in carcere per alcune sue scempiaggini, tra cui la detenzione di esplosivo; il movente non sta in piedi perché i boss che avrebbero dovuto trarre vantaggio dal patto infame con i rappresentanti delle istituzioni sono tutti in galera, murati vivi dal 41 bis. Insomma, un disastro. Può anche darsi che la sentenza rovesci la previsione, ma pure l’ultimo dei giudici popolari capisce che il cammino è tutto in salita e che le tesi sostenute dall’accusa hanno a dir poco il fiato grosso. Una autentica impronta falconiana si può trovare invece in Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, che fu vice di Pietro Grasso a Palermo e regista sia della cattura di Provenzano sia del processo che ha costretto Totò Cuffaro, governatore della Sicilia, a rimanere per sei anni rinchiuso nel carcere di Rebibbia. Magistrato solido, pratico e intuitivo ha dato durissimi colpi alla ‘ndrangheta negli anni in cui è stato procuratore a Reggio Calabria e, giunto a Roma, ha messo in difficoltà il sistema di potere capitolino con “Mafia Capitale”, il cui processo è ancora in corso.

 

Certo, non manca chi rimprovera a Pignatone l’eccessiva caratura mafiosa data a una inchiesta che già aveva scoperchiato una vasta rete di corruzione, coperture politiche e complicità. E non manca neppure chi tiene a sottolineare l’inopportunità della sua partecipazione, poco prima che esplodesse “Mafia Capitale”, a un convegno del Pd.

 

Niente di scandaloso, per carità. Ma la circostanza è stata non a caso ricordata proprio in questi giorni da Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Messina, il quale ha rivendicato proprio l’altro ieri il suo diritto a essere tra i protagonisti del convegno che i grillini terranno sabato prossimo a Ivrea per ricordare Gianroberto Casaleggio; una sorta di Leopolda con la quale il M5s intende misurare la sua capacità di attrazione nei confronti dell’establishment.

 

Ardita, catanese, è l’homo novus nel panorama dei “magistrati coraggiosi” che vogliono conquistare un posto di rilievo nei futuri assetti istituzionali. Ha immagine, ha un curriculum di un certo peso e soprattutto ha scritto un libro a quattro mani con Piercamillo Davigo, presidente fino alla settimana scorsa dell’Associazione nazionale magistrati. Il libro ha un titolo che è già un programma: “Giustizialisti”. Che, come sanno pure i bambinetti delle scuole elementari, è il contrario di “garantisti”. A occhio e croce col “falconismo” ha poco a che dividere, ma in compenso piace molto a Beppe Grillo, a Davide Casaleggio e agli atri leader del Movimento.

 

Un convegno, sostiene Ardita, è un convegno: ci si scontra, ci si confronta, e tutto finisce lì. E chi può dargli torto? Quantomeno, nel sostenere la sua tesi, evita di definirsi “partigiano della Costituzione”, come fece Ingroia quando andò al congresso di Rifondazione comunista con Oliviero Diliberto. Ma l’attrazione grillina non è diversa dell’attrazione piddina che nel 2013 conquistò Pietro Grasso e lo incoronò due mesi dopo presidente del Senato.

 

Tutti falconiani, tranne che in un dettaglio: il sottinteso, pungente richiamo per quell’ebbrezza che solo la politica sa dare.

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