Non solo Grillo

Il “codice della convenienza” adottato anche dal Csm. Di Matteo come santa Teresa

Giuseppe Sottile

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Antonino Di Matteo

Antonino Di Matteo

Se guardi in faccia Piercamillo Davigo, presidente dell’Anm, puoi anche credere che i magistrati siano quella cosa lì: integerrimi fino al cinismo, pedanti fino all’esasperazione, severi fino alla crudeltà. Ma se poi ti sposti a Palazzo dei Marescialli, in quel tempio delle virtù che è il Consiglio superiore della magistratura, scopri che lì il codice Grillo è in vigore da sempre: impietosi e giustizialisti con gli altri, ma estremamente morbidi e garantisti quando l’indagato o il condannato fa parte della casta, della famiglia o della parrocchietta. E’ il destino dei santissimi moralizzatori: sempre pronti a sputtanare chiunque abbia una macchiolina sul cappotto, ma sempre pronti a nascondere le patacche che imbrattano le proprie cravatte, le proprie camicie, i propri vestiti. Il Consiglio superiore della magistratura, ci insegnano i manuali in uso fra i bambinetti delle scuole elementari, è l’organo di autogoverno dei giudici.

 

Per tutto l’anno impasta carriere e promozioni ma ogni tanto – suo malgrado – deve pure occuparsi di questioni disciplinari perché un magistrato, se sbaglia, può essere giudicato e sanzionato solo da altri magistrati. Di scandali da esaminare, per la verità, non ne arrivano molti. Quelli che dovrebbero segnalare abusi e storture – il riferimento è ai titolari dell’azione disciplinare, come il ministro Guardasigilli o il procuratore generale della Cassazione – sanno di che erba è fatta la scopa e procedono con molta cautela. Spediscono il fascicolo solo se si trovano di fronte a un caso eclatante. Per il resto cercano di camminare sottovento: nessuno, per esempio, avrà mai la voglia o il tempo di chiedersi se questo o quel processo, con i suoi costi mastodontici, sia stato montato per reali esigenze di giustizia o per le velleità elettorali del magistrato inquirente; o se l’avviso di garanzia a un uomo politico sia scattato per una reale esigenza di indagine o per gettare piombo nelle ali di un personaggio insopportabilmente sgradito a un pubblico ministero o a una procura. No, i titolari dell’azione disciplinare sanno che dentro il Csm non contano le ragioni della giustizia ma l’equilibrio tra le correnti della magistratura e spediscono dunque solo le carte che non si possono strappare.

 

A smacchiarle penserà poi la particolare commissione di palazzo dei Marescialli – la disciplinare, appunto – per la quale non c’è indagato che non debba essere perdonato e non c’è reprobo al quale non debba essere concessa tutta la clemenza della corporazione. Gli esempi, ovviamente, non mancano. Ricordate lo scandalo di Palermo, quello che faceva capo a Silvana Saguto, la presidente della sezione del Tribunale che avrebbe dovuto contrastare più da vicino gli interessi e le ricchezze di Cosa nostra? Quando sui beni sequestrati alla mafia si è aperto il pentolone delle complicità e delle ruberie, la procura di Caltanissetta ha iscritto nel registro degli indagati non solo la Saguto, alla quale viene contestata l’associazione a delinquere, la corruzione e un bel po’ di altri reati, fino alla truffa; ma anche altri magistrati. La pratica, chiamiamola così, non poteva che finire alla disciplinare del Csm. La quale, come sempre ossequiosa al supremo principio del garantismo, se l’è cavata intanto con pochi, semplicissimi trasferimenti. In sostanza, quattro buffetti e nulla più.

  

Certo un indagato è un indagato e non si può pretendere il pugno di ferro per gente che, alla fine della giostra, potrebbe anche risultare innocente. Ma il guaio – se di guaio dobbiamo proprio parlare – è che i santissimi moralizzatori, quando si tratta di proteggere il cortiletto di casa propria, sanno chiudere gli occhi anche davanti a una condanna. Esattamente come Grillo. Prendiamo il caso di Saverio Masi, un maresciallo dei carabinieri che il 24 aprile del 2015 è stato condannato, in via definitiva, a sei mesi per falso materiale e tentata truffa: nel 2008 si era beccata, con la sua auto privata, una multa dalla polizia stradale e per non pagarla si era inventato un pedinamento per ragioni di servizio e la firma di un superiore che non c’era. Oggi, dopo la batosta della Cassazione, ti aspetteresti di trovarlo pietosamente relegato in una caserma di periferia, magari a smistare la posta. Invece no. Lo trovi come capo scorta al fianco del più santo dei santi dell’antimafia: a fianco di Nino Di Matteo, il pubblico ministero sul quale si sono concentrate negli ultimi tempi le più cupe minacce di Cosa nostra. Non solo. Il maresciallo Masi – che con Di Matteo divide ogni giorno rischi, paure e trepidazioni – è diventato, forse per un capriccio del destino, uno dei più puntuali testimoni d’accusa al maxi processo per la fantomatica trattativa tra lo Stato e i boss della mafia. Un processo che si celebra da oltre tre anni davanti alla Corte d’assise e nel quale Di Matteo è il pubblico ministero più esposto e più impegnato. Per carità, sul piano formale nulla da eccepire. Il codice di procedura penale non contempla alcun conflitto di interesse: Masi depone contro i generali dei carabinieri, imputati nel processo, e avrà certo le sue ragioni.

 

Se poi le sue dichiarazioni finiscono per incrociarsi con le tesi sostenute da Di Matteo, il pm con il quale condivide parecchie ore della giornata, questa è una coincidenza sulla quale nessuno potrà mai sollevare il benché minimo sospetto. Potrebbe esserci, semmai, una minuscola ragione di opportunità. Ma è difficile che qualcuno possa scagliare, anche su questo, una prima pietra. Persino santa Teresa d’Avila, che era la più santa tra i santi contemplati dal Martirologio romano, consentiva alle suore consacrate nei suoi conventi di allentare ogni tanto le maglie di una regola fatta apposta per mortificare “questo corpo di fango” e incontrare Gesù nell’estasi, fino alla transverberazione. Pensate, consentiva che le monache potessero coltivare tra loro delle amicizie particolari. Nel libro delle Relaciones y Mercedes, delle relazioni e delle grazie, le ha chiamate “melanconie”. Ma questo dettaglio non raccontatelo a Beppe Grillo: rischierebbe di chiamare “melanconie” le scempiaggini di Virginia Raggi, sindaca di Roma. 

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Gennaio 2017 - 14:02

    Non è mica una novità: "Ne uccide più la morale della spada". Il nodo è che "la morale", è un'entità di facili,mutevoli, elastici costumi, cui tutti possono accedere e ricorrere. Nei secoli, tutti ne hanno approfittato e vi hanno ricorso e l'hanno utilizzata nell'ambito della lotta per il potere. Il trucco e l'a sostanza stanno nell'avere il potere di vestirla come di volta in volta conviene. Potrebbe il CSM vestirla coi panni dell'imparzialità? Impossibile. Il potere si usa nei modi più adatti, utili per assicurare la propria sopravvivenza. Il CSM lo fa sapendo bene di poterlo fare. Giusto, doveroso, encomiabile, farlo notare. Ma pretendere che i Lotofagi cambino alimento, non è realistico. Godiamoci il Foglio.

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