L'audizione del pentito Gaspare Spatuzza al Maxi processo (foto LaPresse)

Le caste antimafia

Giuseppe Sottile

Dai pentiti ai pm che trattano con loro. L’emergenza ha creato nuove categorie di intoccabili

Negli anni lupigni della mafia, il maresciallo Procopio Castiglione, in forza alla Squadra mobile di Palermo, rischiò una vera e propria crisi coniugale. Per trentasette notti consecutive non si era ritirato a casa. “Ragioni di servizio”, spiegava alla moglie. E spiegando confidava che “il signor Capo” dava in quel tempo la caccia a Prospero Munafò, detto Asparino, picciotto di mezza mafia, da anni alla macchia, che il boss Saro Riccobono, capobastone di Partanna Mondello, utilizzava per gli omicidi più schifiati. Asparino era il malacarne addetto – burocraticamente addetto – alle vendette trasversali; all’uccisione cioè di quegli sventurati che con la mafia non c’entravano nulla ma venivano colpiti solo perché arrivasse un segnale a chi avrebbe dovuto capire e si ostinava invece a non capire. Delitti infami, insomma. Come quelli dei bambini, che nemmeno i killer di panza alta volevano eseguire: dicevano di averne il fegato, ma al momento di agire se ne vergognavano. Dopo ogni tiro (si chiamava così, in quel giro, l’omicidio: forse per lenirne il rimorso; forse per riportarlo alla leggerezza sportiva del tiro al piccione o del tiro al volo) Asparino si concedeva in premio un’appanzicata di “salsiccia e birra”. Birra a volontà. Dopo la quale andava puntualmente a bottane. Una, due, anche tre. A volontà. Si infilava nel vicolo Gran Cancelliere e si perdeva nella “grouffe” del Cassaro. Per scovarlo – quando decisero di scovarlo – gli uomini del “signor Capo” tennero per trentasette notti sott’occhio le case socchiuse di cinque ragazze di vita, brune e pacchiottelle: ché a Prospero Munafò piacevano così, in carne. Fino a quando la “brillante operazione” fu portata a termine e prontamente consegnata al mattinale della questura e all’uso che di quel mattinale avrebbero fatto giornali e telegiornali. Elogi e gloria a volontà. Sette anni dopo, il maresciallo Procopio Castiglione, ormai vicino alla sessantina, ha rischiato una seconda crisi coniugale. Per tre notti di fila non si è ritirato a casa. Era stato “comandato in servizio” per una “missione concordata superiormente con l’autorità giudiziaria”. E la cui riservatezza doveva essere tale che non se ne poteva fare confidenza nemmeno alla moglie. Coadiuvato da tre uomini che in passato avevano prestato servizio alla Buoncostume, il maresciallo Castiglione aveva ricevuto il preciso incarico di accudire alle “esigenze personali” di un collaboratore di giustizia che, alla vigilia di “un importante passaggio giudiziario contro un uomo politico accusato di collusione con la mafia”, aveva avanzato la “legittima richiesta di trascorrere in compagnia di una donna alcuni momenti di intimità”.

 

Alla squadra di poliziotti addetti – burocraticamente addetti – alle esigenze personali del pentito era stato anche ordinato di “lasciarsi guidare dal medesimo nella ricerca delle figure femminili da contattare” e di limitare allo stretto necessario qualsiasi domanda “circa l’identità delle persone coinvolte, o da coinvolgere”. Per tre notti gli uomini del maresciallo tennero nuovamente sott’occhio le porte socchiuse del vicolo Gran Cancelliere. Aspettando che il pentito Prospero Munafò, appagata la voglia di sesso e di baldoria, ritornasse a bordo dell’autocivetta di servizio, un’Alfa 33 di colore nocciola munita di autoradio, per essere accompagnato alle Torri di viale del Fante e riconsegnato al Servizio protezione. I giornali non ne parlarono. Ma il “signor Capo”, il giorno dopo, non mancò di convocare il maresciallo Procopio Castiglione e di elogiarlo non solo per la “brillante operazione”, ma anche per “l’impenetrabile riservatezza con la quale aveva compiuto il suo dovere”.

 

Lodi e onori a volontà. Ci ricorderemo di quegli anni. E ricorderemo anche, con devozione, le notti bianche del maresciallo Procopio Castiglione al quale un ministro della Repubblica, su proposta del “signor Capo”, avrebbe forse dovuto consegnare in contemporanea almeno due onorificenze: una per avere catturato, tra i vicoli del Gran Cancelliere, un killer della mafia, spietato e libidinoso; e l’altra per avere obbedito, sette anni dopo, all’ordine di accompagnare quel killer negli stessi vicoli perché, da pentito, Munafò non poteva essere più considerato un malacarne ma un uomo prezioso per la lotta alla mafia: con le sue rivelazioni avrebbe consentito la cattura e la condanna di chissà quanti boss; e se alla vigilia di una decisiva deposizione si era spinto a chiedere il permesso di fare una scappata al Gran Cancelliere per rivedere una delle sue vecchie e amatissime bottane, quale magistrato poteva mai dirgli di no? Erano anni di zelo e di azzardo. Lo Stato non voleva più piangere i suoi morti e aveva finalmente deciso di passare al contrattacco. Con ogni mezzo. Anche quello di assegnare privilegi a chi avrebbe meritato invece disprezzo e galera. Certo, la legislazione d’emergenza ha costretto la civiltà del diritto a subire non pochi sfregi. Ma quel che conta, sia detto con civile cinismo, è che alla fine della giostra lo Stato ha vinto e la mafia ha perso: di stragi, grazie a Dio, non si avverte più nemmeno l’odore; il numero degli omicidi ha toccato il minimo storico; i boss che diedero vita alla verminosa stagione del sangue sono stati quasi tutti arrestati e molti di loro sono morti tra i rigori del carcere duro senza mai rivedere la libertà. La guerra – perché di vera guerra si è trattato – è stata lunga, lunghissima. La chiameremo la guerra dei trent’anni. Quanto durerà ancora? Difficile dirlo, perché le variabili sono ancora tante. Le forze dell’antimafia hanno tagliato tutti gli alberi e i rami che hanno incontrato, ma molte radici della malapianta sono ancora lì, conficcate tra le terre malsane dell’incertezza e del disagio. Non solo.

 

La fine della guerra dipenderà anche dal potere che, in questi trent’anni, hanno conquistato le lobby e le caste cresciute sotto i generosi tendoni dell’emergenza. A cominciare dai pentiti, molti dei quali hanno avuto modo di sperimentare la maglia larga delle regole e ora tentano in tutti i modi di fare valere le proprie ragioni e i propri interessi. Nel 2015 il numero dei collaboratori di giustizia affidati dalle procure al servizio protezione del Viminale ha toccato il record di 1.253. Negli ultimi dieci anni la cifra anziché diminuire è quasi raddoppiata (nel 2006 erano 790) e, di conseguenza, si è dilatata a dismisura anche la cosiddetta “popolazione protetta”, quella che include i famigliari: l’ultimo dato parla di 6.300 persone, un fiume di gente alla quale lo Stato deve garantire quotidianamente sicurezza e ogni altro genere di conforto, dalle macchine di scorta al cambio di residenza, dall’assistenza legale all’assistenza sanitaria, dalla scuola per i figli all’identità fittizia. Servono ancora tutti questi pentiti?

 

Gli stessi responsabili del Servizio protezione ammettono che “non sono più i tempi di Tommaso Buscetta, né quelli di Totuccio Contorno”: vite scellerate che Giovanni Falcone, giudice di grande coraggio e di grande mestiere, amministrò con tale saggezza da inchiodare, al termine del maxi processo di Palermo, oltre trecentocinquanta boss, tutti di alta caratura. Oggi, invece, sono i tempi delle mezze tacche, dei personaggi di terza e quarta fila che, in cambio della protezione e dei benefici di legge, più o meno onestamente raccontano quel poco che sanno: provengono in massima parte da cosche prive di spessore e se intuiscono che il magistrato vuole sapere qualcosa che loro non sanno riescono a trovare comunque il modo di rabberciare un verbale, utile per ogni buon fine. Insomma, dai tempi di Buscetta siamo passati ai tempi di Nino Lo Giudice, detto “il Nano” che puntualmente dice e si contraddice, che oggi si occupa di mafia e domani di ’ndrangheta, che oggi conferma e domani ritratta, che un giorno chiacchiera di complotti e il giorno dopo di ordinaria delinquenza, che entra ed esce dal Servizio protezione sulla base delle proprie convenienze e con la stessa disinvoltura con cui si passa dalla malavita alla bella vita. Più che un personaggio, una macchietta. Eppure anche lui, come tanti altri suoi colleghi, si muove con la stessa tracotanza di Prospero Munafò, il pentito col vizio delle bottane palermitane.

 

A che cosa deve tanto potere? Forse al fatto che i fanfaroni di Stato, come Lo Giudice, spesso sono funzionali non tanto alla ricerca della verità ma al gioco grande di quella strettissima cerchia di magistrati – ormai in minoranza anche nelle procure di frontiera – che in nome della sacrosanta lotta a Cosa nostra tentano di accumulare meriti e benemerenze. A volte anche con qualche forzatura, come quella di mettere in piedi inchieste farlocche, senza capo né coda, al solo scopo di incantare l’opinione pubblica, di girovagare per giornali e talk-show e poi presentarsi alle elezioni con i paramenti sacerdotali dell’eroismo e della legalità; o come quella di intercettare una telefonata forse poco opportuna del proprio capo e tenerla per sei mesi nel cassetto, in attesa di saggiare i comportamenti e vedere poi l’effetto che fa. Tanto loro, quelli della ristrettissima cerchia, sanno che non pagheranno mai pegno e che nessuna istituzione della Repubblica – dal Parlamento al Csm – avrà mai l’ardire di chiedergli conto e ragione su quanti innocenti hanno sputtanato o su quanti soldi dello Stato hanno sperperato, inventando improbabili “sistemi criminali”, inseguendo fantasmi e teoremi, macinando dibattiti e convegni. Se i pentiti, pur con i loro capricci e i loro ricatti, sono la casta stracciona, i magistrati della ristrettissima cerchia sono la casta bramina. Intoccabile. Il sistema arrugginito delle leggi e dei controlli, che non a caso loro vogliono sempiterno e immobile, li garantisce e li protegge. Alla faccia del maresciallo Castiglione e di tutti quelli che nel corso della lunga guerra hanno rischiato, oltre a una crisi coniugale, anche la vita. 

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  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.