Finalmente saremo tutti colpevoli

Il giochino maledetto del “sospetto come anticamera della verità”, usato per anni dai professionisti dell’antimafia contro i propri nemici, non si è mai fermato. Ora lo rilancia, con un azzardo, l’ex pm Antonio Ingroia.
Finalmente saremo tutti colpevoli

Antonio Ingroia (foto LaPresse)

Ricordate l’allegra teologia del “sospetto come anticamera della verità”? E’ stato per anni il giochino infamante con il quale ogni professionista dell’antimafia finiva per criminalizzare e quindi neutralizzare i propri nemici politici. Un maresciallo dei carabinieri aveva deciso di indagare sulle malefatte di un sindaco? Nessuna paura: il sindaco vestiva i panni dell’eroe, in lotta perenne contro le invisibili armate di Cosa nostra, e alla prima trasmissione televisiva lanciava a mezza bocca un’allusione ispida e velenosa verso quell’investigatore invasivo e inopportuno. Generalmente il giochino funzionava, rapido e risolutivo. In un caso – il tragico caso del maresciallo Antonino Lombardo, accusato davanti alle telecamere di Michele Santoro di avere chiuso un occhio sulla latitanza di Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi – la gogna, montata a tavolino senza alcuna prova, si è conclusa addirittura con il suicidio del povero sottufficiale, colpevole solo di avere sollevato qualche perplessità sui protagonisti della luminosa “primavera” di Palermo, quella guidata dal ciuffo ribelle di Leoluca Orlando e dal gesuita Ennio Pintacuda.

 

Parce sepulto, verrebbe da dire. Ma il guaio è che il giochino maledetto non si è mai fermato. E per farvi un’idea, guardate un po’ che cosa è riuscito a inventarsi un magistrato – grazie a Dio in disarmo – per mascariare con l’arma impropria del sospetto una persona dabbene che, per ragioni d’ufficio, poteva anche intaccare la sua carriera e incrinare il suo prestigio. Il magistrato in disarmo è una ex star del circo mediatico-giudiziario. E’ quell’Antonio Ingroia che ha conosciuto a Palermo, da pubblico ministero, la durezza e l’ebbrezza della più implacabile e appariscente lotta alla mafia. Grazie alla sua indiscussa professionalità, ma grazie anche ai suoi strettissimi rapporti con giornali e giornalisti votati alla redenzione dell’Italia, il dottore Ingroia poteva consentirsi, dentro e fuori la procura, di dire e fare tutto ciò che riteneva necessario pur di riportare boss e picciotti, reprobi e  malacarne dentro i confini della legalità.

 

Gli strumenti certamente non gli mancavano. Il codice di procedura penale gli metteva a disposizione una varietà infinita di atti con i quali inchiodare alla croce del sospetto un cittadino in odore di mafia, o in odore di collusione, o in odore di corruzione o in odore di chissà quale altra nefandezza configurata dalla legge come reato. Sempre in ossequio, va da sé, all’obbligatorietà dell’azione penale. Tanto per gradire, la danza poteva cominciare con l’apertura di un fascicolo – il cosiddetto modello 45 – dove l’ufficio dell’accusa convoglia le carte, anche una lettera anonima o un ritaglio di giornale, relative a qualcosa che puzza di bruciato. Esempio: è crollato un ponte e non sappiamo ancora se dietro c’è la malasorte o la colpa di un disonesto costruttore.

 

Oppure poteva avvalersi del modello 21 dove vengono iscritti i nomi delle persone che potrebbero rientrare in quella indagine. Persone alle quali – ricordate il caso di Paola Muraro, tormentato assessore di Virginia Raggi, sindaco di Roma – va spedita, qualora l’avvocato la richieda, una comunicazione in base all’articolo 335. Oppure – ovviamente nel caso in cui siano già apparse le prime responsabilità – poteva spedire l’implacabile “avviso di garanzia”, un atto pubblico con il quale il destinatario apprende ufficialmente di essere stato iscritto nel registro degli indagati e messo perciò nelle condizioni di potersi difendere. Un’arma a doppio taglio, come sappiamo bene. Perché con l’avviso di garanzia il cittadino finito sotto inchiesta viene consegnato all’opinione pubblica e diventa di fatto un soggetto sul quale può sputacchiare chiunque: dal giornalista all’opinionista, dall’uomo politico all’ospite del talk-show.

 

“Questo non è un paese per innocenti”, s’intitola l’ultimo editoriale di Panorama, da ieri in edicola. E chi può dargli torto? Se si sommano i sospetti che le procure e i giornali amici delle procure riescono a macinare in un solo giorno, tra modello 45 e modello 21, tra articolo 335 e avviso di garanzia, chi riuscirà mai a farla franca? Avete visto quel che è successo al Campidoglio. Su una manciata di nomi scelti dalla Raggi come assessori, due sono risultati già colpiti da provvedimenti giudiziari: Muraro e De Dominicis.

 


Paola Muraro (foto LaPresse)


 

Ma torniamo al dottore Ingroia. A forza di cavalcare la prateria dell’antimafia e di battere in lungo e in largo gli studi televisivi, con i santoni della società civile che lo seguivano in ogni angolo del mondo, da Montelepre al Guatemala; a forza di alzare continuamente il tiro, fino a intercettare il telefono di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, e a trascinare, nel cosiddetto processo della Trattativa, boss della mafia e vertici delle istituzioni; a forza di tutte queste cose, Antonio Ingroia ha finito per fare il passo più lungo della gamba: ha fondato un partito, Rivoluzione civile, e ha tentato il salto in politica, convinto  di potere conquistare nientemeno che Palazzo Chigi. Era il 2013. E sappiamo tutti come è finita: sfiancato dalle proprie ambizioni e martellato per tutta la campagna elettorale da una impietosa imitazione di Maurizio Crozza, si è sfracellato al suolo di uno zero virgola. Costretto ad abbandonare la toga, è stato soccorso in fretta e furia da Rosario Crocetta, governatore della Sicilia, e oggi vivacchia – si fa per dire – come amministratore unico della “Sicilia e-Servizi”, una società partecipata dalla Regione.

 


Una delle numerose parodie di Ingroia, impersonato da Maurezio Crozza


 

Attenzione, però. Perché l’intrepido Ingroia, ex stella della magistratura inquirente, non si è rassegnato alla sconfitta. Tutt’altro. Ha tirato il fiato e, per non farci mancare nulla, ha tentato la difficilissima impresa di trasformare la cultura del sospetto, quella che per tanti anni ha accompagnato la vita e le opere dei professionisti dell’antimafia, in una mistica della demonizzazione. A onor del vero c’è perfettamente riuscito e, per rendersene conto, basta esaminare in controluce la sofisticatissima formula che ha appena messo in pratica per delegittimare un sostituto procuratore della Corte dei Conti, Gianluca Albo, che legittimamente aveva preteso di capire come la “Sicilia e-Servizi” avesse speso i grossi finanziamenti provenienti, tramite la Regione, dall’Unione europea.

 

L’ex campione dell’antimafia avrà probabilmente vissuto l’indagine avviata dal magistrato contabile come uno sfregio. Anche perché sul presunto danno erariale si era innestato un inevitabile fascicolo della procura della Repubblica, la stessa nella quale proprio lui aveva recitato la parte del principe senza macchia e senza paura. E così, quando dal Palazzo di giustizia è arrivata la notizia, salutare e liberatoria, dell’archiviazione, l’Eroe non ci ha visto più dagli occhi. Al punto da dichiarare pubblicamente che i suoi guai giudiziari erano da attribuire a un “fin troppo solerte sostituto procuratore della Corte dei Conti legato, sia da affinità parentali che da passati incarichi consulenziali, a uno dei difensori dell’ex senatore Dell’Utri, come noto, da me fatto condannare per concorso esterno in associazione mafiosa e oggi perciò in carcere dopo la condanna definitiva”.

 

Rileggiamolo, questo atto di accusa. A parte l’astuzia, infantile e birichina, di non fare il nome di Albo, la dichiarazione rivela due o tre cosine che Virginia Raggi e i grillini, sempre alla ricerca di magistrati ai quali affidare l’amministrazione della cosa pubblica, farebbero bene a tenere in mente. Pur di mascariare Albo, sul quale evidentemente non ha trovato una sola pagliuzza, Ingroia attiva una sorta di proprietà transitiva e ricorda, omettendo il nome anche del secondo personaggio tirato in ballo, che il “fin troppo solerte” sostituto procuratore della Corte dei Conti è nipote della moglie dell’avvocato Enzo Trantino, senatore della Repubblica, chiamato nel 2003 a presiedere la commissione parlamentare di indagine su Telekom Serbia. E fin qui niente di male: siamo tutti parenti di qualcuno. Ma il senatore Trantino, penalista di grande fama particolarmente in Sicilia, era entrato anche nel collegio di difesa di Marcello Dell’Utri. E questo dettaglio basta a Ingroia per costruire una seconda proprietà transitiva. Quasi una catena di Sant’Antonio. Secondo la quale se il nome di Dell’Utri inquina l’immacolato Trantino – il mestiere degli avvocati è anche quello di difendere gli imputati di mafia – automaticamente il nome di Trantino finisce per sporcare, a causa della lontana parentela, anche l’innocentissimo Albo.

 

Ha ragione Panorama: “Questo non è un paese per innocenti”. Dopo avere sguazzato per anni tra cultura del sospetto e questione morale, pronti ad appendere al palo chiunque porti sulle spalle la terribile etichetta di “indagato”, siamo finiti in un letamaio dove per sfregiare un avversario non è più necessaria la soffiata di un pm che ti dica sottobanco se quel nome è finito nel modello 21 o se è stato già raggiunto da una comunicazione “ex articolo 335” o, peggio ancora, se gli è stata issata la forca di un avviso di garanzia. Ormai, stando al metodo Ingroia, venerato maestro d’antimafia e di legalità, s’avanza una nuova cultura: quella dell’ammiccamento obliquo, dell’allusione verminosa, del dire e non dire. Che ci renderà, finalmente, tutti colpevoli.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi