Cosa si rischia a delegare ai pm l'antiterrorismo

L’inventarono nei primi anni Novanta, quando la mafia delle stragi scannava giudici e poliziotti e lo stato non sapeva più dove sbattere la testa. L’inventarono quando questure e tribunali mostrarono paura e smarrimento, e apparve tragicamente chiara la necessità di coordinare le conoscenze contro un nemico che scavalcava ogni limite.
Cosa si rischia a delegare ai pm l'antiterrorismo

“In Europa non riusciamo a dotarci di norme comuni ed efficaci”, ha detto il ministro Orlando intervistato mercoledì sul Foglio

L’inventarono nei primi anni Novanta, quando la mafia delle stragi scannava giudici e poliziotti e lo stato non sapeva più dove sbattere la testa. L’inventarono quando questure e tribunali, di fronte a tanto sangue, mostrarono paura e smarrimento, e apparve tragicamente chiara la necessità di coordinare le conoscenze e le intelligenze contro un nemico che scavalcava ogni limite, che procedeva con arroganza e non riconosceva altra legge se non quella dei boss e dei carnefici, delle bombe e delle devastazioni. Era il gennaio del 1992. Nasceva – non senza ambizioni, non senza retorica – la procura nazionale antimafia e antiterrorismo. Che governo e forze politiche presentarono allora come una grande innovazione; anzi, come grande esempio di una politica giudiziaria che finalmente sapeva guardare all’interesse generale e non più ai gretti confini territoriali delle procure. Collocata istituzionalmente sotto l’alto controllo della procura generale della Cassazione, la nuova creatura poteva disporre di venti magistrati e di un capo scelto per autorità ed esperienza dal Csm, organo di autogoverno dei giudici.

 

Ma quando si trattò di decidere quale potenza di fuoco assegnarle, immancabilmente vennero fuori i primi problemi, le prime gelosie, le prime perplessità, i primi intoppi. Ci fu, in parole povere, una brusca frenata. Che tradì molte premesse e molti entusiasmi; e che oggi vale la pena ricordare soprattutto alla luce delle dichiarazioni rese al Foglio da Andrea Orlando. Il ministro della Giustizia, di fronte alle vampate di terrore che sempre più spesso flagellano e insanguinano il Vecchio continente, ha sottolineato la necessità di istituire una procura europea antiterrorismo proprio per superare le inefficienze e le inconcludenze che gli apparati investigativi puntualmente mostrano dopo ogni attentato: “In Europa non riusciamo a dotarci di norme comuni ed efficaci”, ha detto. “La differenziazione normativa tra paesi complica le indagini, complica la cooperazione giudiziaria e dà spazi imprevedibili al terrorismo”. Per dare forza alla propria idea, il Guardasigilli riconosce ai magistrati di via Giulia non pochi meriti. In particolare sul terreno della lotta al terrorismo: “Da noi – spiega – vengono punite condotte che in altri paesi non sono punite e la nostra legislazione ci consente di intervenire anche quando le condotte non sono ancora esplicitamente terroristiche”.

 

Discorso ineccepibile. Che tuttavia non restituisce alla direzione nazionale antimafia gli strumenti che la Dna avrebbe dovuto avere fin dall’inizio e che i rimaneggiamenti della legge istitutiva finirono ventiquattro anni fa per annacquare.

 

La battaglia, non va dimenticato, ci fu e fu aspra. Ma sulle ragioni nobili del coordinamento e della “unitarietà di intenti e di metodi” finì per prevalere il feudalesimo giudiziario di distretti e province. Con un risultato a dir poco bizzarro. Doveva nascere la Superprocura contro la mafia, con una sua peculiare capacità di scavare in lungo e in largo e incastrare tutte le cosche del mondo; doveva venire fuori l’arma finale da affidare addirittura alle mani solide e sicure di Giovanni Falcone, autore e regista del primo maxiprocesso ai padrini e ai picciotti di Palermo; doveva arrivare finalmente il bulldozer assegnato dallo stato a un nucleo scelto di magistrati per radere al suolo ogni organizzazione criminale ed è spuntato invece un rispettabilissimo ufficio di persone, tutte espertissime e per bene, alle quali però è espressamente proibito di compiere direttamente una indagine o di dare direttive vincolanti a una delle 26 procure distrettuali disseminate lungo il territorio nazionale. In compenso la cosiddetta Superprocura può studiare parecchio; e, tra uno studio e l’altro, può anche avocare a sé qualche inchiesta, ma a patto che la “distrettuale” alla quale richiede il fascicolo abbia mostrato su quello specifico caso un’imperdonabile inerzia o una riprovevole svogliatezza.

 

Peccato. Probabilmente, e non c’è motivo di non credere al ministro Orlando, le cose hanno funzionato di più nel contrasto al terrorismo, emergenza che le direzioni distrettuali negli anni passati hanno forse ritenuto non troppo ravvicinata. Ma sulla mafia, no. Su questo versante la Dna – per come è fatta la legge e per come sono equilibrati i poteri – non ha quasi mai toccato palla. E non ha avuto neppure la forza né la tentazione di contrastare le satrapie che certi magistrati hanno impiantato dentro le procure con la banalissima arte di scegliersi sempre e comunque l’imputato eccellente, di montare sempre e comunque processi di sicuro impatto mediatico, di spacciare i pataccari per testimoni di giustizia e di gestire quei due o tre pentiti sempre utili alla causa secondo i criteri della più smaccata immoralità giudiziaria.

 

Si dirà: ma i magistrati antimafia dipendono gerarchicamente dall’ufficio del procuratore capo, designato a quell’incarico dopo una lunga e attenta valutazione da parte del Csm. Ed è anche vero. Ma è altrettanto vero che se il capo della procura non ha il polso bene allenato a vigilare sul lavoro dei colleghi – sempre pronti, ovviamente, a rivendicare autonomia e indipendenza – ci sarà sempre uno, più lesto di tutti gli altri, che vorrà mettere sotto ascolto il telefono del capo del governo o del capo dello stato. Magari per fugare un sospetto. O per un semplice sputtanamento. Tanto, per queste cose, qui nessuno paga mai pegno. E se è già difficile richiamare ai propri doveri un magistrato ordinario, figurarsi quale autorità o quale organo di controllo potrà mai scalfire l’immagine di un magistrato antimafia: insorgerebbe il movimento delle Agende rosse, si muoverebbe Rosy Bindi con la commissione parlamentare, scenderebbe in campo don Luigi Ciotti con le cooperative di Libera, si fermerebbero le scuole e le università, si mobiliterebbero i sindacati e pure gli imprenditori che hanno firmato l’ultimo protocollo per la legalità. Perché i magistrati che si occupano di lotta alla mafia mantengono spesso e volentieri un rapporto diretto e privilegiato con il mondo esterno, con quella che loro chiamano società civile.

 

Difficile stabilire se tutto questo sia un bene o un male. Sta di fatto però che le procure antimafia sono diventate paradossalmente il luogo geometrico dove meglio si incontrano, e si confondono, politica e giustizia. Dove politica e giustizia si parlano, ciascuna con un proprio codice, ciascuna con una propria moral suasion. E per dimostrarlo basta ricordare la storia di Piero Grasso che da procuratore nazionale antimafia diventò prima senatore del Pd, su chiamata diretta di Pier Luigi Bersani, e subito dopo presidente del Senato. Oppure la storia di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo che, dopo avere costruito una colossale impalcatura processuale attorno alla famigerata Trattativa, ritenne opportuno mettere a frutto la popolarità conquistata sulle carte giudiziarie e si candidò con un suo partito alla guida del paese. Le cose non gli andarono benissimo; anzi, le imitazioni di Crozza lo trasformarono inesorabilmente in una macchietta della politica. Ma il flop dello zero virgola non lo ha scoraggiato. E ora si trova lì in Sicilia, sotto il manto caritatevole di Rosario Crocetta, a fare di tutto per tenersi caldo e stretto l’incarico di amministratore in una società partecipata che il governatore gli ha generosamente messo a disposizione.

 

Ma Ingroia, anche se con il paracadute di Crocetta, ha avuto almeno il buon gusto di lasciare la magistratura. Molti suoi colleghi invece hanno sublimato l’arte delle porte girevoli. Per grazia ricevuta, assumono un incarico in politica e fanno squadra sia con le persone oneste, che sentono a loro così vicine, sia con i malacarne, che loro intendono in ogni caso redimere. Poi il banchetto degli accordi e degli intrighi va a male e tornano con disinvoltura a indossare la toga. Ma si credono così forti e onnipotenti da consentirsi anche il capriccio di una vendetta. E cominciano a sputacchiare sia sui nemici sia su quegli amici che non gli furono sufficientemente amici. Uno sputacchiare senza freni e senza pudore, persino spiaccicando sui giornali pezzetti maleodoranti di segreto istruttorio. Tanto, da quelle parti nessuno paga pegno. Meno che meno il dottore della “distrettuale”, che gira quattro giorni su sette per convegni e dibattiti, che cita a ogni pie’ sospinto Giovanni Falcone, che si spaccia per l’allievo più amato da Paolo Borsellino, che ha bisogno di scorte sempre più corazzate perché la mafia sa che lui è il più duro e il più puro e per questo lo ha condannato a morte, povero figlio.

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