Come è facile per i furbastri a Palermo avere una scorta e spacciarsi per grandi paladini dell’antimafia

In primis, e stavolta il latinorum non ci starebbe male, c’è il grande avvocato dall’alto profilo accademico che nel febbraio del 1986 ebbe il merito di intestarsi con coraggio, quasi con ardimento, la difesa delle parti civili al maxiprocesso contro la cupola di Cosa nostra e altri quattrocento boss siciliani.
Come è facile per i furbastri a Palermo avere una scorta e spacciarsi per grandi paladini dell’antimafia

In primis, e stavolta il latinorum non ci starebbe male, c’è il grande avvocato dall’alto profilo accademico che nel febbraio del 1986 ebbe il merito di intestarsi con coraggio, quasi con ardimento, la difesa delle parti civili al maxiprocesso contro la cupola di Cosa nostra e altri quattrocento boss siciliani, trascinati sul banco degli imputati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. A lui la scorta spetta di diritto: anche se sono passati trent’anni; e anche se, dopo avere difeso l’antimafia, il suo affermatissimo studio ha preso in carico la buona causa di un imprenditore molto caro alla mafia. “Dettagli che non interessano, la minaccia sopravvive ed è inutile girarci attorno: una scorta è per sempre”, spiega il funzionario del ministero dell’Interno a cui si intesta la “tutela delle personalità a rischio”.

 

E tra le personalità a rischio non può mancare l’uomo politico della regione che in questi tre anni ha cavalcato l’antimafia chiassosa e inconcludente delle parate, dei pennacchi e delle imposture. Ed è lì pure lui, assistito e riverito da otto uomini di scorta che lo seguono e lo servono in ogni angolo della Sicilia e non lo lasciano mai solo nemmeno quando l’onorevole s’incapriccia di fare un salto nella sua amatissima Tunisia. Ma chi lo minaccia? La domanda è decisamente fuori luogo, perché al ministero ti dicono che c’è in ballo la vita di un uomo e che con la vita non si può giocare, nemmeno se la “personalità sotto tutela” è un professionista dell’antimafia, noto soprattutto per le sue fanfaronate e per avere trasformato un banalissimo incidente stradale in un improbabile complotto “ordito dalle forze mafiose per contrastare il mio rivoluzionario messaggio politico”.

 

E poi ci sono i magistrati, quasi tutti inclusi, che godono della scorta per il semplice fatto di essere procuratori o sostituti procuratori, procuratori generali o procuratori aggiunti, presidenti di Tribunale o di Corte d’appello, giudici di sorveglianza o giudici delle misure di prevenzione. Ovunque possa esserci un odore di lotta alla mafia o alla criminalità organizzata, lì troverete certamente un’auto blindata con uomini armati pronti a tutto pur di allontanare dalla “nota personalità” qualsiasi pericolo. Reale o fasullo poco importa: perché questa è la città delle maledette stragi di mafia e delle tante strade dove è ancora caldo il sangue dei martiri: vogliamo forse scherzare con il fuoco infame e devastante dell’aggressione mafiosa?
Per carità, tutti hanno una buona ragione per rivendicare il diritto alla scorta. Persino il pentito che ha sciolto un bambino nell’acido, ha confessato centocinquanta omicidi e ha premuto il telecomando per la mattanza di ventiquattro anni fa a Capaci. Ma il fatto è che oltre alle scorte “doverose e istituzionali”, ci sono quelle concesse dalle prefetture, magari dopo un’approfondita  riunione del cosiddetto Comitato per l’ordine e la sicurezza, a un vasto mondo di uomini e donne che chiedono protezione dopo avere ricevuto una minaccia anonima: che può essere una lettera compilata con i caratteri ritagliati dai titoli di un giornale; o una scritta sul muro di casa con parole inequivocabili; o una busta con proiettile recapitata in ufficio; o un gatto morto abbandonato durante la notte sull’uscio di casa; o una fotografia sfregiata e sminuzzata dentro una scatolina di cartone; oppure una testina di agnello sgozzata poche ore prima e infilzata ancora sanguinante su una lancia del cancello.

 

Il campionario è ampio e articolato. Come le motivazioni che spingono i destinatari di una spaventosa intimidazione a chiedere aiuto: c’è lo sventurato che si ritrova all’improvviso nelle voragini della paura e si dispera perché non sa come riconquistare la tranquillità per sé e per la propria famiglia; c’è il malcapitato che fugge in un puerto esconddito, sperando che nessuno lo trovi; e c’è pure quello che non smette mai di maledire la mafia, i padrini, i picciotti e chiunque gli abbia rovinato la vita, costringendolo a tremare ad ogni rumore sospetto, a ogni parola non chiara, a ogni segnale obliquo, a ogni incontro al buio. Che Dio ce ne scampi: un inferno.

 

Ma tra le motivazioni che abitualmente stanno dietro una denuncia per minaccia potrebbe anche esserci una ragione, per così dire, di status symbol. Come quella di tentare per vie traverse una iscrizione immediata all’albo d’oro dell’antimafia. Un albo politicamente importantissimo, dal quale si può essere chiamati per una candidatura in una delle tante liste promosse qua e là dalla società civile e ovviamente fatte da duri e puri; o in un consiglio di amministrazione, ovviamente compilato in modo tale da garantire, nella gestione della cosa pubblica, legalità e trasparenza. Il campionario, anche qui, è lungo e bene illustrato. Lo conoscono a menadito gli stessi agenti costretti a vedere spesso con quale e quanta spavalderia vengono esibite alcune scorte o con quanta sicumera vengono praticati abusi e soprusi da parte dei “protetti”, ripresi in privato così allegri e disinvolti da non sembrare per niente vittime di chissà quale vendetta o di chissà quale rappresaglia.

 

E’ l’antimafia, bellezza, verrebbe da dire. Ma c’è un però. La minaccia anonima, vera o presunta, prima di arrivare in prefettura e ottenere la giusta risposta, deve essere obbligatoriamente – a che servirebbe altrimenti l’obbligatorietà dell’azione penale – denunciata alla procura della Repubblica. Che, trovandosi appunto di fronte a una ipotesi di reato, ha l’obbligo di aprire un’inchiesta al semplice scopo di identificare i colpevoli e di mandarli sotto processo.

 

Solo a Palermo, e prendiamo questa città come metafora della dannazione alla quale ci costringe la violenza mafiosa, ci sono oltre centoventi personalità messe sotto scorta da uno stato che, per garantire la loro sicurezza, non bada a spese, ci mancherebbe altro. Bene: visto che su ogni minaccia è stata formalmente e obbligatoriamente aperta un’inchiesta, quali sono i risultati che la magistratura potrà esibire anche per allontanare il sospetto di un uso strumentale della scorta da parte di un qualche spregiudicato professionista dell’antimafia? Insomma, quanti avvertimenti sono risultati veri e non campati in aria? Quanti mafiosi, imputati del reato di intimidazione, sono stati assicurati alla giustizia?

 

[**Video_box_2**]In queste ore i procuratori generali presso le Corti d’appello preparano i rapporti da leggere alle cerimonie per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. A Palermo – almeno a Palermo – la risposta all’interrogativo di cui sopra si conosce già: nemmeno uno. Le inchieste sulle minacce che stanno alla base delle scorte sono rimaste tutte senza un colpevole. Tutte contro ignoti. Una gran bella soddisfazione per i furbastri dell’antimafia. 

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