L'ondata anti-establishment è pronta a colpire l'Italia?

La rassegna della stampa internazionale sui principali fatti che riguardano il nostro paese. Oggi articoli di Financial Times, Bloomberg, Echos, New York Times, Abc
L'ondata anti-establishment è pronta a colpire l'Italia?

Il premier Matteo Renzi in difficoltà dopo l'ascesa di Trump alla Casa Bianca

New York, 10 nov - (Agenzia Nova) - L'inattesa vittoria del repubblicano Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi pone il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, in una posizione difficile, proprio mentre si avvicina il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre prossimo, che per il governo italiano potrebbe trasformarsi in un passaggio sotto le forche caudine. Renzi, sottolinea "Reuters" in un articolo ripreso dal "New York Times", è stato uno dei pochi leader mondiali di primo piano ad esporsi ripetutamente in favore della democratica Hillary Clinton, uscita sconfitta dal voto di martedì. Oltre a nuocere a Renzi sul fronte diplomatico, l'endorsement a Clinton rischia di caricare sul premier l'immagine di esponente dell'establishment, come sottolinea il politologo e professore dell'Università Luiss di Roma, Roberto D'Alimonte. Secondo David Zahn, direttore per il fixed income europeo presso Franklin Templeton, "la vittoria di Trump conferma la forza del populismo, e suggerisce che il "no" al referendum italiano potrebbe essere più forte del previsto". Gli investitori paiono condividere questa preoccupazione, dal momento che dopo la vittoria di Trump lo spread tra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi è aumentato di 7,8 punti base a 154,05, ai massimi dal mese di giugno. Le opposizioni italiane, sottolinea "Reuters", sono prontamente saltate sul carro del vincitore delle presidenziali Usa: il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, ha scritto sul suo blog: "Noi siamo i barbari. I veri idioti, i populisti e i demagoghi sono i giornalisti e gli intellettuali dell'establishment". Il partito italiano Forza Italia dell'ex premier italiano Silvio Berlusconi - a sua volta schierato per il "no" alla riforma costituzionale italiana - ha scritto sul proprio account Twitter: "In America hanno votato No". il leader del gruppo parlamentare di Forza Italia, Renato Brunetta, ha chiesto a Renzi di dimettersi dopo il suo endorsement alla Clinton. Ieri il premier italiano si è formalmente congratulato con Trump per la sua vittoria elettorale, e ha assicurato che le relazioni tra i due paesi restano immutate: "mi congratulo con lui e gli auguro buon lavoro, convinto che l'amicizia resti forte e solida".

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L'Italia è il prossimo bersaglio dell'ondata anti-establishment

New York, 10 nov - (Agenzia Nova) - L'ondata di populismo che ha spinto il Regno Unito fuori dall'Unione Europea, e proiettato il repubblicano Donald Trump alla Casa Bianca, punta ora dritta sull'Italia, scrive Anooja Debnath su "Bloomberg". La vittoria del candidato repubblicano alla presidenza Usa ha causato un immediato contraccolpo sulle obbligazioni sovrane italiane, con un aumento dello spread tra i Btp e i Bund decennali tedeschi di 7,8 punti base a 154,05, ai massimi dal mese di giugno, in concomitanza con il voto britannico per la Brexit. Il timore degli investitori, infatti, è che l'elezione di Trump preluda alla sconfitta del governo italiano del premier Matteo Renzi al referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre, che si preannuncia di fatto un voto di fiducia sul premier. "Se il voto di protesta è davvero una tendenza generale", spiega Kit Juckes, di Societe Generale Sa, i prossimi ad esprimerlo potrebbero essere proprio gli elettori italiani. In molti ritengono l'elezione di Trump negli Usa una sorta di "deja-vu" di quanto accaduto con il referendum britannico della scorsa estate. Lo stesso vale per il referendum costituzionale italiano ormai incombente, afferma Martin van Vliet di ING Groep NV, con sede ad Amsterdam. "Il referendum italiano si tradurrà probabilmente in un voto a favore o contro l'establushment, e questo è un rischio per Renzi", sostiene l'analista finanziario. "I sondaggi attualmente puntano nella direzione del 'no', una tendenza che si può probabilmente spiegare con questa prospettiva anti-establishment e che pone un pericolo in vista delle elezioni del prossimo anno in altri paesi dell'eurozona".

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Gentiloni, la vittoria di Trump "cambierà molte cose nel mondo"

Londra, 10 nov - (Agenzia Nova) - Il ministro degli Esteri italiani, Paolo Gentiloni, riferisce il "Financial Times", ha dichiarato che la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti "è un fatto molto importante che cambierà molte cose nel mondo". L'esponente del governo di Roma ha manifestato il rispetto dell'Italia per il risultato; il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva apertamente sostenuto Hillary Clinton. Il leader italiano, riporta "The Times", sarà il primo in Occidente dopo il voto statunitense a misurarsi col clima di protesta popolare, nel referendum sulla riforma costituzionale; il populismo potrebbe fargli perdere il potere.

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In Italia i populisti accolgono con gioia la vittoria di Trump, il Vaticano invece senza entusiasmo

Parigi, 10 nov - (Agenzia Nova) - "Chi avrebbe pensato che Donald Trump avrebbe vinto?": questa domanda Matteo Renzi la pone e se la pone, lui che aveva espresso un sostegno netto ai Democratici statunitensi in generale ed alla loro candidata Hillary Clinton in particolare, auspicandone ardentemente la vittoria. Inizia così l'articolo del quotidiano economico francese "Les Echos" che dà il titolo alla rubrica quotidiana di prima pagina "Succede in Europa" in cui il corrispondente da Roma Olivier Tosseri passa in rassegna le reazioni politiche in Italia all'elezione di Trump. Renzi dunque, ed il suo ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, sembrano pronti a farsene una ragione: "Rispettiamo il responso del popolo degli Stati Uniti", ha detto il capo del governo italiano, "e siamo pronti a collaborare con la nuova presidenza". "L'amicizia italo-americana è solida", gli ha fatto eco Gentiloni, che però ha anche posto dei paletti: "Questo tuttavia non cambierà la nostra opposizione al protezionismo ed alle chiusure", ha aggiunto. L'elezione di Trump non ha suscitato grande entusiasmo neppure in Vaticano: la Santa Sede ha porto i suoi auguri al nuovo presidente Usa, assicurandogli di "pregare perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio del benessere e della pace nel mondo". Di tutt'altro tono, riferisce la corrispondenza, sono state invece le reazioni dei partiti populisti italiani, che hanno esultato all'annuncio dell'elezione di Trump: "Il popolo batte i poteri forti 3 a 0" ha dichiarato il leader della Lega nord (Ln) Matteo Salvini, che era andato ad incontrare e sostenere Trump durante le primarie. Stesso entusiasmo da parte del fondatore del Movimento 5 stelle (M5s), Beppe Grillo, che tuttavia era rimasto neutrale nel corso dell'intera campagna elettorale Usa. L'istrione, scrive Tosseri, vede nel trionfo inatteso di Trump il preludio di quello prossimo del suo M5s: "Trump ha offerto un 'Vaffaday' da pazzi, l'apocalisse dell'informazione, della televisione, dei grandi giornali, degli intellettuali e dei giornalisti" ha scitto Grillo sul suo blog. "Apocalisse": ecco, conclude il giornalista francese, questo è l'unico termine sul quale sono d'accordo tutti i commentatori italiani rispetto a quanto è successo negli Stati Uniti.

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Presidenziali Usa: Magris, anche certa cultura è responsabile del populismo

Madrid, 10 nov - (Agenzia Nova) - "Molto preoccupato" dall'arrivo di persone "terribili", incerto sulla sorte della "posizione dominante degli Stati Uniti", ma con una convinzione. "Anche una certa cultura è responsabile di questi populismi". Il quotidiano spagnolo "Abc" intervista lo scrittore italiano Claudio Magris, a Madrid per ricevere dalle mani del Re il premio "Francisco Cerecedo" di giornalismo, all'indomani della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali statunitensi. "Abbiamo trascurato molto le paure aggressive, in parte reali in parte inventate, di molta gente; e questa gente è facilmente manipolabile da questi nuovi leader", spiega lo scrittore che rimanda a una frase "brillante, meravigliosa" di Karl Marx: "'Gli oppressi pensano male'. È una delle ragioni principali che dovrebbe spingerci a liberare gli oppressi", spiega lo scrittore. "Anche i progressisti e la classe politica lo hanno dimenticato, in modi diversi e in diversi paesi, lo hanno ignorato, rimanendo saldi nella convinzione che non avrebbero mai perso il controllo". Ripercorrendo un episodio della sua vita giovanile, Magris torna su Marx e sul sottoproletariato "talmente oppresso che non ha neanche la possibilità di pensare in senso critico la situazione politica". Gente facile preda di leader "assolutamente antidemocratici". Lo stile di Trump "rappresenta, per me, la fine di tutto. Per esempio, prosegue lo scrittore - posso stare qui tranquillamente a parlare con lei, ma sarei incapace di parlare con Trump. Questo risultato, per me pericoloso, questa vittoria populista, rappresenta il peggio della politica. I nazisti erano populisti, il nazismo ha rappresentato il populismo perfetto". Certo, spiega il triestino "non sono un esperto di politica statunitense". E si difende quando gli viene ricordato il suo ruolo di intellettuale. È una parola "molto pericolosa", "non credo che scrivere un libro significhi capire meglio la realtà di quanto non lo faccia un fisico". Anche perché, molti "grandi scrittori del passato sono stati fascisti, stalinisti. Eppure li amiamo lo stesso". Un intellettuale, "è chiunque sia capace di mantenere una distanza critica, anche su cose che lo riguardano, nella sua relazione con il mondo. Uno scrittore, completamente coinvolto nel processo di fabbricazione di libri, nella promozione e nel ricevere premi è come quel lavoratore nel film di Chapli", dice con un sorriso.

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Panorama internazionale

 

Trump lavora a un'amministrazione che assesterà una scossa sismica a Washington

Washington, 10 nov - (Agenzia Nova) - Gli Stati Uniti hanno ufficialmente avviato una storica transizione di potere nella giornata di ieri, all'indomani dell'elezione del populista Donald Trump a comandante in capo della maggiore potenzia mondiale. Trump ha promesso di innescare un terremoto nelle elefantiache ed autoreferenziali istituzioni democratiche statunitensi, e pare deciso a mantenere la promessa, ridisegnando i vertici del potere nelle agenzie governative, nelle forze armate, nelle corti giudiziarie e negli organi di supervisione economica e finanziaria. Il presidente uscente, Barack Obama, che aveva definito Trump inadatto alla carica di presidente - e pure in altri modi ancor meno lusinghieri - ieri ha optato per un tono conciliatorio, unendosi all'appello dell'avversario e della candidata democratica sconfitta, Hillary Clinton, a lavorare tutti assieme per il bene del paese. Trump e il suo partito, sottolineano la "Washington Post" e il "New York Times", possono ambire a uno smantellamento sistematico delle politiche dell'amministrazione Obama, grazie al controllo che i Conservatori ancora esercitano su entrambe le camere del Congresso federale. Proprio il Partito repubblicano, precipitato in una crisi interna gravissima con l'ascesa dell'outsider Donald Trump, invisa all'establishment del partito, sembra aver ritrovato una minima comunione d'intenti. Il presidente della Camera, Paul D. Ryan, che a pochi giorni dal voto aveva pubblicamente abbandonato Trump a sé stesso, rifiutando di sostenere ulteriormente la sua campagna elettorale, ha assicurato ieri che lui e il presidente eletto lavoreranno "fianco a fianco a un'agenda positiva che affronti le più grandi sfide di questo paese". Il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell , ha optato per toni più duri: Trump, ha detto, può ambire a smantellare "unilateralmente" il lascito politico di Obama entro la prima metà del prossimo anno, cominciando dalla tanto contestata riforma della sanità, che ha causato un'esplosione dei costi per lo Stato e per i cittadini assicurati. McConnel ha però inviato a Trump anche un monito: "E' sempre un errore fraintendere il proprio mandato. Spesso le maggioranze tendono a credere sia eterno, ma in questo paese nulla è eterno (...) Ci è stato temporaneamente concesso il potere, e dobbiamo farne uso in maniera responsabile". Una chiave per promuovere la cooperazione tra schieramenti politici è incarnata dal leader della minoranza democratica al Senato, Charles E. Schumer, che diventerà quasi certamente il primo interlocutore di Trump tra le file dell'opposizione. Trump, ha affermato a questo proposito Newt Gingrich, consigliere di Trump e probabile membro di spicco della sua amministrazione, "può ambire ad essere presidente di una larga coalizione, più vasta del solo Partito repubblicano. Deve però comprendere come coniugare tale obiettivo con l'esigenza di una azione di governo concreta". E' proprio a questo proposito che la "Washington Post" avanza le proprie perplessità. Al netto della durissima retorica che ha caratterizzato le elezioni presidenziali Usa, sottolinea il quotidiano, le "prescrizioni politiche" del presidente eletto restano vaghe. Le indicazioni più significative in merito alla direzione politica della nuova amministrazione, prevede il quotidiano, "giungeranno dalle nomine per il team di sicurezza nazionale e il nuovo Gabinetto".

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Presidenziali Usa, l'elezione di Trump potrebbe sconvolgere l'ordine internazionale

New York, 10 nov - (Agenzia Nova) - All'indomani dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, la stampa Usa si interroga in merito agli effetti di tale evento storico sul caotico scacchiere internazionale. Per la prima volta da prima della Seconda guerra mondiale, sottolinea il "New York Times", gli Stati Uniti "hanno eletto un presidente che promette di abbandonare l'internazionalismo praticato dai suoi predecessori di entrambi i partiti, e costruire muri fisici e metaforici". L'elezione di Trump prelude a "un'America più concentrata sui propri affari interni, e orientata a lasciare che il mondo si prenda cura di sé stesso". La "rivoluzione degli outsider" che ha consentito a Trump di sbaragliare l'establisment statunitense, prosegue l'editoriale, è però anche il riflesso di dinamiche globali già palesate quest'anno dal referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. La vittoria di Trump "potrebbe alimentare i movimenti populisti, nativisti e nazionalisti già in crescita in Europa e in altre parti del mondo". Sulla "Washington Post", l'opinionista David Ignatus prova a immaginare la politica estera della prossima amministrazione presidenziale statunitense. Si tratta di un esercizio difficile, premette l'autore dell'editoriale, "data la scarsa esperienza" del nuovo inquilino della Casa Bianca. E' probabile, secondo Ignatus, che Trump "proverà a perseguire a grandi linee le promesse formulate durante la campagna elettorale": ciò significherebbe un ripensamento almeno parziale degli approcci a "Russia, Medio Oriente, Europa e Asia"; e in particolare, un "focus 'realista' agli interessi nazionali statunitensi, e il rigetto dei più costosi impegni statunitensi all'estero", con tre implicazioni: prima tra tutte, uno sforzo verso il miglioramento delle relazioni con la Russia. Trump, ricorda Ignatus, ha affermato più volte nel corso della campagna elettorale - e non senza contraccolpi politici - di essere pronto a collaborare con il presidente russo Vladimir Putin, ed ha perfino messo in dubbio che la Russia possa aver interferito con il processo elettorale statunitense tramite attacchi informatici. In secondo luogo, scrive Ignatus, Trump riorienterebbe gli sforzi e le priorità militari statunitensi dal confronto muscolare con Mosca alla guerra contro lo Stato islamico e il terrorismo, non disdegnando nemmeno una cooperazione indiretta in tal senso con il dittatore siriano Bashar al Assad. In terzo luogo, Trump eserciterà quasi certamente pressioni sugli alleati europei affinché dipendano meno dagli Usa per far fronte all'onere economico della loro difesa. E' improbabile, secondo Ignatus, che Trump si possa dedicare allo "smantellamento della Nato", come paventato dai suoi detrattori. In Europa, la vittoria di Trump potrebbe rafforzare candidati e movimenti che esprimono simili visioni nazionalistiche. Per quanto riguarda l'Asia, conclude l'opinionista, la nuova amministrazione presidenziale statunitense punterà probabilmente a rinegoziare gli accordi economici e commerciali, e a costringere la Cina a rivalutare la propria moneta. E' ancora troppo presto per ipotizzare quali potranno essere le conseguenze di questo "approccio combattivo" alla globalizzazione. Il nuovo presidente - ammonisce Ignatus - dovrebbe però tenere bene a mente un concetto: "disfare la globalizzazione è impossibile, ma minare la leadership globale degli Stati Uniti sarebbe sin troppo semplice".

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La vittoria di Trump sfida l'ordine globale liberale

Londra, 10 nov - (Agenzia Nova) - Il "Financial Times" analizza e commenta l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Secondo un editoriale non firmato, attribuibile alla direzione, la vittoria del candidato repubblicano "segna un fragoroso ripudio dello status quo". Un neofita è stato preferito a un'ex first lady, senatrice e segretaria di Stato. Attribuire la responsabilità della sconfitta democratica a Hillary Clinton non basta a spiegare i risultati della Camera e del Senato, una bocciatura anche per il presidente uscente, Barack Obama. Il vincitore ha condotto una campagna all'insegna del nativismo, dell'isolazionismo e del protezionismo e non ci sono molti elementi per pensare che il presidente possa essere migliore del candidato. Il ricchissimo apparato di analisi e commenti coinvolge numerosi editorialisti e commentatori in riflessioni su diversi aspetti, praticamente tutte le firme più autorevoli: "Trump scuote l'ordine liberale postbellico" e "Trump e i pericoli del 'Prima l'America'" (Gideon Rachman); "Gli autocrati del mondo traggono vantaggio dalla vittoria di Trump" (Roula Khalaf); "Trump e il falò delle certezze" (John Authers); "La vittoria di Trump è un mandato per far saltare Washington" (Edward Luce); "Ora quello repubblicano è il partito degli outsider" (Christopher Caldwell); "Trump inaugura l'era dell'improvvisazione politica" (Gillian Tett); "Solo i social media hanno compreso la storia di Trump" (John Lloyd). Il quotidiano della City si aspetta dalla nuova leadership della Casa Bianca una fase di deregolamentazione, che potrebbe annacquare le riforme introdotte nel sistema finanziario. Per quanto riguarda l'industria, dal voto escono vincitori le case farmaceutiche, le compagnie petrolifere, il comparto delle infrastrutture e quello della difesa; tra i perdenti figurano, invece, le case automobilistiche e gli specialisti delle fonti energetiche rinnovabili; il quadro è contrastante, invece, per il trasporto aereo, le banche, le assicurazioni, le telecomunicazioni e i media, la distribuzione commerciale. Anche il settimanale "The Economist" nella rubrica "Free exchange", dedicata all'economia mondiale, si interroga sulle conseguenze economiche a breve e medio termine.

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Rivoluzione americana

Londra, 10 nov - (Agenzia Nova) - La stampa britannica commenta l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. I giornali conservatori si soffermano, con un certo ottimismo, sulle conseguenze del cambio di leadership alla Casa Bianca per la "relazione speciale" col Regno Unito. Un editoriale non firmato del quotidiano "The Times", attribuibile alla direzione, dal titolo "Rivoluzione americana", definisce "rassicurante" il primo discorso di Trump da presidente eletto e conclude che il nuovo leader statunitense potrebbe rivelarsi un buon alleato per la Gran Bretagna. L'editorialista David Aaronovitch, invece, al di là delle parole di rassicurazione, vede all'orizzonte "un pericoloso vuoto" ed esprime preoccupazione per la minaccia alla Nato e all'ordine mondiale. Un altro editorialista, Tim Montgomerie, analizza le differenze tra il trumpismo e la Brexit, che a suo parere sono molte, al di là dell'apparente somiglianza: soprattutto, gli Usa sembrano aver intrapreso un cammino più insulare e chiuso rispetto al Regno Unito. Non è priva di voci critiche la pagina delle opinioni di "The Telegraph": per il razzismo, la misoginia e il protezionismo. Anche l'editoriale della direzione avverte il neoeletto che "se vuole essere il signor Brexit, deve aprire l'America al mondo". Diversi i pareri sulla politica estera: se Juliet Lewis solleva qualche dubbio sul futuro della Nato, Con Coughlin si aspetta, invece, un mondo più sicuro; James Kirkup esorta, comunque, Londra alla collaborazione con Washington.

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Germania-Stati Uniti: collaborazione, ma non incondizionata

Amburgo, 10 nov - (Agenzia Nova) - E' durata appena due minuti la dichiarazione pubblica del cancelliere tedesco Angela Merkel circa l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Dopo essersi congratulata con il presidente eletto, Merkel ha sottolineato il carattere democratico del voto che si è svolto negli Usa. Una rassegnata accettazione dell'esito delle elezioni Usa è giunto anche dal ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier e dal vice-cancelliere Sigmar Gabriel, che pure nei mesi scorsi non avevano risparmiato a Trump attacchi assai duri: il primo aveva definito il repubblicano statunitense un “predicatore di odio”, il secondo un “autoritario”. In ogni caso, ciò che più preoccupa Berlino è l’imprevedibilità del nuovo presidente, la sua sfiducia conclamata nella Nato, e la sua propensione a riallacciare il dialogo con la Russia, nonostante la minaccia rappresentata dal rinnovato interventismo russo per i paesi baltici e dell'Est Europa. In particolare, Berlino è preoccupata dalla situazione in Lituania, una delle principali zone di attrito tra Mosca e la Nato dove si trova a comandare uno dei nuovi battaglioni mobilitati dall'Alleanza. Senza il pieno sostegno degli Usa, sarebbe difficile garantire la sicurezza di quella zona. Altra preoccupazione è data dalle armi nucleari statunitensi presenti in Europa. Che intenderà farne il nuovo Presidente? Particolarmente preoccupata s’è detta Ursula von der Layen, ministro della Difesa tedesco. Anche il frotne della lotta ai mutamenti climatici è fonte di apprensione peri l governo tedesco, vista la posizione scettica di Trump, che in campagna elettorale ha definito quello dei mutamenti climatici “un problema inventato dai cinesi per danneggiare l’economia statunitense”. Non ultime, preoccupano Berlino le sue posizioni protezionistiche anche in merito al Ttip, il trattato di libero scambio con l’Europa. Il capogruppo dei Verdi in Parlamento, Katrin Göring-Eckardt, ha sottolineato che occorre in ogni caso difendere il liberalismo e l’apertura al mondo, mentre il capogruppo della Linke, Gregor Gysi, vede di buon occhio il riavvicinamento fra Usa e Russia per risolvere la questione siriana.

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