Quelli che scommettono sulla "Italexit"

La rassegna della stampa internazionale sui principali fatti che riguardano il nostro paese. Oggi articoli di Parisien, Vanguardia, Wall Street Journal, Figaro, Tribune
Quelli che scommettono sulla "Italexit"

Dopo "Grexit" e "Brexit", gli investitori soppesano l'"Italex"

New York, 8 nov - (Agenzia Nova) - Investitori e trader adorano le opzioni short, specie quando si tratta di rischi remoti ma assai chiacchierati, scrive Ben Eisen sul "Wall Street Journal". E' stato così per la "Grexit", come è stata battezzata l'ipotesi che la Grecia, al pico della sua crisi del debito, potesse optare per un'uscita traumatica dall'Unione Europea. Altrettanto è accaduto nei mesi precedenti il voto dei cittadini britannici per l'uscita del loro paese dall'Ue ("Brexit"). Alcuni analisti e strateghi di mercato avevano addirittura evocato il termine "Chexit" per evocare il rischio di uno sganciamento della valuta cinese dal dollaro. Ovvio dunque - scrive Eisen tra il serio e il faceto - che i mercati stiano già cercando un "meme" che faccia da contenitore ideale ai rischi, reali o percepiti, del referendum costituzionale che si terrà in Italia il prossimo 4 dicembre. L'opinionista ne propone alcuni, da "Italex" a un più semplice "Arrivederci".

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Economia: Moscovici, le trattative tra Roma e Bruxelles vanno avanti

Madrid, 8 nov - (Agenzia Nova) - Moscovici "assicura" che proseguono le trattative con l'Italia sulla flessibilità nella riduzione del deficit". Così il quotidiano "La Vanguardia" riassume le parole che il commissario agli Affari economici e monetari dell'Unione europea ha detto a margine della riunione dei ministri delle Finanze dell'Eurogruppo. Roma e Bruxelles continuano a discutere "con uno spirito molto positivo e costruttivo", ma "a partire da alcune regole e anche da una flessibilità" che può essere accordata. Moscovici, si legge ancora, ha sottolineato che l'Italia "è in prima linea" nella accoglienza ai rifugiati e ha ricordato poi le recenti catastrofi naturali che ha dovuto sopportare.

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Scontro tra l'Italia e Bruxelles sui conti pubblici

Parigi, 8 nov - (Agenzia Nova) - A meno di un mese dal referendum costituzionale del 4 dicembre, che si annuncia più difficile che mai per il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, sale il tono dello scontro tra quest'ultimo ed il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: oggi martedì 8 novembre ne parlano tutti i giornali europei, ed in Francia in particolare il quotidiano economico "La Tribune"; che ricorda come domenica scorsa il capo del governo italiano aveva promesso come "tutte le spese per la ricostruzione delle scuole" nelle aree coinvolte dai recenti terremoti che hanno colpito il centro della Penisola sarebbero state escluse dal patto di stabilità. "I nostri bambini valgono più di qualche guardiano del patto a Bruxelles", aveva detto provocatoriamente Renzi. Juncker ieri non ha tardato a rispondere a quella provocazione, facendo capire che la Commissione probabilmente non ha intenzione di convalidare i conti dell'Italia ed invitando anzi Renzi a cessare le sue critiche all'esecutivo europeo. Lo sfondo su cui si svolge questo duello verbale è la delicata situazione di Renzi nella campagna referendaria, su cui ha investito molto, scrive sulla "Tribune" il corrispondente dall'Italia Romaric Godin: il "No" alle riforme proposte dal governo, infatti, resta in vantaggio nei sondaggi, anche se lo scarto con i "Si" si è ridotto; e parallelamente i sondaggi sulla popolarità dei partiti politici danno in testa l'euroscettico Movimento 5 stelle. Renzi dunque conta molto sulla Legge finanziaria che ha presentato e su di una battaglia vittoriosa con Bruxelles, per convincere gli elettori il 4 dicembre prossimo. E tutto ciò, ricorda il giornale francese, avviene in un contesto che vede ancora forti difficoltà per l'economia italiana e dall'altro un aumento dell'euroscetticismo, una tendenza di opinione di cui l'Italia è ormai diventata un bastione.

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Telecom: nasce la joint-venture tra Wind e 3 Italia

Parigi, 8 nov - (Agenzia Nova) - Il gruppo di Hong Kong CK Hutchison e quello russo VimpelCom, proprietari rispettivamente di 3 Italia e di Wind, ieri lunedì 7 novembre hanno annunciato di aver finalizzato la transazione per la fusione delle loro attività in Italia e dare così nascita al più importante operatore di telefonia mobile della Penisola. A partire da ieri dunque "3 Italia e Wind sono entrambe dirette dalla joint-venture di di CK Hutchison e di VimpelCom", che sarà guidata da Maximo Ibarra, attuale patron di Wind: lo ha reso noto un comunicato emesso dalle due società.

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MacDonald's in guerra contro la città di Firenze

Parigi, 8 nov - (Agenzia Nova) - Il gigante della ristorazione veloce reclama quasi 18 milioni di euro di danni ed interessi dalla città di Firenze dopo il rifiuto del sindaco Dario Nardella, vicino al capo del governo italiano Matteo Renzi, di autorizzare la creazione di un fast-food sulla celebre Piazza del Duomo, classificata come patrimonio mondiale dall'Unesco. Il rifiuto del sindaco era arrivato nel giugno scorso ed era stato confermato a luglio dalla commissione tecnica per la conservazione del centro storico di Firenze: denunciando la decisione come una ingiustizia, ora McDonald's ha deciso di ricorrere al tribunale amministrativo chiedendo appunto 17,8 milioni di euro come riparazione per la discriminazione subita.

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Panorama internazionale

 

Elezioni Usa, i Repubblicani provano a minimizzare le perdite alla Camera, mentre il Senato è in bilico

New York, 8 nov - (Agenzia Nova) - Il significativo recupero attribuito dai sondaggi al candidato repubblicano alla presidenza Usa, Donald Trump, ha reso i Conservatori più ottimisti in merito alla possibilità di ridurre al minimo la perdita di seggi alla Camera dei rappresentanti. Stando alle ultime previsioni, il voto per il rinnovo parziale della Camera potrebbe costare ai Repubblicani una dozzina di seggi nei collegi a maggiore presenza di elettori ispanici; la speranza dei Democratici di strappare agli avversari almeno 30 seggi, ottenendo così la maggioranza, è però evaporata negli ultimi giorni con la riapertura delle indagini federali a carico della loro candidata alla presidenza, Hillary Clinton. Anche se i Repubblicani paiono in grado di limitare le perdite, sottolinea però il "Wall Street Journal", parimenti importante sarà il profilo dei deputati che verranno eletti nei prossimi giorni: il rischio, per l'establishment repubblicana e per il presidente della Camera, Paul Ryan, è che molti conservatori moderati vengano rimpiazzati da deputati dal profilo populista più vicino a quello di Trump. La schiacciante vittoria alle elezioni parlamentari del 2014 ha dato ai Repubblicani la loro attuale maggioranza di 246 seggi a 186, la più vasta da decenni. In quell'occasione i Repubblicani hanno anche strappato agli avversari una precaria maggioranza al Senato federale, che ora appare in bilico: i Democratici hanno infatti ottime possibilità di recuperare la maggioranza persa due anni fa, ma in alcuni seggi degli Stati contesi l'esito delle elezioni è imprevedibile. I Repubblicani, scrive il "Wall Street Journal", possono ancora sperare di mantenere la maggioranza, anche se sono costretti a difendere più Stati degli avversari e a fare i conti con le divisioni interne al partito generate dalla candidatura di Trump alla Casa Bianca. Nessuno dei due partiti pare in grado di conquistare almeno 60 seggi, necessari a ottenere l'approvazione delle leggi al Senato.

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Clinton e Trump rivolgono gli ultimi appelli agli elettori

Washington, 8 nov - (Agenzia Nova) - La campagna presidenziale più aspra nella storia degli Stati Uniti è ormai giunta al termine: oggi, martedì 8 novembre, milioni di cittadini statunitensi si recano alle urne per eleggere il loro nuovo presidente. I due candidati alla Casa Bianca - la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump - hanno trascorso le ultime 48 ore della campagna elettorale tra gli Stati contesi di Pennsylvania, North Carolina e Michigan, accompagnati da familiari, ex presidenti, rock star e vecchi amici. Clinton e Trump hanno rivolto ieri il loro ultimo appello all'elettorato statunitense. La Democratica, grazie a un'esibizione dell'artista Bruce Springsteen e alla presenza di personalità come il presidente uscente Barack Obama, ha raccolto a Philadelphia la folla più imponente della sua intera campagna elettorale, circa 33 mila persone. "Domani affrontiamo la prova dei nostri tempi. Dovremo decidere per chi, e non soltanto contro chi votare. Ogni questione che ci sta a cuore è in discussione", ha detto Clinton, aggiungendo: "Noi abbiamo scelto di credere in un'America ottimista, inclusiva, accogliente". Le ha fatto eco il presidente Obama: "Sono convinto che domani rigetterete la paura e sceglierete la speranza", ha detto dal palco della manifestazione. Quasi in contemporanea, Trump si è rivolto a una platea di circa 11 mila sostenitori a Manchester, in New Hampshire, optando per toni assai più cupi e belligeranti. "Domani la classe lavoratrice americana passerà al contrattacco", ha tuonato Trump. "Volete davvero che l'America sia governata da una classe politica corrotta, o preferite che la sovranità torni al popolo?". Clinton, ha accusato il Repubblicano, "riserva la propria lealtà solo a se stessa, ai suoi donatori e agli interessi particolari". Trump è tornato a criticare l'Fbi per aver annunciato, a due giorni dalle elezioni, che le 650 mila e-mail rinvenute nel portatile dell'ex marito della sua collaboratrice più stretta, Hma Abedin, non contengono elementi a sostegno di una eventuale incriminazione della Democratica. E' impossibile, ha accusato il Repubblicano, che l'Fbi possa aver passato a setaccio 650 mila e-mail in meno di una settimana. Diversamente da Clinton, che si è attorniata di stelle dello spettacolo del calibro di Jon Bon Jovi, Bruce Springsteen e Lady Gaga, Trump ha scelto di concludere la campagna elettorale affiancato solo dai suoi familiari e dal suo vice, Mike Pence. A poche ore dal voto, quasi tutti i sondaggi attribuiscono a Clinton un leggero vantaggio sul suo avversario repubblicano, grazie alla massiccia affluenza alle urne di ispanici e asiatici in diversi Stati chiave come Florida e North Carolina. Stando alla campagna democratica, avrebbero optato per il voto anticipato ben 41 milioni di elettori statunitensi.

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Presidenziali Usa, il triangolo politico che collega Adelson, Netanyahu e Trump

Tel Aviv, 8 nov - (Agenzia Nova) - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è diventato cittadino naturalizzato degli Stati Uniti da giovane, quando viveva a Philadelphia; due decenni più tardi, dopo la sua nomina ad alto diplomatico israeliano, ha dovuto rinunciare alla sua doppia cittadinanza. Netanyahu non può dunque votare alle elezioni presidenziali Usa, ed è un istero quale dei due candidati alla Casa Bianca preferisca. “Haaretz” passa in rassegna le preferenze e i rapporti del premier con i due candidati. Le voci e le indiscrezioni circolate in questi ultimi anni hanno prodotto due versioni differenti: una ufficiale secondo cui "il primo ministro non prende alcuna posizione in questa elezione", cosa che effettivamente il premier israeliano si è ben guardato dal fare. Ufficiosamente, pare che Netanyahu "semplicemente non sappia chi sostenere questa volta, dato che ha timore di entrambi i candidati”. Non è un mistero che Netanyahu nutra ovvie simpatie repubblicane. Le sue opinioni in materia sociale, economica e politica estera sono state a lungo in sincronia con la corrente principale dei repubblicani, o almeno con la base politica che il partito esprimeva prima della sua deriva populista, incarnata dal candidato Donald Trump. Ma che tipo di repubblicano è Netanyahu, in un ciclo elettorale in cui il senso di tale definizione è stato così radicalmente messo in discussione? In mancanza di una descrizione migliore, scrive "Haaretz", Netanyahu è fondamentalmente un “reaganiano”. Ha iniziato la sua carriera di diplomatico a New York proprio durante l'amministrazione di Reagan, e pur essendo un politico "più sofisticato", ha fatto di quel presidente un modello, mutuandone i discorsi televisivi incisivi, intervallati da scherzi, per raggiungere gli elettori; la netta suddivisione del mondo in "buoni e cattivi"; e l'appello ai tradizionali valori conservatori. Netanyahu ritiene il candidato repubblicano, Donald Trump, un uomo imprevedibile e privo di scrupoli, cui non dovrebbero essere affidati i codici nucleari. D’altra parte non vi è alcuna chiara indicazione che Netanyahu preferirebbe la democratica Hillary Clinton, ma resta il fatto che nei mesi scorsi Trump ha annullato almeno due volte una visita a Israele. E mentre nessun motivo ufficiale è stato fornito per le cancellazioni dei viaggi, font idi Tel Aviv affermano che la responsabilità è proprio di Netanyahu. Il 13 maggio scorso, la “Washington Post” ha pubblicato un editoriale di Sheldon G. Adelson, presidente e amministratore delegato di Las Vegas Sands Corp., intitolato semplicemente "Sostengo Donald Trump come presidente". Il quotidiano, sottolinea "Haaretz", ha pubblicato l'editoriale non tanto per la sua originalità, ma per il conto in banca dell’intervistato e per i suoi finanziamenti. Adelson, il 22mo uomo più ricco del mondo, sosteneva di essere disposto a investire ingenti somme in un solo ciclo elettorale per garantire il ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca. Ma naturalmente Adelson non è solo un mega donatore repubblicano: è anche il primo sponsor di Netanyahu, proprietario di una parte dei media d’Israele e uno dei più ricchi ebrei al mondo. Adelson ha chiarito più volte che il suo principale interesse per la politica e la filantropia è garantire la sicurezza di Israele. Il messaggio era chiaro: Trump era il miglior candidato per Israele, e Adelson identificava gli interessi di Israele con quelli di Netanyahu. Il premier israeliano - conclude "Haaretz" - sembra però sempre più convinto che dopo aver sostenuto Trump, Adelson sia diventato più un peso per Israele che un asset.

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Francia: scontro nel governo sul Tef, il mega-schedario di 60 milioni di cittadini

Parigi, 8 nov - (Agenzia Nova) - E' scontro aperto nel governo in Francia intorno al progetto di mega-schedatura dei 60 milioni di cittadini francesi: ne dà conto oggi martedì 8 novembre il quotidiano progressista "Le Monde". Battezzato "Titoli elettronici sicuri" (Tes), il progetto ambisce a riunire in un unico database tutti i dati relativi ai detentori di carte d'identità e di passaporto, dunque potenzialmente quasi 60 milioni di cittadini francesi. Al centro dello scontro c'è il fatto che il Tes, come sottolinea il "Monde", è stato varato per decreto il 30 ottobre scorso senza un previo dibattito parlamentare. E così ieri la sottosegretaria all'Informatica, Axelle Lemaire, ed il Consiglio nazionale per il Digitale (CnNum, un organo consultivo), hanno chiesto pubblicamente la sospensione del progetto, provocando la reazione del ministro dell'Interno, Bernard Cazeneuve. In una lettera di quattro pagine indirizzata al CnNum, il ministro ha assicurato che il varo della schedatura Tes è stato deciso dal governo "al termine di un dibattito svoltosi in piena trasparenza" e che la sua corretta applicazione sarà seguita passo passo in collaborazione tra vari ministeri. Quanto all'opposizione espressa dalla sottosegretaria Lemaire, Cazeneuve a margine di una sua visita a Calais ha detto di "rispettarne le opinioni", ma l'ha comunque richiamata alla "solidarietà di governo". Il Tes dovrebbe partire oggi con la sperimentazione nel dipartimento "pilota" delle Yveline, nei dintorni di Parigi, per poi essere esteso alla totalità della popolazione della Francia agli inizi del 2017. A suscitare timori sono la dimensione eccezionale dello schedario Tes, il rischio che venga piratato e soprattutto, scrive il "Monde" citando il CnNum, il fatto che esso "lasci la porta aperta a probabili derive pericolose" e che si possa "prestare ad una massiccia distorsione delle sue finalità". La scorsa settimana anche la presidente della Commissione su informatica e libertà (Cnil, un altro organo consultivo; ndr), Isabelle Falque-Pierrotin, aveva sollevato dubbi sul modo quasi alla chetichella in cui è stato istituito un tale strumento di controllo di massa. Critici sul progetto Tes sono sia la formazione politica Europa ecologia - I verdi (EeLv), che ha definito il mega-schedario come "una pericolosa misura liberticida", che il Partito comunista francese (Pcf), che ha chiesto al governo di abolire il decreto che ha istituito il Tes e di dare invece mandato agli organi consultivi CnNum e Cnil di proporre un progetto alternativo sotto controllo parlamentare.

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Regno Unito: Davis, la Corte Suprema potrebbe decidere sull'articolo 50 a gennaio

Londra, 8 nov - (Agenzia Nova) - La premier del Regno Unito, Theresa May, riferisce la stampa britannica, potrebbe fornire nelle prossime settimane qualche dettaglio sui piani del governo per i servizi finanziari e altri settori chiave in vista delle trattative per l'uscita dall'Unione Europea, per rassicurare i leader d'impresa che una strategia negoziale sta prendendo forma. Il segretario per la Brexit, David Davis, si è detto fiducioso dell'esito positivo del ricorso alla Corte Suprema contro la sentenza dell'Alta Corte sul potere di invocazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona e sulla possibilità di attivare l'iter come previsto entro marzo dell'anno prossimo, anche se, ha ammesso nel corso di un intervento alla Camera dei Comuni, non si può escludere che l'udienza dei supremi giudici, prevista per dicembre, possa slittare a gennaio. Altre questioni legali riguardano la campagna referendaria e l'accordo con Nissan: il Crown Prosecution Service potrebbe aprire un'inchiesta su possibili violazioni della legge elettorale da parte dei gruppi Vote Leave e Leave.eu; la Commissione europea ha chiesto chiarimenti sugli impegni presi da Londra con la casa automobilistica giapponese per incoraggiarne gli investimenti, al fine di accertare se si tratti di aiuti di Stato. Nel dibattito politico si registra una svolta del Labour, che si è unito al Partito nazionale scozzese (Snp) nella richiesta di un accordo speciale per la Scozia. In un articolo pubblicato sul quotidiano "The Guardian", il deputato laborista Keir Starmer, segretario ombra per la Brexit, afferma che il suo partito non intende bloccare l'invocazione dell'articolo 50, ma nemmeno firmare un assegno in bianco ed esorta l'esecutivo a sottoporre il suo piano all'attenzione del parlamento.

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