Il monito di Visco e le Poste in Borsa

La rassegna della stampa internazionale a cura di Agenzia Nova sui principali fatti che riguardano da vicino il nostro paese. Oggi articoli di Financial Times, Pais, Les Echos, Bloomberg.
Il monito di Visco e le Poste in Borsa

Italia: il sindaco di Roma minaccia vendetta dopo le dimissioni

Madrid, 12 ott - (Agenzia Nova) - Il sindaco dimissionario di Roma, Ignazio Marino, sta valutando la possibilità di "scoprire gli altarini" per vendicarsi delle pressioni subite negli ultimi mesi anche da parte del suo stesso partito, che lo hanno portato ad annunciare le sue dimissioni "Ho paura - ha dichiarato Marino - che Roma torni ad essere governata dai meccanismi del passato, dalla corruzione e dalla mafia". Marino, del Partito democratico (Pd - partito al governo in Italia) si è dimesso giovedì scorso dopo la pubblicazione di alcune fatture relative ad alcune spese personali fatte invece passare per spese "istituzionali" e pagate dal sindaco con la carta di credito del Campidoglio. Il primo cittadino - che ha ancora 20 giorni di tempo per ripensare alle proprie dimissioni - è sostiene di essere vittima di un complotto: "Se non fosse stato per le fatture - sostiene - prima o poi avrebbero detto che ho i buchi ai calzini o mi avrebbero messo della cocaina in tasca".

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Renzi rilancia la Cassa depositi e prestiti

Londra, 12 ott - (Agenzia Nova) - Il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, spera di rilanciare la Cassa depositi e prestiti (Cdp) facendo lavorare fianco a fianco Claudio Costamagna, ex presidente di Goldman Sachs per l'Europa, e Fabio Gallia, che è stato amministratore delegato di Bnp Paribas in Italia. L'iniziativa, riferisce il "Financial Times", rientra in un più ampio progetto del governo volto a scuotere un'economia dalla crescita stentata.

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Governatore Bankitalia Visco: la crescita globale sta rallentando

New York, 12 ott - (Agenzia Nova) - Intervistato da “Bloomberg” in occasione dell'annuale meeting della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi) a Lima, in Perù, il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco discute i rischi della congiuntura economica globale. Il rallentamento in atto – scrive Visco – è dovuto soprattutto alle difficoltà dei paesi emergenti, mentre l'eurozona “è in un altro treno”, ed ha semmai il problema di consolidare la crescita. Anche per quanto riguarda il rischio legato alla deflazione, non si tratta di una tendenza globale: nell'area dell'euro, l'inflazione ha segnato il mese scorso una flessione (meno 0,1 per cento), ma secondo Visco il rischio è calato, perché il numero di beni del paniere di riferimento che evidenziano variazioni negative è sceso da circa 35 all'inizio dell'anno a 25. Incalzato dall'intervistatrice, il governatore della Banca d'Italia non esclude che l'eurozona debba ricorrere a un ulteriore rafforzamento del programma di acquisto dei titoli di Stato, e dunque al potenziamento dell'easing quantitativo, per sostenere quello che definisce un temporaneo “calo della fiducia”.

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L'Italia vuole evitare un primo salvataggio bancario europeo

Parigi, 12 ott - (Agenzia Nova) - E' una vera e propria corsa contro il tempo quella che è in corso in Italia: Banca delle Marche ha bisogno di circa 1,2 miliardi di capitali freschi ed è il Fondo interbancario di garanzia dei depositi (Fitd), alimentato dall'insieme degli istituti finanziari del paese, che dovrà sborsarli nelle prossime settimane. Questa banca regionale è stata posta da un paio d'anni sotto amministrazione speciale dalla Banca d'Italia, dopo il fallimento dei diversi piani di salvataggio messi in opera per assorbire perdite per oltre 1 miliardo di euro ed a causa della sua incapacità a raccogliere fondi sul mercato. Ma il governo italiano deve agire adesso se vuole evitare di procedere al primo "bail-in" di un istituto di credito della Penisola sotto il nuovo regime europeo dei fallimenti, che sarebbe gravido di conseguenze per il sistema finanziario del paese. A partire dal 1° gennaio prossimo, infatti, sarà in vigore la nuova direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie (Brrd), che da poco è stata inserita anche nella legislazione italiana. La direttiva prevede che dopo gli azionisti ed i creditori, siano chiamati a contribuire in casi di fallimento anche i detentori di obbligazioni "unsecured" e persino i titolari di conti correnti al di sopra dei 100 mila euro: se la Banca delle Marche fallisse, l'ammontare da coprire per i conti correnti che invece sono garantiti sarebbe di 7,5 miliardi di euro. Il governo ovviamente si augura di evitare il ricorso a questa procedura; tantopiù che ci sono altri due istituti di credito sotto tutela pubblica: la Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio e la Cassa di Risparmio di Ferrara (Carife). In tutto quindi il Fidt sarà chiamato a mobilitare circa 2 miliardi di euro per salvare le tre banche regionali. E saranno le banche più grandi a metter mano al portafogli: Intesa Sanpaolo e UniCredit in particolare, con un versamento di 200 milioni ciascuna, copriranno il 40 per cento della somma, seguite da Mps. Per Giuseppe Boccuzzi, direttore del Fondo Interbancario, questo intervento sarebbe stato inevitabile qualsiasi siano le regole e comunque rappresenta un "elemento positivo per la stabilità del sistema bancario". I suoi dettagli tuttavia devono ancora essere approvati dalla Banca d'Italia e dalla Banca centrale europea.

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L'Italia lancia la più grande privatizzazione da oltre un decennio

Londra, 12 ott - (Agenzia Nova) - L'Italia lancerà questa settimana il più vasto programma di privatizzazioni da oltre un decennio, comprendente anche la cessione di una quota del quaranta per cento di Poste Italiane, operazione sulla quale il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si gioca la sua reputazione di riformista. L'obiettivo dell'offerta pubblica di vendita, riferisce il "Financial Times", è raccogliere 3,9 miliardi di euro; l'intervallo di prezzo è di 6-7,25 euro ad azione.

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Panorama internazionale

 

Austria: i Socialdemocratici vincono le elezioni a Vienna nonostante l'emergenza immigrazione

Berlino, 12 ott - (Agenzia Nova) - I populisti di destra non sono riusciti ad imporsi alle prime elezioni tenute in una capitale Europa dall'inizio della crisi dei rifugiati, anche se hanno strappato un risultato storico, conquistando un terzo dell'elettorato in una città governata da sempre dai socialisti. Il partito austriaco FPÖ (Partito della Libertà, ndr) non è dunque riuscito a diventare la maggiore forza politica di Vienna. La sicurezza dimostrata durante la votazione da Michael Haeupl, il sindaco della città, non lo ha tradito: il Partito Socialdemocratico d'Austria, ininterrottamente al potere dalla Seconda Guerra mondiale, rimane anche oggi la maggiore forza politica nella capitale austriaca. Alle elezioni del Parlamento regionale, i Socialdemocratici hanno ottenuto il 39,5 per cento dei voti, rimanendo a sorpresa la prima forza politica del paese.

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"Razza bianca", "radici cristiane": in Francia la rabbia di Juppé contro i suoi compagni di partito

Parigi, 12 ott - (Agenzia Nova) - L'ex primo ministro francese Alain Juppé, attuale sindaco di Bordeaux e candidato alle primarie del partito della destra tradizionale I Repubbicani (ex-Ump) in vista delle elezioni presidenziali del 20017, nel suo blog si è scagliato con parole nette contro la deriva a destra di molti esponenti della sua stessa formazione politica, che rincorrono i temi agitati dal Front national di Marine Le Pen. Juppé ha stigmatizzato "la stupidaggine che ispira la caricatura di una Francia di razza bianca", in riferimento ad una dichiarazione in tal senso pronunciata la settimana scorsa dall'eurodeputata Nadine Morano. Ma se l'è presa anche con il leader dei Repubblicani, l'ex presidente Nicolas Sarkozy: il quale, mentre per quella dichiarazione cancellava la candidatura della Morano alla presidenza in Pas-de-Calais Nord Picardie alle elezioni regionali di dicembre, si è premurato di affermare che la Francia ha comunque "radici cristiane". Juppé ha attaccato "quei benpensanti che reclamano rumorosamente le proprie radici cristiane senza essere veramente dei fedeli". Il nuovo intervento di Juppé rischia tuttavia di alienargli le simpatie della base più dura dei Repubblicani, già allarmata dalle rivelazioni di stampa secondo cui, se fosse candidato alle presidenziali, sarebbe pronto ad allearsi con i Socialisti pur di battere Marine Le Pen.

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Regno Unito: Stuart Rose lancia la campagna per l'Europa

Londra, 12 ott - (Agenzia Nova) - Parte oggi nel Regno Unito la campagna europeista Britain Stronger in Europe (Gran Bretagna più forte in Europa), in evidenza sulla stampa nazionale. A guidarla Stuart Rose, ex presidente esecutivo di Marks and Spencer e presidente in carica di Ocado, membro conservatore della Camera dei Lord, convinto che quella del referendum sull'Unione Europea sarà una sfida di importanza storica. Al lancio non saranno presenti né il primo ministro e leader Tory, David Cameron, né il leader del Labour, principale partito di opposizione, Jeremy Corbyn. Ci saranno tre ex premier: Tony Blair, Gordon Brown (laboristi) e John Major (Tory). Intanto, secondo Alex Barker del "Financial Times", la rinegoziazione dei termini dell'appartenenza britannica all'Ue è in una "fase surreale": non una parola su carta, nessuna richiesta specifica, benché vi siano negoziatori al lavoro e riunioni senza fine; una lista dei desiderata emergerà solo quando ci sarà un accordo per soddisfarli. Secondo fonti del governo di Londra, riferisce "The Telegraph", le richieste riguarderebbero l'esenzione del Regno Unito dal proposito di "un'Unione sempre più stretta"; la dichiarazione che l'euro non è la moneta dell'Ue; il potere per i parlamenti nazionali di bloccare direttive dell'Ue e una riorganizzazione volta a impedire che i 19 paesi dell'euro non siano dominanti rispetto ai restanti nove. Matt Ridley di "The Times" prevede un fallimento negoziale per David Cameron; la campagna referendaria, quindi, riguarderà lo staus quo, un grande vantaggio per i sostenitori della Brexit. Anche "The Guardian" vede nelle trattative più simboli che sostanza; per questo è importante che sia il fronte europeista ad affrontare in profondità le questioni in gioco.

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Usa, è guerra aperta tra Clinton e Obama

New York, 12 ott - (Agenzia Nova) - La candidata democratica alla presidenza Usa Hillary Clinton potrebbe non aver preso pienamente in considerazione gli effetti della sua opposizione elettoralistica sempre più marcata alle politiche dell'amministrazione Obama, di cui pure è stata membro per quattro anni nella veste di segretario di Stato. Ieri il presidente Barack Obama ha approfittato di una intervista al programma televisivo “60 minutes” della Cbs per sferrare un duro attacco personale alla sua collega di partito, che la scorsa settimana aveva cinicamente disconosciuto l'accordo di libero scambio Tpp (Trans-Pacific Partnership) conseguito da Washington con altri 11 paesi del Pacifico dopo estenuanti anni di trattative. Incalzato dal veterano giornalista televisivo Steve Kroft, Obama ha difeso le politiche della sua amministrazione – prima tra tutte quella opposta alla crisi siriana – per poi attaccare proprio la Clinton in merito al suo impiego di un server di posta elettronica privato durante il suo mandato da segretaria di Stato. L'uso improprio della corrispondenza ufficiale da parte della Clinton, è al centro dell'indagine del Congresso in merito all'attentato al consolato Usa di Bengasi dell'11 settembre 2011, costato la vita a quattro cittadini statunitensi. L'indagine è duramente criticata dal Partito repubblicano, che sin dal principio l'ha denunciata come un tentativo della maggioranza parlamentare repubblicana di delegittimare la principale candidata democratica alla Casa Bianca. Nel corso dei mesi, però, la controversa gestione delle mai pubbliche da parte della Clinton e il suo generale rifiuto di sottostare alle norme di “accountability” cui sono vincolati gli altri funzionari dello Stato ha gradualmente assunto i contorni di uno scandalo strisciante. E ieri, a sorpresa, Obama ha difeso le indagini ai danni della Clinton da parte della maggioranza repubblicana al Congresso, definendole “legittime”. “In linea di massima, quando si viene insigniti di cari che così importanti (come quella di segretario di Stato, ndr) bisognerebbe essere ancor più sensibili ed evitare di dare adito a sospetti, specie nella gestione delle informazioni e dei dati personali”, ha dichiarato il presidente Usa, sferrando così un attacco durissimo alla Clinton, di cui ha detto: “Ha fatto un errore. Del resto l'ha ammesso pure lei”. Secondo Obama, l'ex segretaria di Stato “avrebbe potuto operare una scelta migliore sin dall'inizio”, e avrebbe dovuto mettere immediatamente a disposizione delle autorità la corrispondenza ufficiale che invece ha celato nei server privati a lei intestati. Il presidente ha escluso che la presunta cancellazione di email ufficiali o sensibili da parte della Clinton possa costituire una questione di sicurezza nazionale, ma ha rifiutato di definire la vicenda “una questione di poco conto”, come ha fatto la diretta interessata in più occasioni. Nelle durissime critiche di Obama, non certo prive di fondamento – scrive il “Wall Street Journal” - è difficile non scorgere una vendetta per i distinguo e le pesanti bocciature pronunciate dall'ex segretaria di Stato ai danni della sua ex amministrazione nel tentativo di conquistare i favori dell'elettorato di orientamento progressista.

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La Turchia ancor più a fondo nel caos regionale dopo l'attacco suicida di sabato

New York, 12 ott - (Agenzia Nova) - L'attacco suicida che sabato ha colpito una manifestazione per la pace organizzata di fronte alla stazione ferroviaria di Ankara da quattro sigle sindacali, causando almeno 97 vittime, ha gettato la Turchia ancora più a fondo in un grave stato di tensione e instabilità alla vigilia del voto del prossimo 1 novembre. Mentre il governo turco imputa l'attentato allo Stato islamico o al Pkk, ieri migliaia di persone sono scese in piazza nelle maggiori città del paese per protestare proprio contro il governo, accusato di non essere riuscito a prevenire il peggior attentato nella storia del paese o addirittura di esserne l'artefice. I sindacati che avevano organizzato la manifestazione per la pace hanno accusato il presidente Recep Tayyip Erdogan e i suoi alleati di voler trascinare il paese in una guerra civile per trarne un vantaggio politico, e hanno indetto uno sciopero di due giorni. Selahattin Demirtas, leader del Partito democratico del popolo (Hdp), una formazione politica pro-curda, ha accusato il governo d'aver “favorito” l'attentato, che è piombato sul paese proprio quando le milizie curde del Pkk si proclamavano pronte a negoziare la fine delle ostilità riesplose dopo le elezioni dello scorso giugno, che avevano visto il partito del presidente Erdogan sconfitto alle urne dalle opposizioni. E proprio le opposizioni accusano il premier turco, Ahmet Davutoglu, di rinfocolare le violenze contro i curdi per far leva sui sentimenti nazionalistici e trarne un vantaggio elettorale in vista del voto di novembre. Davutoglu ha reagito alle accuse delle opposizioni puntando l'indice contro il partito pro-curdo e il suo leader: “Nessun politico di uno Stato moderno al mondo imputerebbe un attacco terroristico al proprio stesso Stato. Accuserebbe i terroristi”, ha accusato il premier. L'attentato dello scorso sabato è il terzo ad aver colpito manifestazioni della società civile in Turchia dallo scorso giugno, quando due attentatori imbottiti di esplosivo e sfere metalliche si erano fatti esplodere a un raduno dell'Hdp nella cittadina a maggioranza curda di Diyarbakir. Il secondo attentato dinamitardo aveva colpito una manifestazione di giovani attivisti di sinistra presso la cittadina di Suruc, al confine con la Siria. Mentre nella stessa Turchia si moltiplicano le accuse rivolte ad Erdogan di sfruttare la crisi Siriana e la conseguente crisi migratoria come armi per consolidare il suo potere politico e strappare concessioni all'Europa, proprio quest'ultima lo ha accolto a Bruxelles la scorsa settimana, promettendogli aiuti per un miliardo di euro e una serie di altre concessioni e agevolazioni nel tentativo di arrestare il flusso di rifugiati da quel paese.

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