Il “progressismo” femminile asiatico, da Akie Abe alla presidente Park

Donne emancipate/1 Un matrimonio è un matrimonio, ha deciso ieri la Corte suprema giapponese. Era stata sottoposta alla questione di costituzionalità la norma del Codice civile nipponico che prevede che una coppia, dopo il matrimonio, debba usare lo stesso cognome. Gli attivisti per i diritti civili
Il “progressismo” femminile asiatico, da Akie Abe alla presidente Park

Donne emancipate/1 Un matrimonio è un matrimonio, ha deciso ieri la Corte suprema giapponese. Era stata sottoposta alla questione di costituzionalità la norma del Codice civile nipponico che prevede che una coppia, dopo il matrimonio, debba usare lo stesso cognome. Gli attivisti per i diritti civili da anni considerano la legge sessista e discriminatoria nei confronti delle donne, perché tradizionalmente sono loro a dover prendere il cognome del marito, rinunciando per sempre al proprio (negli ultimi quarant’anni il 96 per cento delle coppie sposate ha optato per il cognome dell’uomo). Già nel 1996 si era tentato di modificare la norma. Masayuki Tanamura, professore di Diritto di famiglia alla Waseda, ha detto al Japan Times che il Codice civile – promulgato nel 1898 – “è basato su una retrograda concezione della famiglia, e deve essere cambiato”. La Corte Suprema però non funziona come quella americana, che spesso guarda all’opinione pubblica più che alla Carta. Secondo la Corte nipponica l’articolo del Codice è costituzionale, si basa su una concezione del matrimonio come unione, quindi anche nel nome di famiglia, che diventa una. I giudici hanno poi suggerito al Parlamento di legiferare, eventualmente, per permettere alle donne di usare più spesso il cognome da nubile, in modo da evitare che possano sentirsi “private della propria identità”.

La Corte Suprema ha deciso anche su un’altra norma, quella che vieta alle donne divorziate di risposarsi prima di sei mesi dal divorzio, e l’ha dichiarata incostituzionale (è “una restrizione eccessiva”). Adesso le donne giapponesi potranno risposarsi dopo soli cento giorni dal divorzio.

 

Donne emancipate/2 Akie Abe, la first lady giapponese, ci ha abituati a un attivismo fuori dal comune. La sua pagina Facebook, che probabilmente è gestita da lei stessa, altro che social media manager, è un profluvio di incontri e selfie (l’ultimo con Miranda Kerr, storica modella australiana di Victoria Secret) e serate e iniziative e copertine di riviste patinate. Nell’ultimo numero di Spa!, un magazine giapponese, il suo volto sorridente compare in mezzo a una piantagione di canapa. Dice la signora Abe: voglio tornare alle colture tradizionali giapponesi, voglio richiedere un permesso per iniziare a coltivarla. Penso che sia di forte utilità, anche per scopi medicali. Il Giappone, in effetti, ha una lunga tradizione di coltivazioni di canapa, ma una legge del 1948 proibisce la coltivazione di piante da cui deriva la cannabis se non con speciali permessi. Qualche tempo fa, Akie Abe si era data all’apicoltura.

La womenomics, la strategia del premier giapponese Shinzo Abe per far tornare le donne a lavoro, non sta funzionando. L’ufficio del governo per l’uguaglianza di genere si era prefissato un target del 30 per cento di presenze femminili nelle posizioni di alto livello delle aziende private entro il 2020. Il target è stato ridotto al 7 per cento.

 

A proposito di donne/3 Non è facile essere la prima presidente donna di una democrazia giovanissima come la Corea del sud. Non lo è soprattutto se tuo padre è stato l’ultimo dittatore. Fonti del Foglio vicine al governo di Seul minimizzano la situazione, ma certo è che la presidente Park Geun-hye rischia grosso. Perché c’è qualcosa di iconico nell’immagine di un sindacalista che esce a mani alzate, in segno di resa, da un famoso tempio buddista di Seul, e viene circondato da cinquemila agenti di polizia. E’ successo la scorsa settimana. Han Sang-gyun, capo della Confederazione dei sindacati coreani, era in fuga sin dal 14 novembre scorso, quando la manifestazione antigovernativa da lui organizzata era finita a manganellate. Si protestava per la revisione dei libri di testo scolastici decisa dal governo (tutti dovranno essere approvati dallo stato), per la nuova legge sul lavoro, ma soprattutto per la Park, che aveva paragonato le proteste “a volto coperto” simili alla propaganda dello Stato islamico (i manifestanti avevano risposto andando a manifestare il 5 dicembre mascherati, tutti). La prossima marcia è prevista per sabato prossimo. Secondo alcune fonti, i partecipanti potrebbero essere dimezzati, per timore di reazioni da parte della polizia.

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