Paura asiatica

Le reazioni al terrore di Parigi nei paesi più lontani del mondo  Primo pensiero: i soldi

Riunito il 57 per cento del pil mondiale. I ventuno membri dell’Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) attualmente impegnati nel meeting ufficiale a Manila, hanno diffuso la bozza della dichiarazione ufficiale che sarà resa nota domani e che contiene “la ferma condanna degli attentati di Parigi. Siamo solidali con il popolo francese e con tutte le vittime del terrorismo”, scrivono nella bozza resa nota da Ap: “Gli attacchi richiedono una risposta unita e globale”. Ieri è arrivato nella capitale filippina pure il presidente americano Barack Obama – una partecipazione prevista da tempo per rinsaldare il traballante pivot asiatico dell’Amministrazione e gli accordi economici del Tpp – accolto da trecento manifestati davanti all’ambasciata americana a Manila al grido di: “Il governo americano terrorista!”.
Il Moro Islamic Liberation Front, il più grande gruppo ribelle filippino, ha condannato ieri gli attentati di Parigi e di Beirut. Il Milf ha firmato la pace con il governo l’anno scorso in cambio dell’autonomia della regione musulmana del sud delle Filippine. Nel giugno scorso ha consegnato tutte le armi al presidente Benigno Aquino III, in un gesto storico e simbolico.

 

C’è terrorista e terrorista. In effetti, tutti gli analisti dopo gli attacchi a Parigi aspettavano la reazione della Cina, che si tiene alla larga dalle controversie internazionali ma nel frattempo continua l’opera di militarizzazione del Mar Cinese meridionale. Il ministero degli Esteri di Pechino ha espresso le condoglianze al popolo francese, ha detto di volere uno sforzo internazionale contro il terrorismo (lasciando di nuovo tutti nell’attesa di un coinvolgimento nella guerra in Siria a fianco di Russia e Iran, che per ora è chiacchierato ma non confermato). Poi, però, Pechino ha mandato un messaggio chiaro sulla sua posizione: l’occidente usa un doppio standard sulle questioni dell’estremismo islamico. Per la Cina, infatti, la comunità internazionale dovrebbe riconoscere che dietro gli attentati nella regione Xinjiang ci sarebbe l’East Turkestan Islamic Movement, il braccio armato separatista della minoranza mussulmana degli uiguri, “da molti analisti considerato defunto”, scrive il Financial Times. Sul Global Times di ieri un editoriale accusava molti stati stranieri e media internazionali che rifiutano di riconoscere come atti di terrorismo la violenza perpetrata dagli estremisti nella regione autonoma uigura dello Xinjiang: “Ai loro occhi, solo il terrorismo su suolo occidentale può essere chiamato tale”.
La posizione cinese non è molto lontana da quella espressa sulla Nikkei Asian Review giapponese. In un commento, Kamal Alam, fellow di Affari siriani dell’Institute for Statecraft di Londra, spiega che gli attentati di Parigi sono un allarme anche per l’Asia: “Il contatto tra cittadini europei e musulmani dell’Asia orientale ha portato alla radicalizzazione di alcuni gruppi in passato, in particolare nel sud delle Filippine e in Indonesia. Ci sono inoltre migliaia di uiguri cinesi che combattono in Siria con lo Stato islamico. Quasi tutti i gruppi terroristici asiatici ora guardano allo Stato islamico per il sostegno finanziario e l’addestramento. L’Asia deve stare attenta a non fare gli stessi errori dell’Europa. I problemi interni devono essere indirizzati a prevenire che prendano piede le minacce dall’esterno”.

 

Olimpiadi e messaggini. Tra i paesi asiatici anche il Giappone è molto esposto. Da una parte, il “pacifismo proattivo” fortemente voluto dal primo ministro Shinzo Abe (con la modifica all’interpretazione della Costituzione che ora permette a Tokyo di partecipare con i suoi soldati a missioni all’estero a fianco degli alleati) rende il Giappone un paese target per i terroristi. Due cittadini giapponesi, Kenji Goto e Haruna Yukawa, sono stati decapitati dallo Stato islamico in Siria. I controlli di sicurezza nipponici sull’immigrazione e rispetto alla libera circolazione sul territorio sono talmente ristretti che gli unici attentati subiti dal Giappone, in passato, sono stati portati a termine da cittadini autoctoni. Il problema che si pone il governo, piuttosto, è quello delle Olimpiadi del 2020 e del panico internazionale, che potrebbe inficiare sui sogni di gloria del turismo giapponese entro i prossimi cinque anni.
La Corea del sud ha innalzato il livello di allerta da “preoccupazione” ad “attenzione”, secondo livello di quattro. Del resto la sicurezza interna in Corea del sud sta avendo problemini non da poco. Sirgoo Lee, ceo di Kakao, la più diffusa app per messaggini sudcoreana, si è dimesso perché accusato di pedopornografia. I maligni dicono che si fosse opposto alla politica governativa di controllo delle comunicazioni dei cittadini. Sabato scorso a Seul c’è stata la più grande manifestazione di piazza dal 2008. 64 mila persone circa hanno protestato contro il governo. Ci sono stati violenti scontri con la polizia.

 

Pragmatismo asiatico. La verità è che subito dopo gli attentati di venerdì scorso, in Asia tutti hanno guardato alle Borse. Perché la Cina che rallenta è un inimmaginabile fattore di rischio, che potrebbe aggravarsi da un momento all’altro, e nessuno lo sa meglio del Giappone (nonostante la rivoluzionaria Abenomics, il pil nel terzo trimestre del 2015 è sceso dello 0,8 per cento su base annua: vuol dire recessione). E infatti il lunedì dopo gli attentati, che hanno influito poco sulle Borse occidentali, quelle asiatiche hanno chiuso in ribasso spingendo gli investitori verso beni rifugio (Hong Kong -1,7 per cento, Corea del sud -1,5 per cento, Giappone -1 per cento).

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