Rapimenti in Corea del Nord e giornalisti a rischio galera al Sud

Un libro racconta la macchina di propaganda cinematografica di Kim Jong-il. Parlamentari giapponesi al santuario Yasukuni
Rapimenti in Corea del Nord e giornalisti a rischio galera al Sud

Come prevedibile, la visita di stato della presidente sudcoreana Park Geun-hye a Washington non è stata un gran successo. Con  Barack Obama, Park ha parlato molto di Corea del nord, e di minaccia nucleare. Secondo NK news ieri Pyongyang è stata esclusa dalla International Astronautical Federation, dopo essere stata in un primo momento accettata nella lobby internazionale dello spazio. Il perché delle fredde relazioni tra Seul e Washington è chiaro: Park si sta avvitando nell’amicizia con la Cina e la Russia, lo dimostra la sua partecipazione alla grande parata militare di Pechino del mese scorso, a fianco di Vladimir Putin e Xi Jinping.

 

Per Tatsuya Kato, giornalista giapponese capo della redazione di Seul del giornale nipponico Sankei, sono stati chiesti diciotto mesi di reclusione. La sentenza arriverà il 26 novembre prossimo. Kato è stato incriminato per diffamazione nei confronti della presidente Park – un anno fa ha scritto che durante la crisi provocata dall’affondamento del traghetto Sewol, in cui morirono più di trecento persone e quasi tutti studenti, nessuno sapeva dove fosse finita la Park, alludendo a una sua possibile relazione segreta. La sentenza determinerà i rapporti, già piuttosto tesi, tra Giappone e Corea.

 

I rapimenti in Corea del nord, negli anni Settanta e Ottanta, erano una consuetudine. Tokyo negozia periodicamente con Pyongyang per avere informazioni sulle 17 persone scomparse nel 1977. Molti di loro furono impiegati come insegnanti di giapponese per le spie nordcoreane. Ma in quel periodo la Corea rapiva un po’ ovunque in Asia, anche turisti europei. E rapiva per molto meno. I sudcoreani hanno subìto il più alto numero di rapimenti, durante la guerra e dopo la guerra di Corea. Paul Fischer è un produttore cinematografico che lavora a Londra. E’ riuscito, in anni di lavoro di ricerca, a rimettere in fila una delle più incredibili storie che riguarda la Corea del nord. E’ quella del pallino cinematografico di Kim Jong-il, padre dell’attuale leader e a sua volta figlio di Kim Il-Sung, per il quale si occupava della propaganda. Nessuno spoiler, trattasi di una storia vera: siamo nel 1978, Choi Eun-hee è un’attrice sudcoreana di grande successo e ha appena divorziato da un regista famoso, Shin Sang-ok. Per migliorare la qualità delle produzioni nordcoreane, Kim Jong-il inizia una campagna di reclutamento di attori “esterni”, ovvero una campagna di rapimenti. Rapisce prima Choi, e poi costringe l’ex marito a raggiungerla. I due tentano la via conciliante, e per otto anni fanno molti film alla corte dei Kim, fino al giorno in cui trovandosi a Vienna, riescono a scappare all’ambasciata americana e chiedono asilo politico. Il libro di Fischer è stato tradotto in italiano ed è pubblicato da Bompiani.

 

Il santuario Yasukuni di Tokyo torna a creare problemi. Ieri è finita la festa d’autunno, e come da tradizione i giapponesi sono andati a pregare gli antenati. Tra di loro c’erano anche 71 parlamentari e Katsunobu Kato, nominato ministro dal premier Shinzo Abe nemmeno un mese fa durante l’ultimo rimpasto. Da settimane si era ricominciato a parlare di un possibile incontro ufficiale tra i leader di Giappone, Corea del sud e Cina, ma la visita dei parlamentari al santuario – che ospita 14 criminali di guerra legati al periodo di occupazione giapponese  – rischia di raffreddare ancora i rapporti tra i paesi.

 

L’imperatrice giapponese Michiko ha compiuto 81 anni. Per l’occasione ha risposto in forma scritta a una domanda sul suo stato di salute. Nella lunghissima lettera dice di aver recuperato dopo l’ischemia di agosto, ma soprattutto torna sul settantesimo anniversario dalla fine della Seconda guerra mondiale, e spera che i suoi figli “riflettano seriamente sulla guerra e la pace”. Non è la prima volta che la Casa imperiale manda messaggi nemmeno troppo velati al governo di Tokyo guidato da Abe, che ha appena approvato il pacchetto di leggi per modificare l’uso delle Forze armate nipponiche.

 

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