Forse è un po’ troppo presto per le nozze gay in Giappone e Corea

La Cia a Jakarta negli anni 70, “il medioriente di oggi”

Honne e tatemae, le due parole che descrivono la sfera privata e la sfera pubblica giapponese. Honne si riferisce alla vera natura, i veri sentimenti, i desideri, e le idee che ha una persona. Tatemae è invece il ruolo pubblico, ciò che è giusto mostrare. Una dicotomia evidente nella vita quotidiana, che influenza da secoli, e in maniera naturale, anche la sfera pubblica. Ci si riferisce all’etichetta quando si parla di tatemae (in questo senso, le regole sociali sono molto, molto simili a quelle del taarof della cultura persiana e del limao di quella cinese). La discussione su honne e tatemae è inevitabile quando si parla di diritti Lgbt. Il fatto è che il tatemae respinge ogni manifestazione delle proprie preferenze sessuali e difficilmente troverete un giapponese a proprio agio parlando di gay, lesbiche, trans. L’Amministrazione di Shinzo Abe lo sa, e ha più volte fatto capire che per i matrimoni gay la strada è ancora lunga (per ora solo il municipio di Shibuya, a Tokyo, ha autorizzato le unioni civili). Su Foreign Policy Isaac Stone Fish scrive che a iniziare un dibattito serio sulla questione potrebbe essere la chiesa scintoista. Nel gennaio del 1999 in un tempio Kanamara di Kawasaki un prete ha sposato due uomini, e la chiesa scintoista (una delle più importanti del Giappone) si occupa già da tempo del riconoscimento (religioso) delle diversità sessuali.

 

Tremila persone hanno assistito al funerale in rito shintoista di Tama, la gatta della stazione di Kishi, nella prefettura di Wakayama, morta a sedici anni una settimana fa. Era stata nominata capostazione nel 2007, nel tentativo di rilanciare una linea ferroviaria quasi alla chiusura. L’effetto Tama produsse un +10 per cento di passeggeri nel primo anno, e una “superstar del turismo”, come l’ha definita il governatore Yoshinobu Nisaka.

 

Due persone sono morte sul treno shinkansen tra Tokyo e Osaka. Un uomo si è cosparso il capo di un liquido infiammabile e si è dato fuoco, uccidendo anche la donna che era con lui. Non sono ancora stati chiariti i motivi del gesto.

 

Il gay pride di Seul non era stato autorizzato. Troppo forti le pressioni della chiesa protestante. Per sei giorni un centinaio di attivisti ha sostato davanti alla stazione della polizia della capitale sudcoreana per ottenere il permesso per la parata. Poi, improvvisamente, il permesso è arrivato (mi sa che c’entra qualcosa la Corte suprema americana). A Seoul Plaza domenica scorsa erano in ventimila, in mezzo a loro molte facce occidentali. Un cordone di sicurezza composto da cinquemila poliziotti ha tenuto lontani (ma non troppo) gli attivisti Lgbt da quelli cristiani, che hanno organizzato una manifestazione parallela per protestare contro l’omosessualità.

 

Sabato scorso è morto a 92 anni Hugh Tovar, uno degli agenti della Cia più famosi d’Asia. Tovar era stato a capo delle stazioni della Cia nelle Filippine, in Malesia, Indonesia, Laos e Thailandia tra gli anni Sessanta e Settanta, “quando il Sudest asiatico era il medioriente di oggi”, ha detto a Newsweek Colin Thompson, ex collega di Tovar. Era proprio lì che si scontravano i due blocchi, e le attività della Cia erano finalizzate a ridurre l’influenza comunista nell’area. Nel 1965 in Indonesia la Cia di Tovar fu coinvolta, dopo un colpo di stato fallito da parte del Partito comunista, in una delle più sanguinose repressioni civili della storia del Sudest asiatico. Uno dei colleghi di Tovar in quel periodo, e nella stessa area geografica, era Donald P. Gregg. Nel suo libro pubblicato un anno fa, “Pot Shards”, racconta la sua vita come capo stazione dei Servizi in Giappone, in Vietnam, in Birmania. Racconta la crisi dei missili di Cuba vista da un giovane ufficiale della Cia a Langley, la morte di Kennedy. Dopo essersi ritirato, Gregg fu nominato ambasciatore in Corea del sud e passò il resto della sua vita come diplomatico e informatore sulla Corea del nord (“Il più grande fallimento della storia dell’intelligence americana”, scrive di Pyongyang).

 

A Gwangju, 33 chilometri a sud di Seul, stanno per aprirsi le Olimpiadi universitarie e ieri un funzionario militare ha detto di stare attenti alle “provocazioni nordcoreane”. In effetti Pyongyang avrebbe dovuto mandare 75 atleti alla manifestazione sportiva. Pochi giorni fa, però, la Corea del nord ha ritirato la partecipazione per protestare contro la decisione del Sud di aprire a Seul un ufficio dell’Onu per i diritti umani.

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