La fuga o la morte. Incontro con il giovane Solgenitsin nordcoreano

Shin Dong-Hyuk, 32 anni e un libro (controverso) sull’orrore
La fuga o la morte. Incontro con il giovane Solgenitsin nordcoreano

L’appuntamento per l’intervista è al mattino presto. Dopo, Shin vuole avere la giornata libera per visitare la città. E’ a Roma per una serie di incontri con le persone che vogliono ascoltare la sua storia. Oggi, per esempio, sarà sentito dalla commissione Affari esteri della Camera, e nel pomeriggio parlerà alla Sapienza. Shin Dong-Hyuk ha 32 anni ed è tra gli esuli nordcoreani più famosi del mondo. Mi aspetta nella hall dell’hotel dove risiede da circa due settimane, nel quartiere Esquilino di Roma. Con lui ci sono il pastore della chiesa evangelica di Monti, Soon Sub Choun, e una giovanissima interprete romana. E’ Shin ad accogliermi, e con piglio deciso ci fa strada verso una sala dove poter essere intervistato. Parla qualche parola d’inglese, e il suo coreano è ormai quello del sud, privato delle espressioni e degli accenti che hanno contribuito ad allontanare anche linguisticamente le due Coree.

 

Ha i jeans e le snikers alla moda, nella tasca un iPhone5 dal quale ogni tanto controlla l’ora. Il suo fisico, però, tradisce un passato di torture e sofferenze. Ci sediamo, mentre il pastore Soon ci aspetta fuori. Gli spiego che il suo libro “Fuga dal campo 14”, scritto con l’ex giornalista del Washington post Blaine Harden e pubblicato in italiano da Codice, è forse l’unico volume sulla Corea del nord che si trovi nelle librerie italiane. Ha venduto ventimila copie in soli quattro mesi. Non deve essere una responsabilità facile da portare sulle spalle. “Sarebbe stato più facile non aver pubblicato quel libro, certamente. Racconta tutto il dolore provato in quella parte della mia vita”. E non è facile nemmeno sedersi di fronte a uno come Shin Dong-Hyuk. Perché lui rappresenta in carne e ossa la difficoltà del raccontare la Corea del nord. Qualche mese fa, quando ha “precisato” alcuni dettagli del libro sulla sua pagina di Facebook, si sono alzate molte autorevoli voci per contestare l’affidabilità dei racconti di chi scappa dalla Corea del nord. Perché nei resoconti degli esuli ci sono spesso incongruenze, dettagli inverosimili, eppure è su quelle testimonianze che si basa il deferimento della Corea del nord alla Corte internazionale di giustizia per violazione dei diritti umani. E’ noto che alcuni giornalisti, in passato, hanno pagato i fuggitivi per enfatizzare i propri racconti. E loro stessi hanno capito di avere più voce e più attenzione, mostrificando i dettagli. “Non ho smentito nulla di quello che ho raccontato nel libro, e non ho mentito su nulla”, dice Shin, “ho solo aggiunto altri dettagli. Io sono nato e sono fuggito dal campo di lavoro numero 14 e ho aggiunto di aver vissuto anche nel campo 18 per un periodo di tempo. Non è facile raccontare tutto quello che ho vissuto e provato in duecento pagine di libro. Alcune cose, per esempio, ho voluto ometterle intenzionalmente. Ma la gente dovrebbe parlare della Corea del nord, non di me”. Shin è sprofondato nella poltrona, si esprime rilassato, con la decisione di chi sa a memoria sia le domande sia le risposte: “E sono pronto a ripeterle ancora, anche se Kim Jong-un in persona vorrebbe vedermi morto, anche se mio padre è ancora lì, nel campo”. Ed è lui la causa del dolore di Shin. Mentre era detenuto in Corea del nord, il padre era soltanto un altro prigioniero. Col passare del tempo, al sud, ha imparato anche il significato degli affetti familiari, e le foto del suo matrimonio di un mese fa, con una ragazza coreana, lo dimostrano: “Adesso sto bene, ho una vita normale”. Nonostante guardarsi allo specchio sia difficile, e sulle sue mani restino permanenti i segni delle unghie strappate, delle ossa rotte. 

 

[**Video_box_2**]Una delle critiche più frequenti al racconto dei profughi riguarda le modalità di fuga. I campi di lavoro nordcoreani sono sorvegliati con fobica precisione, gli abitanti ridotti alla fame, in particolare nel campo 14 dove, secondo le testimonianze, non si ha possibilità di grazia. Come può un uomo allo stremo delle forze riuscire a valicare simili confini? E anche se ci riuscisse, non è facile poi oltrepassare il confine cinese: i cittadini coreani sono educati a fare la spia, a essere fedeli al governo di Pyongyang e a segnalare i disertori. Come ci sei riuscito, Shin? “E’ stata la fame. La fame ti spinge a fare cose senza pensarci. Ero un animale che voleva mangiare. Se avessi progettato la fuga non ci sarei mai riuscito, e invece la fortuna mi ha assistito. Nulla è impossibile, ma la maggior parte dei prigionieri dei campi pensa che non ci sia una vita, fuori”. E com’è stata la vita per te, che non lo avevi mai visto quel fuori? “In Cina ho avuto molte difficoltà. Quando poi sono arrivato in Corea del sud ho capito che la mia testa era piena di menzogne su quel mondo, la realtà era molto diversa da come mi era stata raccontata”. Gli chiedo se ha avuto modo di vedere l’intervista rilasciata a Will Ripley della Cnn dal ragazzo sudcoreano arrestato in Corea del nord qualche giorno fa: “E’ una truffa. C’era qualcuno a controllare le domande e le risposte, come per tutte le cose che accadono in Corea del nord. Per sapere la verità da qualcuno bisogna uscire dal paese”. Finiamo col parlare dei rapporti tra la Corea del nord e l’Italia: “Ci sono politici italiani che hanno consegnato medaglie al dittatore. Altri che vanno a visitare il paese, ma solo secondo il teatrino organizzato per loro da Pyongyang. Sarà vergognoso per questi politici, un domani, quando il regime cadrà”. Ma il regime cadrà? E come, cadrà? “Questo proprio non lo so”.

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