Donne di conforto

Scuse pubbliche per una notizia falsa, di vent’anni fa. Lost in translation a Tokyo (e dove senò?)

Se giornale mente, paga. Più di ottomilasettecento persone della società civile giapponese hanno fatto causa all’Asahi shimbun, il giornalone della sinistra nipponica, chiedendo le scuse formali e la rettifica degli articoli pubblicati tra gli anni Ottanta e Novanta in merito alla questione delle “donne di conforto”, che determina ancora le relazioni diplomatiche tra Giappone e Corea del sud. Il gruppo, guidato dal professore emerito della Sophia University Shoichi Watanabe, chiede un risarcimento di poco meno di 75 euro ciascuno perché “il loro onore e la loro credibilità” sarebbero stati compromessi dai falsi pubblicati dal giornale. L’Asahi mandò in stampa una serie di testimonianze sull’utilizzo delle schiave del sesso sudcoreane da parte dei soldati dell’armata imperiale, testimonianze poi risultate false su stessa ammissione dei vertici del quotidiano, qualche mese fa.

 

Io sono Kenji. Taku Nishimae, un regista giapponese che vive a New York, ha aperto qualche giorno fa su Facebook la pagina “I am Kenji”, per mantenere alta l’attenzione sulla situazione del giornalista freelance Kenji Goto, prigioniero dello Stato islamico. La pagina – che si riferisce esplicitamente alla strage di Charlie Hebdo – attualmente ha “solo” 30 mila “like”, e i suoi gestori sono riusciti a organizzare, domenica scorsa, una manifestazione davanti alla residenza del primo ministro Shinzo Abe, per chiedergli di fare di più per la liberazione del giornalista Goto. Mille persone presenti. Per una manifestazione pubblica di solidarietà in Giappone sono numeri notabili.

 

Noi non ci capiamo. Dopo la diffusione dell’immagine dell’uccisione del cittadino giapponese  Haruna Yukawa da parte dello Stato islamico, tutte le dichiarazioni del governo di Tokyo hanno iniziato ad avere una traduzione in arabo. Jake Adelstein, uno dei giornalisti occidentali più famosi in Giappone, ha riportato le speculazioni del Nikkan Gendai sul Daily Beast: secondo il magazine il discorso dal Cairo di Abe, quello del 17 gennaio in cui prometteva 200 milioni di dollari di aiuti umanitari per i paesi che combattono contro lo Stato islamico, avrebbe potuto portare alle minacce degli islamisti perché tradotto grossolanamente in inglese e senza una versione in arabo. Questo avrebbe potuto far pensare che l’aiuto giapponese potesse essere di tipo militare.

 

Mister dirt? Joko Widodo è arrivato al centesimo giorno di presidenza dell’Indonesia. Secondo alcuni analisti, però, la sua immagine da “mister clean”, il signore pulito, è un po’ acciaccata (copyright Deutsche Welle). E le critiche iniziano ad arrivare anche dall’estero. Widodo ha ignorato le richieste di grazia presentate da Brasile e Olanda, e dai gruppi attivisti per i diritti umani, e il 18 gennaio sei condannati per traffico di droga, tra cui un cittadino brasiliano e uno olandese, sono stati giustiziati mediante fucilazione. L’altro ieri Jakarta ha rimandato (solo rimandato) l’esecuzione di due cittadine australiane sempre condannate per traffico di droga. Il primo ministro australiano Tony Abbott aveva richiesto personalmente la grazia a Widodo.

 

Tragiche operazioni. Il capo delle forze speciali filippine, Leo Napenas, è stato sospeso dopo aver condotto lo scorso fine settimana un’operazione che ha portato alla morte di oltre quaranta soldati. La missione era stata programmata per eliminare due terroristi islamici (il malese Zulkifli bin Hir, del Jemaah Islamiah, gruppo del sud-est asiatico legato ad al Qaida, e il filippino Abdul Basit Usman). Quando il commando dello Special Action Force filippino è arrivato nella città di Mamasapano ha trovato il benvenuto dei ribelli islamici del Moro Islamic Liberation Front, con i quali ha ingaggiato una battaglia durata oltre 12 ore. I due ricercati sono riusciti a scappare. Gli Stati Uniti avevano messo una taglia da 5 milioni di dollari sulla testa di Bin Hir.

 

Abbracci e preghiere. Di Narendra Modi si è parlato molto in questi giorni per gli abbracci da orso profusi dal premier indiano al presidente americano Barack Obama (ma – come spiega il New York Times – a tutti quelli che gli stanno particolarmente simpatici, come Shinzo Abe e Tony Abbott). Ultimamente era stato molto citato per la sua battaglia per l’igiene pubblica (e la campagna di sensibilizzazione sull’uso dei bagni domestici, non molto frequentati in India). Adesso l’India ha lanciato un altro servizio per uno degli eventi più pericolosi (e complicati) della vita indiana: i pellegrinaggi religiosi. I devoti hindu potranno fare offerte e ordinare puja attraverso alcuni portali online. I tecnologici templi spediranno poi al fedele, comodamente a casa, tutto il necessario per la preghiera.

 

Non si vomita in taxi. La città di Seul ha deciso che la multa per chi dovesse avere un malore nel taxi, dal 1° febbraio, sarà di 139 dollari e fino a cinque volte la tariffa del tassametro. La Seul Taxi Association è una lobby mica da poco in Corea del sud – è stata capace di far arrestare il capo di Uber Travis Kalanick – e da tempo chiedeva regole per i passeggeri molesti.

 

Calcio geopolitico. Sabato si terrà a Sydney la finale della Coppa d’Asia 2015. L’Australia di Angelos Postecoglou incontrerà la Corea del Sud di Uli Stielike. Il giorno prima saranno in campo gli Emirati arabi che sfideranno per il terzo posto l’Iraq. Partita geopoliticamente notabile: Cina contro Corea del nord è finita 2 a 1, non senza difficoltà per i cinesi. Il Canberra stadium, manco a dirlo, stracolmo.

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