Voli e rancori

L’annus horribilis delle compagnie aeree asiatiche. La bolla nordcoreana si sgonfia?

Disastri aerei. L’anno appena trascorso è stato disastroso per alcune industrie aeronautiche del sudest asiatico. Prima i due aerei della Malaysia airlines, il primo scomparso nell’Oceano indiano, il secondo abbattuto in Ucraina. Poi l’aereo dell’AirAsia scomparso domenica mentre viaggiava da Surabaya, in Indonesia, a Singapore (ieri il ministero dei Trasporti indonesiano ha confermato che alcuni rottami dell’aereo sono stati trovati nello stretto di Karimata tra il mar di Giava e il mar cinese meridionale). La Malaysia è la compagnia di bandiera malesiana, l’AirAsia è una compagnia low cost, nata non molto tempo fa. Joshua Kurlantzick scrive su Bloomberg che uno dei problemi principali è che le compagnie low cost in Asia sono un business recente e in rapida evoluzione. Sono giovani e inesperti i loro dipendenti, l’Indonesia è nota per avere deboli controlli sulla sicurezza, il regime autoritario malesiano potrebbe aver contribuito a rendere nebulose le indagini sul volo scomparso.

 

Disastri d’immagine. Il tribunale di Seul ha emesso un mandato di arresto – sì, un mandato di arresto – per Cho Hyun-ah, la figlia del proprietario della Korean Airlines che aveva fatto tornare al gate un aereo in partenza da New York per far scendere lo stewart che le aveva servito male le noci macadamia. La Cho si era dimessa dalla vicepresidenza della compagnia dopo che lo scandalo era divenuto di proporzioni nazionali. Secondo i giudici avrebbe minacciato i suoi dipendenti e sarebbe accusata di aver violato le regole di sicurezza dei voli civili (tornare al gate è permesso solo in casi d’emergenza. Lo scarso servizio a bordo non è un’emergenza). 

 

Razzisti / 1 Il peggior attacco hacker della storia ai danni di un’azienda privata – la Sony Picture – dopo aver riempito le pagine natalizie dei giornali ed essere stata definita la “prima guerra cibernetica” per gli Stati Uniti, ci lascia qualche spunto di riflessione: la divisione americana della Sony ha guadagnato più di 15 milioni di dollari nei primi quattro giorni della distribuzione online del film “The Interview”, che secondo la Casa Bianca avrebbe causato l’attacco informatico pilotato da Pyongyang. Tiger JK e Yoon Mi Rae, due star del korean-pop, hanno minacciato azioni legali contro i produttori del film che avrebbero utilizzato la loro musica senza autorizzazione in una pellicola che tocca un tema particolarmente sensibile per i coreani. Maxine Builder, ricercatrice americana di origini asiatiche del Council on Foreign Relations, ha scritto  un interessante articolo dal titolo “Il vero problema con ‘The Interview’ è il razzismo, non la satira”. Builder spiega che dentro ci sono tutti gli stereotipi americani sugli asiatici: i personaggi coreani parlano un inglese zoppicante, confondono giapponesi e coreani (come a dire: son tutti uguali), le (poche) donne asiatiche del film vengono dipinte come concubine. Intanto molti giornali insistono sui dubbi evidenti di un reale coinvolgimento diretto di Pyongyang nella vicenda.

 

Razzisti / 2 Nelle ultime due puntate dell’ultima stagione della serie tv “Homeland” (la spy story più amata dal presidente americano Barack Obama la cui protagonista è un’agente della Cia che combatte i terroristi) un gruppo di talebani pachistani, protetti dall’Isi, fanno irruzione nell’ambasciata americana di Islamabad. La serie non è piaciuta all’ambasciatrice pachistana a Washington, Nadeem Hotiana, che ha detto al NYPost: “Calunniare un paese che è stato un partner stretto e alleato dell’America è un cattivo servizio per gli interessi di sicurezza”. E poi: “Islamabad è rappresentata come un inferno sudicio, una zona di guerra. Nulla è più lontano dalla verità. Inoltre quando i personaggi parlano l’urdu, l’accento non è quello locale e alcune delle parole urdu sono utilizzate fuori luogo”, ha detto Hotiana. Ricorda qualcosa?

 

Condividere, non sorridere. Ieri Stati Uniti, Giappone e Corea del sud hanno firmato uno storico accordo trilaterale di intelligence-sharing per prevenire possibili attacchi missilistici della Corea del nord. Un accordo necessario, visti i fallimenti delle tre potenze nello spiare il paese più isolato del mondo, ma non gradito. I rancori si vedono, scrive il Wall Street Journal: nessuna photo opportunity, niente stretta di mano tra Obama, Shinzo Abe e Park Geun-hye. Secondo un sondaggio del governo di Tokyo, nel 2014 l’83,1 per cento dei giapponesi ha detto di non nutrire sentimenti amichevoli nei confronti dei cinesi, il 66,5 per cento dei giapponesi ha dato la stessa risposta nei confronti dei sudcoreani. L’ostilità è cavalcata soprattutto quando si tratta della sovranità delle isole contese. Pechino ha lanciato un sito internet per legittimare la sua autorità sulle Diaoyu (le isole che i giapponesi chiamano Senkaku e per le quali la versione ufficiale di Tokyo è: “Non c’è nessuna disputa, le isole sono nostre”). Se si prova ad aprire qualunque sito del governo sudcoreano si viene inondati da banner sulla storia delle isole Takeshima, reclamate anche dal Giappone.

 

Suicidarsi non sarà più reato. Su iniziativa del Partito popolare, attualmente al governo con Narendra Modi, il Parlamento indiano sta tentando di abrogare l’articolo 309 del codice penale che considera reato il tentato suicidio. Lo scrittore indiano Jerry Pinto ha scritto sul New York Times che la ratio della legge è di origine religiosa: “Se Dio ti dà la vita, solo lui può riprendersela”. L’India ha il più alto tasso di suicidi tra i giovani tra i 16 e i trent’anni. Secondo la nuova legge il tentato suicidio sarà considerato come “manifestazione di una malattia mentale da curare, non un reato da punire”.

 

(edit: in una versione precedente di questo articolo si faceva riferimento erroneamente alla Malaysia Airlines come low cost)

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