La globalizzazione fugge in Cina

La fine di “un” mondo, come spiega Giulio Tremonti

La globalizzazione fugge in Cina

Marina Bay, Singapore (foto LaPresse)

La politica ridotta alla formalità istituzionale altro non segnala che l’egemonia di soggetti esterni (e ostili) alle comunità, ovvero banche, finanza e consorterie dal navigato cinismo che non hanno certo bisogno di confini nazionali o di barriere per contrassegnare la propria sovranità. La fine di “un” mondo, come spiega Giulio Tremonti nel suo “Mundus Furiosus, il riscatto degli Stati e la fine della lunga incertezza” (Edizioni Mondadori), coinvolge di certo l’establishment, quindi il liberalismo, il pensiero unico che plasma l’umanità sull’onda della civilizzazione e però che sorpresa: il materialismo globale se n’è scappato dagli Stati Uniti e ha trovato rifugio in Cina.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    20 Gennaio 2017 - 10:10

    Quando nel mondo regna la confusione, tra globalismo e non. Quanto a Tremonti non mi pare che durante il suo incarico ministeriale si sia distinto per la lotta ai potentati delle banche, delle finanze e della stessa globalizzazione.

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    • fabriziocelliforli

      20 Gennaio 2017 - 19:07

      E invece no: leggasi "uscita di sicurezza" , con particolare riferimento ai suoi discorsi nei consessi internazionali dove, per sua stessa ammissione, non lo cagava nessuno ed era sempre il solo ad avanzare ipotesi, affermazioni...(ipse dixit)

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